In Texas si pensa in grande, anche quando l’ambizione sembra azzardata o il sogno irrealizzabile. Ma c’è un’eccezione, forse. È l’idea, per molti fantasiosa e per altri irresistibile, che un candidato del Partito democratico possa vincere nello stato per la prima volta dopo 32 anni. Gli occhi sono puntati su due elezioni. La prima è quella per un seggio al senato federale, in cui si affrontano il candidato democratico James Talarico, che ha 37 anni ed è una delle grandi sorprese di questo anno elettorale, e il repubblicano Ken Paxton, procuratore generale dello stato, coinvolto in una serie di scandali. Secondo un sondaggio del New York Times e della Siena university, Talarico è avanti di sei punti. L’altro voto è per il governatore. Una rilevazione di metà settembre dell’istituto ReconMr e del Siena research institute dava Gina Hinojosa, la candidata democratica, quattro punti davanti al repubblicano Greg Abbott, al suo terzo mandato e da anni al centro del mondo politico texano.

Considerando quanto profondamente i repubblicani hanno dominato il Texas, e quante volte sono naufragate le speranze dei democratici, alcuni sondaggisti restano scettici. “È inevitabile farsi condizionare da tutto quello che è successo in passato”, dice James Henson, direttore del Texas politics project dell’università del Texas ad Austin. “Guardi i dati e devi ammettere che qualcosa sta succedendo. Ma continui a non voler credere ai tuoi occhi, perché sei rimasto scottato troppe volte”.

San Antonio, Texas, agosto 2026 (Christopher Lee, The New York Times/Contrasto)

Henson si riferisce alle tante occasioni in cui i candidati democratici hanno creato grandi aspettative per poi schiantarsi contro il muro repubblicano dello stato. Il primo fu Tony Sanchez Jr., petroliere di Laredo che si finanziò da solo la campagna elettorale e nel 2002 fu sconfitto dal governatore Rick Perry con 18 punti di distacco. Poi ci fu la senatrice statale Wendy Davis, che nel 2014 fu battuta da Abbott di venti punti. E infine Beto O’Rourke, deputato di El Paso che nel 2018 non riuscì per poco a strappare il seggio al senato a Ted Cruz, e che quattro anni dopo ha perso contro Abbott con un ampio distacco.

Nonostante il ricordo di queste umiliazioni, i democratici sostengono che il 2026 potrebbe essere l’anno buono. Sono convinti che la profonda impopolarità del presidente Donald Trump e la prospettiva di un’ondata democratica potrebbero arrivare perfino nello stato in cui il presidente ha stravinto nel 2024. Secondo un sondaggio condotto a settembre dalla Texas southern university, in Texas il giudizio su Trump è negativo di sette punti.

Talarico ha condotto una campagna piena di energia e ben finanziata, mentre Paxton ha organizzato meno eventi pubblici e ha dovuto affidarsi a gruppi esterni per pagare una raffica di pubblicità negative contro il suo avversario. Abbott ha speso dieci volte più di Hinojosa, senza però riuscire a costruire un vantaggio solido.

Arlington, Texas, agosto 2026 (Desiree Rios, The New York Times/Contrasto)

In Texas il Partito democratico è da tempo in difficoltà, al punto che alle ultime elezioni non è riuscito nemmeno a presentare un candidato in quasi un terzo delle competizioni, e in un quinto delle contee non ha un responsabile locale. Ma chi, come me, ricorda il senso di invincibilità dei democratici texani dopo quasi un secolo di dominio politico (tra la fine dell’ottocento e gli anni novanta del novecento), comincia a notare segnali simili di eccessiva sicurezza tra i repubblicani. Lo spostamento a destra del partito ha raggiunto il culmine a marzo, quando Paxton ha sconfitto alle primarie il più moderato John Cornyn, senatore repubblicano in carica da quattro mandati.

Nel 2023 Paxton, alleato di Trump, è stato messo sotto accusa dalla camera del Texas, controllata dai repubblicani, per fatti che comprendevano anche la corruzione; poi è stato assolto dal senato statale. La moglie lo ha accusato di adulterio. Trump lo ha appoggiato comunque, di fatto garantendogli una vittoria schiacciante contro Cornyn, ma mettendo alla prova la fedeltà degli elettori conservatori più moderati. Allo stesso modo, i repubblicani rischiano di perdere molti elettori di origine latinoamericana che nel 2024 avevano voltato le spalle ai democratici per sostenere Trump.

Paura socialista

Il Texas è uno stato enorme con 32 milioni di abitanti distribuiti in regioni molto diverse tra loro: dalle grandi aree urbane di Houston e Dallas-Fort Worth alle zone petrolifere del Texas Panhandle, fino alle località di frontiera a maggioranza ispanica della valle del Rio Grande. A livello mediatico, raggiungere tutte queste regioni è una sfida enorme per una candidata relativamente poco conosciuta come Hinojosa, deputata statale di Brownsville, città al confine con il Messico. “Il 20 per cento dei texani ancora non sa chi sono”, ha detto a settembre. La sua campagna sostiene di aver raccolto circa venti milioni di dollari. Talarico, dal canto suo, all’inizio dell’anno ha speso circa trenta milioni di dollari per presentarsi agli elettori di tutto lo stato come un uomo di fede cristiana e per sottolineare il suo lavoro alla camera statale, in cui ha presentato leggi approvate con l’appoggio di entrambi i partiti.

Ma da allora Paxton e i suoi alleati hanno speso più di cento milioni di dollari per dipingerlo come un “radicale” e uno “strano”, usando pubblicità che citano alcune dichiarazioni fatte da Talarico diversi anni fa, e poi ritrattate, secondo cui “Dio è non binario” ed esistono sei sessi biologici. Paxton e i suoi alleati hanno messo in discussione la virilità e la fede di Talarico, nel tentativo di scandalizzare uno stato che tende a mitizzare gli archetipi dell’uomo virile e devoto.

La grande domanda è se i soldi riusciranno ad avere la meglio sulle dinamiche concrete. A Laredo, città di confine che Trump ha conquistato nel 2024 – primo repubblicano a riuscirci in più di un secolo – ci sono evidenti i segni di ripensamento. A luglio l’Immigration and customs enforcement (Ice) ha arrestato lì più persone che in qualsiasi altra città degli Stati Uniti. Le imprevedibili politiche commerciali di Trump hanno aumentato l’instabilità al valico di frontiera.

Pur riconoscendo le preoccupazioni economiche condivise da molti abitanti della zona, Adrian Zapata, dirigente del settore sanitario che nel 2024 aveva votato per Trump, racconta che le pubblicità negative contro Talarico stanno facendo presa su alcuni suoi familiari. “Vedono Talarico come un radicale di sinistra”, dice. “Non ne possono più di tutte le polemiche sui pronomi they/them. Voteranno Paxton solo per questo”. Quanto a lui, dice che “non sono pronto a votare per Talarico. Ma Paxton non mi piace. Non ha mai fatto niente per il Texas del sud e le sue vicende personali e professionali gli hanno tolto molti consensi da queste parti”.

Il quadro elettorale è confuso anche nella regione degli allevamenti dell’estremo ovest, vicino al parco nazionale Big Bend. Trump e Abbott hanno sostenuto con forza sia la costruzione del muro al confine sia i data center per l’intelligenza artificiale, due progetti che rischiano di sconvolgere il carattere rurale dello stato. Una coalizione di più di duecento proprietari terrieri ha fatto causa al governo federale per il muro, mentre altri abitanti hanno promosso una petizione contro la costruzione di un nuovo data center vicino a Fort Stockton. George Johnson, che produce mangimi per bovini ad Alpine, liquida così queste preoccupazioni: “Quelli che si preoccupano dei data center erano gli stessi che si preoccupavano quando è arrivato internet. È Talarico che mi terrorizza, lui e tutti quei discorsi socialisti”.

Elon Musk alla riscossa

◆ Con il quadro politico che si fa più complicato per i repubblicani in vista delle elezioni, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, sta spendendo molti soldi per sostenere il partito. Da luglio ha versato più di 276 milioni di dollari a gruppi conservatori e ad America Pac, il comitato politico da lui fondato. “Di questi, 158 milioni sono andati al Senate leadership fund, il principale comitato che sostiene i candidati repubblicani al senato”, spiega il New York Times. America Pac ha organizzato una vasta campagna porta a porta in sette stati decisivi. Una parte importante dello sforzo è concentrata sul Texas, dove Musk ha donato dieci milioni al comitato che sostiene Ken Paxton e la sua rete punta a mobilitare gli elettori conservatori meno assidui, insistendo soprattutto sui temi transgender e sugli attacchi a James Talarico.


Altri abitanti di questa regione largamente conservatrice pensano invece che i repubblicani non abbiano mantenuto le promesse. Thaddeus Cleveland, lo sceriffo repubblicano della contea di Terrell, ricorda che sia lui sia la sua contea hanno votato per Trump nel 2024, ma aggiunge: “Stiamo vedendo il contrario di quello che aveva promesso in campagna elettorale, per esempio la guerra con l’Iran”. Secondo Cleveland, le pubblicità negative dei repubblicani peseranno sul voto dei suoi concittadini meno “del prezzo della spesa e della benzina, che qui incidono ancora di più perché siamo lontani da tutto”.

Nella contea di Tarrant, che comprende Fort Worth, l’equilibrio politico è incerto. I repubblicani potrebbero pagare il fatto di aver sopravvalutato la forza del mandato ricevuto dagli elettori. Hanno tagliato i fondi alle organizzazioni non profit che assistono i minori a rischio, rimosso libri dalle biblioteche scolastiche secondo criteri ideologici ed eliminato gli autobus gratuiti per raggiungere i seggi nei quartieri poveri. Dal 2020 nello stato non è più possibile votare con un’unica scelta tutti i candidati dello stesso partito: bisogna scegliere separatamente il candidato per ogni carica. In passato questa possibilità era usata soprattutto nelle grandi contee urbane, in maggioranza democratiche. Il Texas è inoltre uno degli otto stati che non consentono a tutti di registrarsi online per votare, e anche il voto per posta è fortemente limitato.

A gennaio Abbott ha consegnato all’amministrazione Trump l’elenco dei circa 18,7 milioni di elettori registrati nello stato e, in seguito, 1,2 milioni di loro sono stati inseriti nella suspense list, l’elenco di chi deve verificare il proprio indirizzo perché la registrazione elettorale sia considerata valida. Per i democratici è particolarmente preoccupante anche la recente chiusura di quasi un terzo dei seggi della contea di Tarrant, decisa dalla commissione locale controllata dai repubblicani.

“In passato abbiamo perso le elezioni perché dalla contea di Tarrant non sono arrivati abbastanza voti da compensare il vantaggio repubblicano nelle zone rurali”, dice Wendy Davis parlando dell’affluenza. “Se a novembre lì non arriviamo al 53 o 54 per cento, è finita. James e Gina non possono vincere”. Henson non si sbilancia su chi vincerà a novembre, ma pensa che un po’ alla volta il Texas diventerà uno stato più favorevole ai democratici. “Anche se Talarico perdesse con un margine simile a quello di O’Rourke”, dice, “il prossimo voto sarà per le presidenziali, quando probabilmente Trump non sarà popolare e l’affluenza democratica sarà più alta. Quindi i democratici del Texas hanno qualche motivo per essere ottimisti”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati