Quando era vicepresidente del Venezuela, Delcy Rodríguez aveva accusato la leader dell’opposizione María Corina Machado di voler consegnare agli Stati Uniti le ricchezze del paese, a partire dagli enormi giacimenti di petrolio.
“La manovrano come una marionetta”, diceva nel 2024. “Quali ordini le hanno dato i suoi padroni? Consegnare il petrolio, il gas, l’oro. Vogliono che svenda e calpesti la nostra dignità storica”.
Una delle persone che otterrà vantaggi dall’accordo è Alejandro Betancourt
Oggi Rodríguez è la presidente ad interim grazie a Donald Trump e il 28 agosto proprio il presidente statunitense ha annunciato un accordo petrolifero con il Venezuela definendolo “il migliore della storia”. Il patto garantisce a Washington una quota di controllo su quasi un quarto delle riserve petrolifere non ancora sfruttate del Venezuela.
L’accordo prevede che gli Stati Uniti entrino in una joint venture con un’azienda privata, creando un nuovo colosso petrolifero che, secondo l’amministrazione Trump, deterrà contratti di cento anni sui giacimenti petroliferi venezuelani. Diventerebbe la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve, dopo la Saudi Aramco.
L’accordo consolida il dominio della Casa Bianca sul Venezuela, diventato dallo scorso gennaio, quando l’esercito statunitense ha catturato l’ex presidente Nicolás Maduro, una sorta di neocolonia di Washington. I venezuelani hanno la sensazione che la storia si stia ripetendo, con una svolta: un governo a lungo criticato per i suoi accordi petroliferi poco trasparenti e per la corruzione diffusa sta ora stringendo un patto opaco e duraturo con un nuovo protettore: gli Stati Uniti.
Trump ha promesso che incrementerà le riserve petrolifere del Venezuela, assicurando al paese “una grande prosperità e un grande successo”. Il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha scritto su X che l’intesa “porterà quasi cento miliardi di dollari di investimenti privati” in Venezuela.
Per ora i dettagli dell’accordo sono poco noti, e i venezuelani hanno più domande che risposte. Fino a che punto Caracas ne beneficerà? Quanto costerà ai contribuenti statunitensi, considerando che servono importanti investimenti preliminari? Alla fine saranno solo le aziende private ad arricchirsi, a cominciare da quella controllata dal discusso imprenditore Alejandro Betancourt?
Rodríguez ha assicurato che l’accordo “alimenterà un flusso di investimenti il cui scopo sarà ricostruire le infrastrutture strategiche per lo sviluppo della nostra industria degli idrocarburi”. Ha ringraziato Trump, Rubio e il governo degli Stati Uniti per l’impegno nella trattativa, ma ha contraddetto il presidente statunitense su alcuni dettagli dell’intesa: ha affermato che il progetto è stato firmato per 25 anni, non per cento, con un obiettivo di produzione di più di 1,5 milioni di barili al giorno; ha stimato che le entrate per lo stato venezuelano raggiungerebbero i 209 miliardi di dollari, ovvero 19 dollari al barile.
“C’è un aspetto che dev’essere chiaro”, ha aggiunto. “Il Venezuela mantiene la proprietà e la sovranità sulle sue risorse, e userà capitali, tecnologia e capacità operativa per la ripresa di un’industria strategica colpita dalle sanzioni”.
Gli errori del passato
Una delle persone che con ogni probabilità otterrà grandi vantaggi dall’accordo è Alejandro Betancourt, un imprenditore venezuelano con molta esperienza nell’industria petrolifera nazionale che negli ultimi dieci anni è stato indagato per riciclaggio in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. In base all’accordo, Washington collaborerà con la compagnia di Betancourt, la North American Blue Energy Partners (Nabep), seconda produttrice petrolifera privata del paese.
Mano a mano che Betancourt assumeva un ruolo centrale nell’amministrazione Trump, lavorando come intermediario con l’industria petrolifera venezuelana e come mediatore nei primi accordi di quest’anno, alcuni funzionari statunitensi hanno fatto pressioni per far chiudere un’indagine per riciclaggio di denaro a suo carico in Svizzera, come abbiamo scritto qualche giorno fa (citando due persone informate sulla questione).
Gli Stati Uniti, inoltre, non hanno dato seguito a un mandato d’arresto svizzero a suo carico, sempre secondo le fonti che hanno chiesto di restare anonime. Al contrario, gli hanno permesso di entrare più volte nel paese per incontrare i rappresentanti dell’amministrazione Trump.
Francisco Palmieri, ex diplomatico statunitense a capo della missione per il Venezuela (che prima della elezioni del 2024 aveva ottenuto la cancellazione di alcune sanzioni sul petrolio), sottolinea che la disponibilità a lavorare con Betancourt – “disprezzato quasi da tutti in Venezuela” – mina la credibilità dell’accordo. A prescindere dal ruolo dell’imprenditore, Palmieri teme che l’intesa possa creare le condizioni per spingere il governo di Delcy Rodríguez a rinviare le elezioni e conservare il potere con il pretesto di dover applicare quelle disposizioni.
“Qual è la contropartita?”, chiede Palmieri. “Se si tratta solo del fatto che gli Stati Uniti continuino a esercitare un controllo totale sul regime, significa che avranno sempre più voce in capitolo su ciò che succederà in Venezuela nei prossimi anni”.
David Smolansky, portavoce di Machado a Washington, sottolinea che da tempo l’opposizione venezuelana chiede la privatizzazione dell’industria petrolifera nazionale, ma pensa che un accordo di questo tipo dovrebbe essere negoziato da “un governo legittimo e democratico capace di imporre lo stato di diritto e offrire garanzie a lungo termine”.
Francisco Rodríguez, economista venezuelano che insegna all’università di Denver, fa notare che si sa molto poco dell’accordo, nonostante sia stato presentato come un fatto compiuto. “Questo è di per sé un problema grave. È il genere di scarsa trasparenza a cui siamo stati abituati durante il chavismo”, ricorda Rodríguez riferendosi al partito socialista al potere. “È l’incarnazione di tutti gli errori commessi in passato”.
L’accordo rischia inoltre di allargare la spaccatura nel Partito socialista venezuelano (emersa dopo la cattura di Maduro) e di consolidare il ruolo degli Stati Uniti come protettori di un governo che per anni ha considerato Washington il nemico imperialista per eccellenza. Per alcuni sostenitori di vecchia data del chavismo, l’accordo è una pesante umiliazione nazionale e una perdita di sovranità.
“Questo paese ha bisogno d’informazione”, spiega Juan Barreto, ex leader politico vicino a Chávez. I lavoratori del settore petrolifero venezuelano hanno capito che il contratto “è stato firmato alle loro spalle, senza nessuna spiegazione e in un’atmosfera di totale segretezza. Così si alimenta il sospetto che il piano non tuteli gli interessi della maggioranza della popolazione e metta a repentaglio il patrimonio nazionale”.
Una domanda fondamentale
Secondo Rafael Ramírez, che ha guidato l’azienda petrolifera statale Pdvsa dal 2004 al 2014 e il ministero dell’energia, prima di entrare in confitto con Maduro e di andare in esilio, l’accordo è un atto di capitolazione di portata storica. Su X, ha dichiarato che il piano cede il controllo del territorio e del petrolio a una potenza straniera.
Ricardo Hausmann, economista della Kennedy school of government di Harvard, ministro della pianificazione del Venezuela negli anni novanta e poi capo economista della Banca interamericana di sviluppo, è tra i più illustri critici dell’accordo. Su X, ha parlato di un’intesa anticostituzionale raggiunta da un “governo ad interim illegittimo”.
Secondo Roxanna Vigil, ex funzionario del dipartimento del tesoro statunitense e della Casa Bianca che si è occupata spesso di questioni venezuelane, la prima amministrazione Trump aveva messo in chiaro, anche attraverso le sanzioni, che “il regime di Maduro era uno dei più corrotti dell’emisfero, forse addirittura del mondo. Ora invece si fa affidamento su quelle stesse persone e sugli stessi comportamenti per instaurare un sistema opaco in cui non sappiamo come venga realmente gestita gran parte del denaro”. Si parte dal presupposto, ha aggiunto, che gli Stati Uniti “non siano corrotti quanto il Venezuela”. Ma la mancanza di trasparenza e il modo in cui sono gestiti i fondi sollevano una domanda fondamentale: “Siamo davvero più bravi di Caracas a gestire il denaro del Venezuela? Siamo forse più affidabili? O stiamo semplicemente collaborando con le stesse persone che hanno distrutto il
paese?”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati