Seduta su una panchina nel cortile del liceo Maarouf Saad a Sidone, nel sud del Libano, Nour fuma il narghilè. “Quando è stato proclamato il cessate il fuoco siamo partiti all’alba per tornare a Nabatiye al Fawqa”, racconta la giovane madre di due gemelli di un anno. Si riferisce all’accordo raggiunto da Israele e Hezbollah il 16 aprile, poi prolungato fino alla metà di maggio. “La nostra casa regge, ma la distruzione è enorme. Non ci sono praticamente più strade, guidavamo su vetri e sabbia. E non c’è elettricità”, racconta Nour.

Pur determinata a restare, la famiglia ha resistito solo una notte. “Era spaventoso, le esplosioni erano molto forti. Gli israeliani facevano saltare in aria interi quartieri nei dintorni, ma lì eravamo senza internet e non sapevamo esattamente cosa stesse succedendo”, aggiunge la donna. Il giorno dopo Nour è tornata al centro di accoglienza di Sidone. Suo marito, agricoltore, sta ancora cercando di raggiungere il sud per lavorare. “Il grano è cresciuto bene, ma è inaccessibile”, si rammarica.

Molti sfollati come lei, sparsi sul territorio da quando è ricominciata la guerra tra Hezbollah e Israele il 2 marzo, hanno ripreso la strada verso sud dopo il cessate il fuoco, nonostante gli appelli alla prudenza delle autorità. Anche se sono abituati alla guerra, non si aspettavano uno shock così grande. “A Kolayleh non c’è più nulla”, sussurra Aliya, con le lacrime agli occhi. Insieme alla sorella Fatma ha impiegato otto ore per raggiungere il suo villaggio nel distretto di Tiro. “Pensavamo di restare a qualsiasi costo”, dice mentre arrotola foglie di vite in un’aula trasformata in rifugio. “Abbiamo trovato un villaggio fantasma. La distruzione è totale, ben più grave che durante l’ultima guerra”, dice riferendosi alle ostilità durate due mesi e concluse nel novembre 2024. “Le case che non sono state distrutte sono state bruciate, le macerie ricoprono le strade e i boati delle esplosioni sono incessanti”.

Fatma non può più tornare a Bayada: “Gli israeliani occupano la mia casa da due anni”. Hanno trascorso appena due ore sul posto, prima di fare marcia indietro. Aliya aggiunge: “I miei pensieri vanno agli shabab”, come sono chiamati i combattenti di Hezbollah. “Spero che siano più al sicuro dopo il cessate il fuoco”.

le monde

Anche i loro vicini hanno cercato di rientrare al villaggio di Toul (vicino Nabatiye), ma non ce l’hanno fatta. Originaria di Kfar Kila (villaggio di confine distrutto da Israele nel 2024), Haifa si era trasferita lì con due dei suoi figli. Il marito e il figlio maggiore, che non hanno voluto andarsene, sono stati feriti nell’attacco alla loro casa e ora sono ricoverati a Toul. “Siamo dovuti tornare al centro di accoglienza di Sidone perché non avevamo un posto dove andare. Se trovo un alloggio a Toul, ci tornerò per stare con loro”, spiega Haifa.

Chi ha perso tutto

L’ottantenne Mohammad ha cercato di tornare a casa sua a Toura (vicino Tiro), un villaggio relativamente risparmiato dal conflitto. È rimasto per alcuni giorni, ma alla fine è tornato a Sidone “perché gli israeliani continuano a minacciare di bombardarci”.

Nei corridoi del centro di accoglienza alcune ong distribuiscono razioni alimentari. Con un piatto in mano e un bambino piccolo e malato in braccio, Zeinab si lamenta della permanenza. “Mio figlio è asmatico”, spiega. Originaria di Al Bazuriyya (vicino Tiro), anche lei non ha esitato a tornare a casa appena è stato annunciato il cessate il fuoco. Due o tre ore di strada per ritrovarsi “all’inferno”, racconta. Una devastazione totale, un villaggio fantasma ancora immerso nel fragore delle esplosioni. “Inabitabile”.

Da sapere
Accuse reciproche

◆ Il 26 aprile 2026 è stata la giornata più sanguinosa in Libano da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco raggiunto da Hezbollah e Israele il 16 aprile e poi esteso, con la mediazione degli Stati Uniti, fino alla metà di maggio. Le due parti si sono accusate a vicenda di violare l’accordo e i bombardamenti israeliani nel sud del paese hanno ucciso almeno 14 persone. Il gruppo armato sciita ha dichiarato che non fermerà gli attacchi contro le truppe israeliane in Libano e le città nel nord d’Israele finché Tel Aviv continuerà a violare il cessate il fuoco; che non aspetterà una diplomazia che si è “mostrata inefficace”, e non farà affidamento sulle autorità libanesi incapaci di “proteggere il paese”.

Le truppe israeliane agiscono all’interno di quella che hanno definito una “linea gialla”, che delimita una fascia di territorio libanese di circa dieci chilometri lungo tutto il confine, da dove gli abitanti sono stati costretti a sfollare. Il 26 aprile è stata ordinata l’evacuazione di altre sette città situate a nord del fiume Litani e oltre la “zona cuscinetto” tra i 5 e i 10 chilometri occupata dall’esercito israeliano prima del cessate il fuoco. Dal 2 marzo, quando sono riprese le ostilità tra Israele e Hezbollah, sono stati uccisi più di 2.500 libanesi, secondo il governo di Beirut, e più di un milione sono sfollati. Hezbollah ha ucciso due civili in Israele e sedici soldati israeliani sono morti in Libano. The Guardian


C’è poi chi non può nemmeno permettersi di tentare un ritorno. Intorno a un tavolo nel cortile, alcuni uomini disoccupati giocano a carte. Provengono da Kfar Kila, Aita al Shaab o altri villaggi di confine, oggi occupati dagli israeliani. Hanno perso tutto. “Abbiamo speso i nostri pochi risparmi. Nessuno ci aiuta, né i nostri partiti né lo stato libanese”, dice uno di loro riferendosi alle formazioni sciite. Un altro, Jamil, chiede al governo di “destinare aiuti materiali agli sfollati perché la situazione peggiora di giorno in giorno”.

Nel centro di accoglienza i volti sono tristi, gli occhi stanchi, i sorrisi malinconici. La leggendaria resilienza degli abitanti del sud del Libano è stata messa a dura prova dal nuovo esodo, dal fallito tentativo di rientro e dalle immagini di devastazione che li perseguitano. “Sono rimasta delusa”, sospira Nour. “Quando ho capito che ci restava solo il centro di accoglienza è stato come se mi avessero pugnalata al cuore”, conferma Zeinab. Non per questo però hanno perso la speranza di riprovarci. “Quando ci sarà una vera pace, monteremo delle tende sulle rovine del villaggio e ricostruiremo le nostre case”, affermano le due sorelle. ◆ adg

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati