Il nuovo coronavirus è qualcosa di più di un’epidemia mortale. È anche una tela su cui sono proiettati i timori e i pregiudizi più profondi. Ma è in questi momenti di diffusione del panico e della paranoia, alimentati dalle immagini distopiche di città deserte e navi da crociera in quarantena, che è importante capire qual è la ricaduta emotiva ma anche quali sono le conseguenze sull’economia politica.
Davanti alla paura del coronavirus è utile riflettere sul romanzo di Thomas Mann Morte a Venezia, scritto nel 1912, in cui una misteriosa malattia (che poi si scoprirà essere il colera) si diffonde in quel “paradiso” dei turisti. Alla base del romanzo c’è la paura orientalista della contaminazione proveniente dall’est : “l’orrore della diversità” di cui parla il protagonista Ashenbach quando scopre che la malattia è arrivata dall’India e prima di raggiungere il Mediterraneo e Venezia si è diffusa in tutta l’Asia. Nel quattrocento la città lagunare fu una delle prime a introdurre un sistema di quarantena marittima. In Italia la quarantena ha una lunga storia: usata per la prima volta a Modena nel 1374 per tenere fuori dalla città persone potenzialmente infette, fu poi usata per impedire l’ingresso nelle città di stranieri, minoranze, ebrei e arabi. Diventò un mezzo per segregare alcune persone. Nel 1836 Napoli impedì con la quarantena la circolazione di prostitute e mendicanti, considerati portatori del contagio. Con il nuovo coronavirus sono i cinesi a portare il peso del sospetto xenofobo.
Un virus non è solo un agente biologico che si riproduce nelle cellule vive di un organismo, ma è anche parte di un’ideologia che considera “l’altro” come una malattia. Il 30 gennaio, dopo i primi casi di coronavirus identificati in Italia, il leader della Lega Matteo Salvini, ha twittato: “E poi eravamo noi a essere speculatori e catastrofisti. Frontiere aperte, incapaci al governo”.
E non sono solo i nazionalisti a usare il coronavirus per “dimostrare” che hanno ragione sulla chiusura dei confini. “Anche i mezzi d’informazione progressisti hanno trattato il virus come se fosse intrinsecamente cinese. Il 1 febbraio il settimanale tedesco Der Spiegel in copertina aveva la foto di una persona in tuta protettiva, maschera antigas e con un iPhone in mano. Il titolo era “Made in China”. Lo stesso giorno il titolo della copertina dell’Economist era: “Quanto diventerà grave?”, e c’era l’immagine della Terra coperta da una mascherina fatta con la bandiera cinese.
Il razzismo della purificazione
Nel 1978 Susan Sontag nel suo libro Malattia come metafora condannava il linguaggio che attribuisce la colpa alle vittime spesso usato per descrivere alcune malattie. A distanza di quarant’anni, si parla ancora di malattie in modo semplicistico e gli si attribuisce un valore simbolico: il nuovo coronavirus è usato come metafora per esprimere ogni genere di paure, compresa, come dimostrano lo Spiegel e l’Economist, la paura della posizione dominante della Cina nell’economia globale. Le copertine dei due settimanali rappresentano il pericolo economico che il virus costituisce per il capitalismo, cioè per la produzione di merci, dagli iPhone alle auto Tesla.
Il coronavirus influisce in modo significativo sull’economia, soprattutto sul turismo e sulla produzione. Ma non determinerà il crollo del neoliberismo – l’ideologia dominante degli ultimi quarant’anni – il cui principio consiste nel proteggere l’economia di mercato dalle forze democratiche. Come sostiene il filosofo Michel Foucault in due conferenze tenute al Collège de France negli anni settanta, il neoliberismo opera attraverso una nuova forma di governo che si preoccupa del “controllo biopolitico delle popolazioni”. Questo obiettivo, che si raggiunge con “tecnologie di controllo”, come l’assistenza sanitaria e le punizioni, può portare a quello che Foucault definiva il “razzismo di stato” e al razzismo della “purificazione permanente”. L’idea è stata ripresa dallo storico canadese Quinn Slobodian, autore di Globalists. Nel 2018 Slobodian ha sostenuto sul New York Times che l’estrema destra vuole introdurre una “globalizzazione modificata” basata sull’ostilità verso l’immigrazione, in cui “la circolazione delle merci e del denaro sarà libera, ma non quella delle persone”.
I casi di Covid- 19, la malattia causata dal nuovo coronavirus (Sars-CoV-2), nel mondo sono quasi 95mila, mentre le morti salgono a 3.245 (dati del 4 marzo). I paesi e i territori toccati dall’epidemia sono 81. La Cina registra la stragrande maggioranza dei contagi (più di ottantamila), seguono la Corea del Sud (5.621), l’Italia (3.089), l’Iran (2.922), il Giappone (287), la Francia (257) e la Germania (240 casi). Argentina, Cile e Polonia hanno segnalato i primi casi sul loro territorio. Il Regno Unito, ora a 87 contagi, si aspetta un aumento consistente nei prossimi giorni. L’Iraq ha segnalato il primo decesso. L’Iran ha rilasciato temporaneamente più di 54mila detenuti, con pene inferiori ai cinque anni, per contrastare la diffusione del virus nelle carceri sovraffollate. Negli Stati Uniti i casi confermati sono 129, molti nello stato di Washington, dove ci sono stati nove morti. Ma nel paese i casi rischiano di essere molti di più; i costi della sanità e la mancanza di copertura assicurativa per molti possono spingere le persone a rischio a non rivolgersi alle strutture sanitarie. Nell’Africa subsahariana è stato segnalato un caso in Nigeria e due in Senegal; nel nord del continente, tre casi in Algeria, due in Egitto, uno in Marocco e uno in Tunisia.
Germania, Indonesia e Russia sono alcuni dei paesi che hanno vietato l’esportazione di mascherine e altre attrezzature mediche usate per proteggersi dal Covid-19. La Francia ha requisito le scorte di maschere protettive fino al 31 maggio. L’Italia, dove non si producono mascherine, ne ha acquistate 900mila dal Sudafrica.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato il “rapido esaurimento” delle scorte di dispositivi di protezione e ha auspicato un aumento del 40 per cento della produzione. Si stima che ogni mese saranno necessari 89 milioni di mascherine mediche in tutto il mondo, oltre a 76 milioni di guanti e 1,6 milioni di occhiali protettivi. La Cina ha convertito le linee di produzione di cappotti, pannolini e anche di telefonini per fabbricare mascherine o tute protettive, destinate anche al mercato estero. L’India, che è il principale fornitore mondiale di farmaci generici, ha limitato l’esportazione di 26 ingredienti e delle medicine che li contengono, tra cui il paracetamolo, uno degli antidolorifici più usati al mondo. Quasi il 70 per cento dei princìpi attivi presenti nei farmaci indiani arriva dalla Cina, dove però la chiusura di molti impianti ha rallentato la produzione.
L’Oms ha dichiarato che il tasso di letalità globale per il Covid-19 è intorno al 3,4 per cento, una cifra che riflette soprattutto l’epidemia nella provincia cinese dell’Hubei. Si tratta di una stima provvisoria e grossolana, avverte la stessa organizzazione. È possibile che ci siano molti casi lievi, non individuati, che potrebbero abbassare la letalità. Ma è la prima volta che l’Oms fornisce una stima globale della letalità. In Italia il tasso di letalità è stimato intorno al 2,5 per cento.– Bbc, Afp, Reuters
La situazione nel mondo I casi di Covid- 19, la malattia causata dal nuovo coronavirus (Sars-CoV-2), nel mondo sono quasi 95mila, mentre le morti salgono a 3.245 (dati del 4 marzo). I paesi e i territori toccati dall’epidemia sono 81. La Cina registra la stragrande maggioranza dei contagi (più di ottantamila), seguono la Corea del Sud (5.621), l’Italia (3.089), l’Iran (2.922), il Giappone (287), la Francia (257) e la Germania (240 casi). Argentina, Cile e Polonia hanno segnalato i primi casi sul loro territorio. Il Regno Unito, ora a 87 contagi, si aspetta un aumento consistente nei prossimi giorni. L’Iraq ha segnalato il primo decesso. L’Iran ha rilasciato temporaneamente più di 54mila detenuti, con pene inferiori ai cinque anni, per contrastare la diffusione del virus nelle carceri sovraffollate. Negli Stati Uniti i casi confermati sono 129, molti nello stato di Washington, dove ci sono stati nove morti. Ma nel paese i casi rischiano di essere molti di più; i costi della sanità e la mancanza di copertura assicurativa per molti possono spingere le persone a rischio a non rivolgersi alle strutture sanitarie. Nell’Africa subsahariana è stato segnalato un caso in Nigeria e due in Senegal; nel nord del continente, tre casi in Algeria, due in Egitto, uno in Marocco e uno in Tunisia. Le attrezzature sanitarie e i farmaci Germania, Indonesia e Russia sono alcuni dei paesi che hanno vietato l’esportazione di mascherine e altre attrezzature mediche usate per proteggersi dal Covid-19. La Francia ha requisito le scorte di maschere protettive fino al 31 maggio. L’Italia, dove non si producono mascherine, ne ha acquistate 900mila dal Sudafrica. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato il “rapido esaurimento” delle scorte di dispositivi di protezione e ha auspicato un aumento del 40 per cento della produzione. Si stima che ogni mese saranno necessari 89 milioni di mascherine mediche in tutto il mondo, oltre a 76 milioni di guanti e 1,6 milioni di occhiali protettivi. La Cina ha convertito le linee di produzione di cappotti, pannolini e anche di telefonini per fabbricare mascherine o tute protettive, destinate anche al mercato estero. L’India, che è il principale fornitore mondiale di farmaci generici, ha limitato l’esportazione di 26 ingredienti e delle medicine che li contengono, tra cui il paracetamolo, uno degli antidolorifici più usati al mondo. Quasi il 70 per cento dei princìpi attivi presenti nei farmaci indiani arriva dalla Cina, dove però la chiusura di molti impianti ha rallentato la produzione. La letalità secondo l’Oms L’Oms ha dichiarato che il tasso di letalità globale per il Covid-19 è intorno al 3,4 per cento, una cifra che riflette soprattutto l’epidemia nella provincia cinese dell’Hubei. Si tratta di una stima provvisoria e grossolana, avverte la stessa organizzazione. È possibile che ci siano molti casi lievi, non individuati, che potrebbero abbassare la letalità. Ma è la prima volta che l’Oms fornisce una stima globale della letalità. In Italia il tasso di letalità è stimato intorno al 2,5 per cento.– Bbc, Afp, Reuters
Il coronavirus non è una minaccia per l’economia neoliberista, ma anzi crea l’ambiente perfetto per quell’ideologia. Ma dal punto di vista politico il virus è un pericolo, perché una crisi sanitaria potrebbe favorire l’obiettivo etnonazionalista delle frontiere rafforzate e dell’esclusività razziale e quello di interrompere la libera circolazione delle persone (soprattutto se arrivano da paesi in via di sviluppo) assicurando però una circolazione incontrollata di merci e capitali.
Il timore di una pandemia è più pericoloso del virus stesso. Le immagini apocalittiche dei mezzi d’informazione nascondono un legame profondo tra l’estrema destra e l’economia capitalista. Come un virus ha bisogno di una cellula viva per riprodursi, anche il capitalismo si adatterà alla nuova biopolitica del ventunesimo secolo.
Il nuovo coronavirus ha già influito sull’economia globale, ma non fermerà la circolazione e l’accumulazione di capitale. Semmai, presto nascerà una forma più pericolosa di capitalismo, che farà affidamento su un maggior controllo e una maggiore purificazione delle popolazioni. ◆ bt
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Srećko Horvat _ è un filosofo croato. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La radicalità dell’amore _ (DeriveApprodi 2016)
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati