Per il suo ottantesimo compleanno Donald Trump ha tirato un sospiro di sollievo. Il 14 giugno, prima dell’inizio di una serata all’interno della Casa Bianca dedicata alle arti marziali miste, il presidente statunitense ha annunciato la conclusione di un accordo con l’Iran. Negoziato faticosamente per settimane, il testo stabilisce i princìpi per mettere fine alla guerra prima dell’avvio di una nuova fase diplomatica di sessanta giorni, destinata a risolvere le questioni più spinose: il futuro del programma nucleare iraniano, la sorte delle scorte di uranio altamente arricchito, la graduale revoca delle sanzioni statunitensi. Si sta tirando su un castello di carte. Molti venti potrebbero abbatterlo.
“Autorizzo la riapertura dello stretto di Hormuz senza diritti di transito e la revoca immediata del blocco navale statunitense. Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra a fiumi!”, ha scritto Trump in un primo messaggio sul suo social media Truth, esprimendo le sue priorità. In un secondo messaggio, il presidente promette “pace e sicurezza a tutta la regione”. Precisando che, dopo le operazioni di sminamento nel passaggio marittimo, l’oro nero circolerà di nuovo liberamente dal 19 giugno, giorno della firma ufficiale dell’accordo.
L’attacco israeliano in un sobborgo a sud di Beirut, la mattina del 14 giugno, ha rischiato di far deragliare lo sforzo diplomatico, per l’ennesima volta. L’Iran si apprestava a lanciare missili per rappresaglia. Ci sono volute lunghe trattative per trattenerlo. Il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, che ha svolto un ruolo chiave nella mediazione, è stato il primo ad annunciare su X che era stato finalmente raggiunto un accordo quadro. Ha ringraziato il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia per il loro impegno al suo fianco.
Senza mai menzionare Israele, relegato al ruolo di subalterno degli Stati Uniti – cosa che non corrisponde alla natura del rapporto bilaterale –, il leader pachistano ha precisato che le due parti hanno accettato una “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso”. Questa precisazione è fondamentale. Washington aveva tentato, invano, di separare i negoziati con l’Iran da quelli condotti tra lo stato ebraico e il governo libanese. Teheran è riuscita a integrare Beirut nei parametri imprescindibili della fine delle ostilità. Una vittoria. I prossimi giorni in Libano saranno un test decisivo di credibilità per tutti.
Ritorno al passato
In assenza di dettagli sul calendario e sugli impegni, prevale una strana impressione di ritorno al passato, cioè all’8 aprile, quando Trump aveva annunciato un cessate il fuoco di due settimane e la riapertura dello stretto di Hormuz. I negoziati finali avrebbero dovuto aprirsi in seguito a Islamabad, in Pakistan. Ma non è successo. Stavolta l’accordo si firma in Svizzera, dopo una serie di colloqui per preparare il prossimo ciclo di negoziati, definiti “tecnici”. Sempre in Svizzera, sotto l’egida dell’Oman, l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, aveva incontrato il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, il 17 e il 26 febbraio. Teheran era pronta a compiere passi avanti inediti, ma insufficienti, in particolare riguardo alla rinuncia allo stoccaggio di uranio arricchito sul suo territorio. Ma a Washington la decisione di andare in guerra era già stata presa, in mancanza di una capitolazione incondizionata del regime iraniano. Una capitolazione che non sarebbe mai arrivata.
Dopo molte dichiarazioni perentorie sul fatto che gli Stati Uniti avrebbero recuperato le scorte di uranio arricchito della Repubblica islamica, con le buone o con le cattive, la Casa Bianca ha dovuto, anche in questo caso, moderare le ambizioni. Si parla ora di un’eventuale diluizione delle scorte, direttamente in Iran. “Per quanto riguarda la questione nucleare”, ha scritto su X Dan Shapiro, ex ambasciatore statunitense in Israele ed esperto dell’Atlantic council, “non c’è un accordo, se non quello di negoziare sulle scorte di uranio altamente arricchito e su una moratoria sull’arricchimento. L’Iran sa come trascinare i negoziati e cercare di ottenere concessioni lungo il percorso. È possibile che non si giunga a nessun accordo, ed è molto probabile che, se ce ne fosse uno, sarebbe peggiore di quello che avremmo ottenuto con la diplomazia prima della guerra”.
Gli Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra il 28 febbraio con molte certezze. Queste riguardavano la portata delle loro forze militari congiunte e la capacità di coordinamento, dimostrata nelle operazioni del giugno 2025, quando Washington aveva compiuto un passo senza precedenti, bombardando tre siti nucleari iraniani. Ancora una volta, la propensione di Trump alla trasgressione e all’operazione militare lampo sembrava essere stata premiata. Otto mesi dopo, la decapitazione del potere iraniano la prima mattina della guerra aveva rafforzato questa convinzione. I due alleati erano inoltre convinti che il regime di Teheran non fosse mai stato così vulnerabile dalla rivoluzione islamica del 1979. Dopo i duri colpi inferti da Israele a Hamas e Hezbollah in seguito al 7 ottobre 2023, e la caduta del regime di Assad in Siria alla fine del 2024, l’Iran si trovava a un passo da una riconfigurazione storica.
◆ L’accordo raggiunto con Washington è stato accolto positivamente dai mezzi d’informazione iraniani, sia quelli conservatori, che hanno esaltato la “vittoria” della Repubblica islamica sui suoi nemici storici (Stati Uniti e Israele), sia quelli moderati, sollevati dalla prospettiva della fine delle sofferenze provocate dalla guerra tra la popolazione. L’agenzia Fars News, vicina ai Guardiani della rivoluzione, si rallegra del fatto che “chi voleva distruggere per sempre la nostra industria nucleare, ridurre la portata dei nostri missili, interrompere il nostro sostegno alla resistenza, rovesciare la Repubblica islamica e dividere l’Iran si è inginocchiato davanti alla gloria della nazione”.
Saeed Laylaz, consigliere economico di vari presidenti iraniani, sul giornale riformista Etemad conferma: “Nessuno immaginava che l’Iran sarebbe stato in grado di raggiungere una posizione simile sul terreno e poi al tavolo dei negoziati. I successi di Teheran oggi sono indiscutibili”. Ma aggiunge che il governo dovrebbe approfittare dell’accordo per “avviare le riforme necessarie” in modo da “entrare in una nuova epoca e permettere un notevole sviluppo del paese”.
Shargh riferisce del tentativo dell’ala più oltranzista del regime di ostacolare l’intesa con una vasta campagna mediatica, politica e sociale. “Al momento in Iran si affrontano due tendenze diverse”, commenta il quotidiano riformista. “La prima considera la diplomazia l’unico mezzo per consolidare i risultati nazionali e portare stabilità; la seconda si oppone all’accordo”.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e i suoi alleati statunitensi – i falchi neoconservatori convinti delle virtù trasformative del solo potere militare – hanno fatto di tutto per convincere l’amministrazione Trump che quella fosse la via maestra per arrivare a Teheran. La cecità di Stati Uniti e Israele è stata terribile. Testimonia un’intelligence scadente, un’analisi difettosa, un’assenza di strategia e di previsione. Insomma, un’improvvisazione, accelerata dalle manifestazioni popolari represse nel sangue dal regime iraniano all’inizio di gennaio.
Il risultato, dopo 106 giorni di guerra, è una sconfitta strategica su vari livelli, nonostante alcuni successi tattici e la riduzione del potenziale militare iraniano. Ciò spiega un paradosso: per quanto incompleto e precario sia l’accordo negoziato, era impossibile sperare in qualcosa di meglio. Gli Stati Uniti non avevano previsto che l’Iran sarebbe stato in grado di attaccare gli alleati arabi nel Golfo, né di appropriarsi dello stretto di Hormuz come strumento di ricatto o merce di scambio. Chiudere uno dei rubinetti del petrolio mondiale e un asse della circolazione marittima sembra ben più concreto e devastante delle derive del programma nucleare iraniano dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Vienna nel 2018. Non si conosce ancora, ufficialmente, il testo completo dell’accordo. Ma secondo le versioni circolate grazie a fughe di notizie organizzate, non ci sono riferimenti al programma balistico iraniano. Né ai collaboratori del regime nella regione (Hezbollah, ribelli huthi nello Yemen, Hamas), al tempo stesso autonomi e organicamente legati a Teheran. Né, infine, al popolo iraniano, che si è ribellato contro il regime al costo di migliaia di morti. Trump gli aveva assicurato che “gli aiuti erano in arrivo”. Ai suoi occhi, ora conta solo un ritorno alla normalità sul piano commerciale.
Quello che incombe, nonostante le energiche smentite del presidente statunitense, è l’ombra di una sorta di rivisitazione dell’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015: restrizioni negoziate sul programma in cambio di una graduale revoca delle sanzioni economiche. Trump respinge questo parallelo. Nonostante l’evidenza, sostiene che l’accordo concluso durante l’amministrazione di Barack Obama spianasse la strada verso la bomba, mentre quello attuale sarebbe un “muro” che ostacola questa ambizione. Nell’accordo del 2015, tuttavia, l’Iran aveva rinnovato il suo impegno a non dotarsi di armi nucleari. Nei primi tre anni successivi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) aveva osservato che gli impegni assunti erano stati rispettati.
La riapertura dello stretto di Hormuz non significa un ritorno immediato alla normalità. La sfiducia tra le parti è notevole. In una dichiarazione congiunta i leader di Francia, Regno Unito, Germania e Italia hanno ribadito la disponibilità ad assumersi le proprie responsabilità, “anche attraverso una missione strettamente difensiva e indipendente volta a rassicurare il traffico commerciale e a condurre operazioni di sminamento”.
Il governo israeliano pensava di coronare il suo ciclo di campagne militari seguite al 7 ottobre abbattendo quella che considerava la fonte principale della minaccia alla sua esistenza. In realtà, si ritrova più isolato e criticato che mai in Medio Oriente. Inoltre rischia una rottura storica con il protettore statunitense. Un tempo Trump aveva legato il suo destino a quello di Netanyahu. Ora è finita. Finge di dargli ordini, esige la fine delle operazioni israeliane in Libano. Sul sito Axios il presidente ha confidato la sua esasperazione dopo l’attacco a Beirut del 14 giugno: “Perché Bibi si è sentito in dovere di lanciare questo fottuto attacco? Ero così furioso. Gliel’ho fatto sapere. Non ha alcun senso della misura”.
Il miliardario è consapevole della sua impopolarità nei sondaggi e delle crescenti critiche al rapporto speciale con Israele. È capace di rivolgere la sua retorica brutale contro “Bibi”, il soprannome di Netanyahu. Senza il sostegno logistico e le forniture degli Stati Uniti, l’esercito israeliano non avrebbe più i mezzi per realizzare le proprie ambizioni. Netanyahu voleva continuare la guerra. Trump voleva fermarla. Per entrambi il conto politico dell’impresa si annuncia salato, nonostante il loro talento per la propaganda.
Il 14 giugno sul canale conservatore Fox News il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha cominciato il pericoloso esercizio di cosmesi politica: “Penso che il mio primo messaggio al popolo americano sia ‘grazie’. Grazie alla vostra pazienza, credo che abbiamo risolto un problema che ha avvelenato questo paese da prima della mia nascita”. Il verbo “risolvere” testimonia una rara audacia oratoria. ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati