diritto internazionale
Anche quest’anno Donald Trump ha visto il premio Nobel per la pace sfuggirgli di mano. E, dalla sua prospettiva, il peggio è che gliel’ha soffiato Navanethem “Navi” Pillay, 85 anni, che rappresenta tutto ciò che lui respinge. Dopo una lunga carriera come avvocata e giudice in Sudafrica, suo paese d’origine, e successivamente ai vertici delle istituzioni giudiziarie internazionali, la magistrata simboleggia la contrapposizione tra il diritto internazionale e il ricorso alla forza.
Il 9 ottobre il comitato norvegese per il Nobel ha reso omaggio a una donna che, “con coraggio e integrità eccezionali, ha aperto la strada a un ordinamento giuridico più solido”. È stata premiata per “l’impegno a favore della pace e del diritto internazionale”, in un momento storico in cui “i giudici e le istituzioni del diritto internazionale sono sotto attacco”.
In un comunicato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è rallegrato del riconoscimento a “una paladina del diritto internazionale e dei diritti umani, e una voce decisa e indipendente in alcuni dei procedimenti giudiziari internazionali più importanti della nostra storia”.
“Se applaudite ancora un po’, dividerò il premio con Trump!”, ha scherzato Pillay nel ricevere la notizia. Al momento dell’annuncio “stava partecipando a una conferenza nell’aula 600 del tribunale di Norimberga”, la stessa dove ottant’anni prima erano stati processati i gerarchi nazisti dopo la seconda guerra mondiale, racconta Cécile Aptel, che si trovava con lei. Aptel era consigliera di Pillay quando guidava l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (2008-2014). “Non sapeva neanche di essere candidata”, dice commentando il premio.
Come si vede in un video sui social media, in un discorso improvvisato Pillay ha ricordato: “L’ultima cosa che ho fatto è stato il rapporto su Gaza in cui si dice che quello che sta avvenendo è un genocidio”. Il 16 settembre 2025 una commissione d’inchiesta, da lei presieduta, dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva presentato un rapporto esplosivo. “È chiaro”, aveva detto la magistrata, “che esiste un’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che corrispondono ai criteri stabiliti dalla Convenzione” sul genocidio.
Se esistesse “un premio per le menzogne e l’odio”, sarebbe lei a vincerlo, ha fatto sapere il 9 ottobre il ministero degli esteri israeliano, secondo cui “il comitato del Nobel ha premiato la più grande menzogna del ventunesimo secolo. Joseph Goebbels (1897-1945) starà sicuramente applaudendo dall’inferno”. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito Pillay “fanatica”, aggiungendo che “demonizza gli ebrei”.
Di tutt’altro tenore la reazione del ministero degli esteri palestinese, che ha accolto con favore la scelta: “Nel corso della sua brillante carriera, ha cercato la verità e difeso i diritti degli oppressi in Sudafrica e in tutto il mondo, compresa la Palestina, con integrità, coraggio e onore”.
Arrivano le sanzioni
Mentre da Mosca a Washington, da Tel Aviv a Teheran, da Al Fashir, in Sudan, a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, il diritto internazionale è calpestato e le sue istituzioni subiscono numerosi attacchi, il Nobel rappresenta tutto quello che l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu vorrebbero “smantellare”. Figura molto nota in questo ambiente, Pillay rivendica il suo essere un’“universalista”.
Dall’inizio del 2025 tredici giudici e procuratori della Corte penale internazionale (Cpi) sono stati colpiti dalle sanzioni statunitensi. Poche ore dopo l’annuncio del Nobel, il segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che Washington aveva deciso nuove sanzioni direttamente contro la Cpi, il tribunale in cui Pillay ha prestato servizio come giudice dal 2003 al 2008. È la prima volta che succede, prima era stati sanzionati solo i singoli giudici.
Da mesi l’amministrazione Trump chiede l’annullamento dei mandati d’arresto emessi dalla Cpi nel novembre 2024 nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della difesa, Yoav Gallant.
E Washington non è da sola in questo attacco alla Cpi: l’8 ottobre la Russia ha chiesto l’estradizione di nove giudici della corte e dell’ex procuratore Karim Khan. Alla fine del dicembre 2025 erano stati condannati in contumacia da un tribunale di Mosca a pene comprese fra i tre e i quindici anni di reclusione, di cui sei anni in una colonia penale per Khan.
Dall’apartheid al Ruanda
L’impegno di Navanethem Pillay è emerso fin dall’inizio della sua carriera professionale. “Ha fatto un percorso straordinario dimostrando un coraggio eccezionale”, dice Aptel. “Era una giovane povera di una famiglia indiana della provincia del KwaZulu-Natal, diventata avvocata nel Sudafrica dell’apartheid e arrivata a presiedere una commissione d’inchiesta su una questione estremamente delicata. Oggi dedica il suo premio alle vittime e ai sopravvissuti”.
Nata nel 1941 a Durban, in una famiglia tamil, Pillay riuscì a frequentare l’università grazie al sostegno della comunità indiana, che contribuì a pagarle gli studi. Ai tempi dell’apartheid gli indiani erano considerati appena un gradino sopra i neri e i coloured, ma erano comunque sottoposti al rigido regime di “sviluppo separato” imposto dai nazionalisti afrikaner al potere. Luoghi di residenza, professioni, spostamenti, accesso alle spiagge, ai ristoranti e ai trasporti: tutto era regolamentato.
Pillay s’inserisce anche nella tradizione di grandi giuristi che hanno portato avanti la lotta contro l’apartheid, come Nelson Mandela. Nel 1952 lui e Oliver Tambo furono i primi sudafricani neri ad aprire uno studio legale.
Dopo la laurea, nel 1965, aprì il suo studio da avvocata. “Non avevo scelta”, ha raccontato alla Bbc nel 2008. “Nessuno voleva assumermi. Dicevano che era impensabile che i dipendenti bianchi ricevessero ordini da una persona non bianca”. In quegli anni difese gli attivisti antiapartheid arrestati dal governo, denunciò le conseguenze della tortura e dell’isolamento dei prigionieri politici e ottenne condizioni migliori per quelli che erano reclusi a Robben Island, tra cui Nelson Mandela. Dopo l’avvento della democrazia e l’elezione di Mandela a presidente nel 1994, diventò la prima donna non bianca a far parte dell’alta corte del Sudafrica.
Nel 1996 Pillay fu nominata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi durante il genocidio dei tutsi, che nel 1994 aveva causato circa un milione di morti. Fu fra i tre magistrati che il 2 settembre 1998 pronunciarono la prima condanna per genocidio emessa da un tribunale internazionale nei confronti di Jean-Paul Akayesu, che all’epoca del genocidio era sindaco di Taba, un comune del Ruanda centrale. Successivamente Pillay ha presieduto per quattro anni il tribunale internazionale sul Ruanda. Oggi è giudice in un procedimento avviato dal Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig), il massimo organo giudiziario dell’Onu, contro la Birmania, accusata di violare la Convenzione sul genocidio prendendo di mira la minoranza rohingya.
L’assegnazione del premio Nobel per la pace a questa autorevole giudice internazionale è stata accolta con favore dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cui paese è stato ripetutamente attaccato dall’amministrazione Trump da quando, nel dicembre 2023, ha presentato un ricorso contro Israele davanti alla Cig, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio. “Il riconoscimento che le viene conferito ci ricorda la necessità di costruire una società in cui ognuno, indipendentemente dalla sua condizione, possa sviluppare le proprie capacità e contribuire pienamente alla vita del nostro paese e del mondo”, ha detto Ramaphosa. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati