Come era ampiamente prevedibile, alla fine Donald Trump si è fatto trascinare dal suo ego, dall’invidia nei confronti del suo predecessore Barack Obama, dai falchi che di recente ha scelto come consiglieri e soprattutto dalla sua ignoranza, e ha commesso quello che forse è il suo più grave errore di politica estera finora: l’8 maggio ha annunciato che non rispetterà più l’accordo internazionale che impedisce all’Iran di costruire armi atomiche.
Per capire la situazione bisogna partire dal fatto che la scelta di Trump non si basa sulla volontà di impedire a Teheran di costruire l’arma atomica. Se fosse stato così, sarebbe stato molto più sensato continuare a rispettare l’accordo e avviare una trattativa per renderlo permanente. Dopotutto sia l’Agenzia internazionale per l’energia atomica sia l’intelligence statunitense sostengono che finora l’Iran ha sempre rispettato alla lettera l’accordo firmato nel 2015.
Dietro la decisione di Trump non c’è neanche il desiderio di contrastare le attività dell’Iran in Medio Oriente, a partire dal sostegno al regime di Bashar al Assad in Siria e al gruppo Hezbollah in Libano. Se l’obiettivo di Trump fosse questo, avrebbe fatto bene a rispettare l’accordo (che impedisce all’Iran di diventare una potenza nucleare) e a coinvolgere altri paesi per fare pressione su Teheran sulle questioni più stringenti. Ora Washington non ha nessuna possibilità di rimettere insieme la stessa coalizione internazionale che tre anni fa ha prodotto l’accordo, e l’Iran sarà ancora più riluttante all’idea di negoziare dopo che Trump ha dimostrato che la parola degli Stati Uniti non vale nulla.
Quindi come stanno davvero le cose? La risposta è semplice: il rifiuto dell’accordo del 2015 nasce dal desiderio di “mettere l’Iran in punizione” impedendogli di avere rapporti normali con gli altri paesi. È lo stesso obiettivo che unisce Israele, l’ala estremista della lobby israeliana negli Stati Uniti e vari falchi dell’amministrazione Trump, tra cui il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il segretario di stato Mike Pompeo. Sono tutti accomunati dalla paura che gli Stati Uniti e i loro alleati siano costretti a riconoscere l’Iran come una potenza legittima che ha un’influenza nella regione e che viene consultata quando si affrontano questioni importanti in Medio Oriente. Un fatto inaccettabile per i conservatori statunitensi, il cui obiettivo è garantire che l’Iran resti isolato per sempre.
Al centro di questo atteggiamento c’è il canto delle sirene del cambio di regime, che i falchi americani e altre forze antiraniane cercano di ottenere da decenni. È l’obiettivo di gruppi come il Mujahedin del popolo iraniano (Mek), un’organizzazione di esuli iraniani che un tempo era nella lista di Washington dei gruppi terroristici. Il Mek è detestato in Iran ma è ben visto da politici statunitensi sia democratici sia repubblicani (tra cui Bolton), che in passato hanno ricevuto finanziamenti dall’organizzazione.
Ritorno a Bush
Per i falchi le strade possibili per arrivare al cambio di regime sono due. La prima si basa sull’aumento della pressione economica su Teheran, nella speranza che il malcontento popolare cresca fino a far crollare il governo. La seconda opzione è spingere gli iraniani a riprendere il programma nucleare e avere così il pretesto per scatenare un attacco preventivo.
◆ L’8 maggio 2018 il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato di voler uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. L’accordo era stato firmato nel 2015 dall’Iran, dai cinque paesi con diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu (Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Russia e Cina), dalla Germania e dall’Unione europea. In base al documento finale, l’Iran si impegnava a ridurre la sua capacità di arricchimento dell’uranio (un passaggio fondamentale per la produzione di un’arma nucleare), e otteneva in cambio l’eliminazione progressiva delle sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale negli anni precedenti. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, finora Teheran ha sempre rispettato l’accordo. Nei prossimi mesi gli Stati Uniti ricominceranno ad applicare le sanzioni economiche contro l’Iran, ma non è detto che questo porterà alla fine dell’accordo. Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Germania hanno dichiarato di volerlo rispettare e di non voler riattivare le sanzioni. Se invece l’accordo saltasse, l’Iran potrebbe riprendere il suo programma nucleare nel giro di pochi mesi. Bbc
L’idea che la reintroduzione delle sanzioni economiche possa far cadere il governo di Teheran è un’illusione. L’embargo statunitense nei confronti di Cuba è durato più di cinquant’anni e il regime dei Castro non è mai caduto. Più di sessant’anni di sanzioni durissime non sono serviti a far cadere il regime nordcoreano né gli hanno impedito di costruire un arsenale nucleare. Da anni si dice che l’Iran è sull’orlo del collasso, ma il governo è sempre rimasto in piedi. La pressione economica può servire a convincere Teheran a negoziare e magari a cambiare le sue politiche, ma uscire dall’accordo del 2015 non metterà il paese in ginocchio.
E se mi sbagliassi? Se davvero il regime iraniano crollasse? La storia ci dice che difficilmente in Iran nascerebbe un regime stabile, efficiente e filoamericano. In Iraq il cambio di regime voluto dagli Stati Uniti ha portato a una guerra civile, a una violenta rivolta e alla nascita del gruppo Stato islamico. Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono intervenuti in Afghanistan, in Somalia, nello Yemen, in Libia e in Siria, provocando solo ulteriore instabilità e creando un terreno fertile per i terroristi.
Poi c’è la seconda opzione, la guerra. I falchi di Washington credono che un attacco preventivo eliminerebbe le strutture nucleari iraniane e allo stesso tempo spingerebbe la popolazione a rivoltarsi contro i leader che (in teoria) sarebbero considerati i responsabili delle sofferenze del popolo. Ma è una tesi ridicola. Un attacco statunitense e israeliano contro l’Iran alimenterebbe il nazionalismo e rafforzerebbe la lealtà del popolo verso i leader politici.
Inoltre, un’azione militare da parte di Israele o degli Stati Uniti non impedirebbe all’Iran di costruire armi nucleari. Al massimo potrebbe rallentare il programma di uno o due anni. Una guerra scatenata da Washington convincerebbe gli iraniani che l’unico modo per mettersi al sicuro è dotarsi di un deterrente, come ha fatto la Corea del Nord. Quindi l’Iran aumenterebbe gli sforzi per costruire siti nucleari più nascosti e più protetti. Se gli Stati Uniti costringessero l’Iran a prendere questa strada, è probabile che altri paesi della regione seguirebbero l’esempio di Teheran e avvierebbero programmi nucleari.
In poche parole, l’ennesimo abbaglio di Trump dimostra che il presidente non sta portando avanti la politica estera pragmatica che aveva promesso in campagna elettorale. Al contrario, sta tornando alla politica estera ingenua, unilaterale e militarista del primo mandato di George W. Bush. Ricordate com’è andata a finire? ◆ as
Stephen Walt _ insegna relazioni internazionali all’università di Harvard._
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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati