I cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti), gli unici “autorizzati” dal Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (Tnp) a possedere l’atomica, lo avevano già affermato in una dichiarazione del gennaio 2022: “Una guerra nucleare non può essere vinta e non dev’essere mai combattuta”.

Oggi il Tnp, al centro di una conferenza di revisione che si svolge a New York dal 27 aprile al 22 maggio 2026, è l’ultimo accordo che impedisce una corsa sfrenata a dotarsi di ordigni nucleari. Dalla sua entrata in vigore, nel 1970, il trattato ha permesso di limitare fortemente la proliferazione di un’arma di distruzione di massa di cui purtroppo conosciamo bene gli effetti, grazie all’orrore suscitato dal ricordo di Hiroshima e Nagasaki. Il Tnp regge ancora, ma è pesantemente indebolito.

Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che non userà armi atomiche contro l’Iran, ma la nota instabilità dell’inquilino della Casa Bianca non lascia presagire niente di buono.

La Russia, intanto, ha minacciato a più riprese di ricorrere all’arma nucleare in Ucraina, mentre la Cina continua a portare avanti la sua strategia di “rimonta” e ha annunciato che nei prossimi anni raddoppierà le dimensioni del suo arsenale.

La responsabilità ricade prima di tutto sulle potenze nucleari “legittime”, che non mantengono l’impegno verso il disarmo sancito dal trattato. Qualcuno potrebbe sorridere dell’orologio dell’apocalisse, sviluppato nel 1947 da alcuni scienziati dell’università di Chicago, ma in realtà quell’iniziativa ha un merito: ci dimostra che il pericolo che incombe sull’umanità non è mai stato così grave. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati