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alla sua tenda con il tetto di paglia, Fatima Cheikh Mohammad Bouya, 49 anni, scruta il vasto paesaggio roccioso sperando di avvistare qualcuno, possibilmente viaggiatori in cerca di una sistemazione per la notte. È la custode di uno dei siti naturalistici più sorprendenti dell’Africa, la struttura di Richat, detta l’occhio del Sahara, un’enorme formazione circolare di circa quaranta chilometri di diametro che si trova nell’altopiano di Adrar, nel nord della Mauritania. Può essere ammirata integralmente solo dal cielo, e dall’alto i suoi cerchi concentrici ricordano un occhio. Stando ad alcune leggende, segnerebbe il luogo in cui sorgeva la città di Atlantide.

Bouya spera di veder arrivare i turisti, che spesso si muovono in gruppo e che portano valuta straniera. Potrebbe vendergli una piccola pietra che riproduce la forma del Richat oppure ospitarli per la notte sotto il cielo del deserto, affittandogli delle tende e servendogli la cena. “Questa terra appartiene tutta alla mia famiglia”, afferma Bouya con orgoglio, seduta su un tappeto rosso scolorito e indicando una mappa davanti a sé. Lei è una delle centinaia di persone che vorrebbero approfittare della lenta riscoperta della Mauritania come destinazione di viaggio.

Il paese copre un vasto territorio, per il 90 per cento desertico, tra l’Africa settentrionale e quella occidentale. Il paesaggio è un misto di Sahara e costa atlantica, mentre la sua cultura è influenzata da entrambe le regioni. Un tempo arrivavano in Mauritania circa trentamila turisti all’anno, ma una serie di attacchi violenti ha interrotto questo flusso.

Alla riscossa

Ora il governo punta sulle campagne pubblicitarie per rilanciare il paese, e incassa qualche primo segnale positivo. “La Mauritania sta vivendo una specie di riscossa nel mondo dei viaggi”, afferma Sean Connolly, esperto di turismo, che sulle pagine del Times di Londra l’ha definita la destinazione del 2026. Connolly ha anche scritto la prima guida della Mauritania in inglese.

La leva principale per i turisti, dice, è la sicurezza. “La Mauritania resta in cima a una lista sempre più ristretta di destinazioni che permettono di esplorare il Sahara liberamente e senza timori”, dice.

In Mauritania il turismo aveva vissuto un’età dell’oro all’inizio degli anni duemila. Tra novembre e febbraio, la stagione più fresca, arrivavano molti visitatori, in particolare dalla Francia. Tanti volevano vedere un pezzo della Parigi-Dakar, il rally automobilistico che partiva dalla Francia, attraversava il deserto e arrivava nella capitale senegalese.

A partire dal 2007, però, dei gruppi armati provenienti dall’Algeria, tra cui Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, presero di mira alcune aree del paese, inclusa la capitale Nouak-chott. La vigilia di Natale del 2007 alcuni componenti di Aqmi uccisero quattro turisti francesi ad Aleg, nella Mauritania occidentale. L’attentato scioccò la comunità internazionale perché i terroristi spararono a una famiglia che faceva un picnic sul ciglio della strada. I sospettati furono poi arrestati e condannati a morte nel 2010. A quell’epoca la Mauritania aveva già subìto una serie di attacchi, tra cui un tentativo di assalto all’ambasciata francese. Il flusso di turisti diminuì. Il rally fu spostato in Medio Oriente e i voli charter che un tempo portavano i turisti francesi direttamente nella regione dell’Adrar furono sospesi.

In risposta il governo mauritano decise di rafforzare l’apparato di sicurezza: alcune zone di confine furono dichiarate aree militari, pattugliate da soldati scelti. Le autorità cercarono l’appoggio dei leader religiosi, a cui chiesero di predicare contro l’estremismo islamico, anche all’interno delle carceri. Le scuole coraniche furono sottoposte a controlli rigorosi e si cercò di facilitare l’accesso all’istruzione.

Di recente l’attenzione si è spostata sulla lotta alla povertà nelle aree rurali. È stato ampliato il numero di famiglie che hanno diritto ai sussidi e i servizi di base, come acqua, elettricità, assistenza sanitaria, scuole e reti di telefonia mobile, sono arrivati anche nelle zone più remote.

Dal 2011 non ci sono più stati attentati. Anche se ogni tanto si sente parlare di accordi informali tra le autorità e i gruppi armati, di fatto non c’è nessuna conferma ufficiale, afferma Baba Adou, ricercatore mauritano dell’università della Florida, negli Stati Uniti. Il collasso dell’apparato di sicurezza in Mali nel 2012, spiega, ha attirato le milizie affiliate ad Al Qaeda e al gruppo Stato islamico, spingendole a lasciare la Mauritania. “Nelle zone vicine al confine maliano, però, i conflitti continuano”, avverte Adou, anche perché nel paese vicino la situazione resta critica.

Intanto i rappresentanti mauritani partecipano più spesso alle fiere internazionali del turismo e invitano gli operatori di viaggio stranieri. Secondo i dati del governo, tra il 2018 e il 2019 gli arrivi di turisti in Mauritania sono aumentati del 166 per cento dopo che il costo del visto è stato ridotto da 120 a 40 euro, attirando nel paese quattromila visitatori. Nel 2026 finora le presenze sono state settemila, afferma Alioune Cheikh, titolare di un’agenzia di viaggi. Anche se i numeri sono più bassi di vent’anni fa, il turismo è una fonte di reddito importante in un paese in cui un terzo della popolazione vive in povertà.

Il treno della miniera

Oggi attraversando il deserto è difficile immaginare che prima questo paesaggio fosse pericoloso. Per chilometri si vedono solo dune e di tanto in tanto incontriamo una carovana di cammelli o una mandria di capre, magre e dal collo lungo.

Sui social media l’Iron ore train è diventato il simbolo del richiamo esercitato dal paese: questo treno merci percorre ogni giorno i 640 chilometri tra la miniera di Zouerat, nell’entroterra, e il porto di Nouadhibou, sull’oceano Atlantico, e i turisti più avventurosi viaggiano sui vagoni merci scoperti attraverso le dune.

Oltre al treno ci sono altri luoghi turistici, soprattutto nella regione montuosa dell’Adrar, dove si trovano canyon e oasi. I turisti possono ammirare i resti dell’antica città di Ouadane. “Non avevo aspettative particolari”, racconta Martha Capa, trent’anni, una turista belga. “In realtà volevo andare in Senegal, ma la Mauritania è stata una magnifica sorpresa”. Ha comunque notato qualche carenza: il sito archeologico non ha custodi né una vera biglietteria. Ma è arrivata una guida che ha accompagnato il suo gruppo tra le rovine. “La Mauritania è bellissima e ha tanto da offrire, però i siti dovrebbero essere più curati”, dice Capa.

Un altro turista, Matteo Zucchelli, 44 anni, proprietario di un’agenzia di viaggi in Italia, racconta di essere partito per la Mauritania dopo averne sentito parlare da altri viaggiatori. Spiega però che molti dei suoi clienti preferirebbero strade desertiche più agevoli e alloggi di categoria superiore, simili a quelli in Marocco. “Gli italiani vogliono le comodità e il lusso”, nota.

Secondo Sean Connolly è la natura pressoché intatta dei suoi siti a rendere unica la Mauritania. Fino a poco tempo fa, osserva, molti abitanti conducevano una vita nomade, caratterizzata da una cultura basata sulla mobilità e l’ospitalità. “Le persone portavano con sé le tende e, se incontravano qualcuno che non le aveva, gli offrivano da mangiare e un riparo. Questo senso dell’ospitalità ha fatto sì che non sia sorto quasi nessun albergo di lusso”. Ora, però, le cose stanno cambiando: ad aprile la catena Sheraton ha inaugurato un albergo a Nouakchott.

Alla struttura di Richat, Fatima Bouya aspetta gli ospiti. “Lavoro in questo settore da quand’ero bambina, ma nel periodo degli attacchi ci siamo dovuti fermare”, afferma, raccontando di quando suo padre ospitò il naturalista francese Théo-dore Monod. Con una popolazione di 5,5 milioni di abitanti, la Mauritania è così poco popolata che famiglie come quella di Bouya possono controllare grandi porzioni di territorio intorno a siti come quello di Richat.

Bouya dice di aver ripreso l’attività per guadagnarsi da vivere. Seduta sul tappeto scolorito prepara lo zrig, una bevanda a base di latte di capra fermentato, e mette in infusione il tè ataya su un piccolo fornello a gas. Anche se il numero dei visitatori è cresciuto, attirare i turisti è difficile. In passato le agenzie di viaggio organizzavano visite regolari.“Ora i turisti sono una risorsa per cui dobbiamo lottare”, afferma. “L’ultima volta che ho ospitato qualcuno è stato tre notti fa, quando sono arrivati sette italiani. Ma in magazzino ho cento tende”. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 114. Compra questo numero | Abbonati