All’inizio di febbraio gli Stati Uniti hanno raggiunto un’intesa per una sorta di tregua con i taliban. Se ci sarà un calo della violenza per almeno una settimana, il 29 febbraio le due parti firmeranno un accordo. Ma, esaminandola nei dettagli, è chiaro che questa “tregua” serve prima di tutto al presidente statunitense Donald Trump per mantenere la promessa di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Il fatto che voglia farlo nell’anno delle elezioni, senza valutare se il paese sia in grado di ricucire in modo civile tutti i conflitti e le discordie interne, dimostra che questo negoziato riguarda più gli elettori in Ohio, Michigan e Florida che la gente di Kabul o Kandahar. Qualche lato positivo, tuttavia, c’è.

La presenza nei negoziati con gli Stati Uniti del mullah Abdul Ghani Baradar, uno dei fondatori del movimento dei taliban, è importante e potrebbe rendere il processo di pace in Afghanistan più efficace. Il coinvolgimento di molti importanti leader taliban potrebbe portare a decisioni più incisive rispetto al passato. Kabul ha chiesto più volte di partecipare a questa fase dei negoziati, ma il gruppo finora si è rifiutato di trattare direttamente con il governo afgano. E Washington ha fatto capire che un accordo con i taliban è la condizione per un cessate il fuoco e per avviare colloqui diretti tra le due parti afgane. Il piccolo successo rappresentato da questa tregua, quindi, potrebbe accelerare il processo di pace e se non altro depotenziare i conflitti interni con i taliban.

Soldati statunitensi in Afghanistan, 6 giugno 2019 (THOMAS WATKINS, AFP/Getty Images)

Purtroppo ci sono diversi ostacoli significativi, che riguardano non solo le condizioni della tregua, ma anche quello che dovrebbe succedere in seguito, quando i taliban dovrebbero sedersi davvero al tavolo dei negoziati con i rappresentanti del governo afgano. In primo luogo bisogna notare che fino a oggi i taliban hanno negoziato con diversi paesi, tra cui Russia, Cina, Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti, ma qualsiasi reale progresso per la pace in Afghanistan è andato in fumo perché hanno mantenuto la loro indole totalitaria e puntano alla supremazia assoluta nel paese. I taliban – in prevalenza pashtun – non disprezzano solo il governo ma anche gli altri gruppi etnici del paese, tra cui gli azara, gli uzbechi e i tagichi. Perciò se i taliban non cambieranno posizione sulla condivisione del potere, anche un cessate il fuoco reale non avrebbe risultati duraturi. Purtroppo questo non è un vero cessate il fuoco: secondo gli accordi le ostilità devono essere sospese per almeno una settimana per poter passare alle fasi successive. Ma dato che un vero cessate il fuoco sarebbe stato difficile da ottenere, le due parti si sono accordate sull’uso dell’espressione “significativa riduzione della violenza”. Non è chiaro cosa s’intenda per “significativa”, tenuto conto del fatto che nel 2019 i taliban hanno condotto una media di 75 attacchi al giorno. I miliziani, dal canto loro, hanno promesso di non attaccare “importanti centri abitati, autostrade e palazzi governativi” per una settimana a partire dal 21 febbraio, riservandosi però il diritto di rispondere con la violenza a qualunque azione di Kabul ritenuta inappropriata.

Lo scetticismo degli afgani

Ma alti funzionari afgani hanno fatto notare che un calo della violenza per una settimana non servirà a molto, dato che eventuali negoziati tra Kabul e i taliban saranno lunghi, difficili e tesi. Il presidente afgano Ashraf Ghani, inoltre, continua a essere scettico sulla volontà dei taliban di rispettare l’obiettivo di lungo periodo della tregua e sulla loro disponibilità a tenere elezioni libere e imparziali, che hanno sempre rifiutato. Molti funzionari locali in Afghanistan ritengono che l’unica possibilità di pace sia legata al ritiro delle forze straniere. Agli occhi di molti afgani, infatti, gli Stati Uniti sono responsabili per la nascita del gruppo Stato islamico (Is) e i taliban sono l’unica forza in grado di contrastare l’Is, la cui presenza continua a essere destabilizzante. Inoltre, finché le truppe statunitensi rimarranno nel paese, l’esercito afgano sarà impotente, perché dipenderà di fatto dalla lea­dership americana. C’è quindi una parte significativa della società afgana che concorda con Trump: se il paese vuole essere indipendente e in pace non c’è altra via se non escludere il coinvolgimento attivo degli Stati Uniti.

Il futuro dell’Afghanistan sembra dipendere da una tregua basata su tentativi ed errori. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati