Le carceri in Inghilterra e in Galles sono piene perché le pene sono diventate più dure, e lo sanno tutti. Lo sanno i lord chief justice, la massima carica della magistratura in Inghilterra e Galles – quattro di loro lo hanno detto esplicitamente in un rapporto della Howard league due anni fa –, lo sanno i ministri e lo sa chiunque sia in grado di contare.
Nel 1991 in Inghilterra e Galles i detenuti erano 40mila, nel 2024 sono diventati 88mila e si prevede che entro il 2028 saranno 105mila. Tutti i governi promettono di aumentare la capienza degli istituti penitenziari, ma nessuno è riuscito a farlo abbastanza velocemente da stare al passo con i numeri.
Il capo dell’ente indipendente che vigila sul trattamento dei detenuti, denunciando le condizioni che hanno creato livelli inaccettabili di violenza, ha detto: “La vasca rischiava di traboccare, bisognava chiudere il rubinetto oppure far uscire un po’ d’acqua”. Ma il rubinetto non è stato chiuso, le vasche più grandi (le nuove carceri, spesso private) sono state controbilanciate dal degrado di quelle esistenti (le vecchie prigioni vittoriane), e ogni volta che un governo ha trovato la forza e la maturità per alleggerire la pressione con provvedimenti come la liberazione anticipata, subito si è scontrato contro lo sdegno dei tabloid, cioè i giornali che hanno sostanzialmente creato questo problema.
Il premier Andy Burnham può portare avanti il programma di liberazione anticipata, può stabilire paletti discutibili; può abolire le pene che non hanno una durata precisa, misura creata nel 2003 in base alla quale le persone detenute possono restare anni in carcere anche dopo aver scontato la condanna perché spetta a loro dimostrare di non essere pericolosi (cosa abbastanza difficile da fare mentre si è dietro le sbarre, e ancora più difficile se il carcere non funziona come dovrebbe). Oppure può non fare nessuna di queste cose. Ma non riuscirà a risolvere il problema fino a quando non accetterà che le pene sono diventate severe per ragioni insensate. Il reato di omicidio non è cambiato negli ultimi cento, o mille anni. Nulla impedisce a un primo ministro di riportare le condanne a com’erano negli anni novanta.
Dire “pugno duro contro il crimine” vuol dire vincere facile, politicamente parlando: fa sembrare forti i leader, senza conseguenze negative sulla vita delle persone comuni, e come slogan può essere usato sia dalla destra (con politiche ancora più dure contro la criminalità) sia dalla sinistra (adottando misure più dure contro le cause del crimine).
Questo però espone alla mercé di quelli per i quali il pugno non è mai abbastanza duro. Ci sarà sempre un omicidio talmente efferato da far sembrare insufficiente anche la pena più alta esistente. Ci sarà sempre un paragone pronto: perché se tizio che ha commesso un certo reato violento è stato condannato a quattro anni di carcere, caio invece ne ha presi solo tre e mezzo? Ci saranno sempre persone che non vorranno capire il senso della libertà vigilata, convinte che sia un insulto alle vittime, perché non si sono mai interrogate sul suo scopo. Quando non puoi decidere quando o cosa mangiare, o quanto spesso fare la doccia, il principio che sarai scarcerato prima se collabori è un’importante barriera tra te e l’abisso, senza il quale è difficile gestire i detenuti. Chi non lo capisce è quel tipo di persona che urla a squarciagola “Ergastolo vuol dire ergastolo!”. Eppure, purtroppo, ci sarà sempre chi continuerà a vederla così.
Lo scopo del carcere è sempre stato triplice: punire, proteggere la società e rieducare. È chiaro, tranne per quelli che non vogliono capire. Questi tre obiettivi si possono raggiungere solo se si integrano tra loro. Se le carceri non rieducano perché sono sovraffollate e violente, la società non sarà al sicuro quando i detenuti saranno rilasciati. Se la privazione della libertà non è considerata una punizione sufficiente, se conta solo la crudeltà delle condizioni, allora le possibilità di reinserire i detenuti nella società come persone più equilibrate e stabili si riducono a zero.
Chi invoca condizioni più umane nelle carceri è sempre dipinto come una persona che vive in un mondo fantastico. In realtà, è vero il contrario. Quelli che vogliono pene sempre più lunghe nelle condizioni più dure possibili sono degli illusi, perché ci lasciano con due sole opzioni disponibili, entrambe assurde: liberare persone che sono ancora pericolose, come prima di entrare in carcere; oppure tenerle dentro per sempre.
Burnham sa tutte queste cose. Le sapeva Keir Starmer. E perfino Liz Truss, quando da ministra della giustizia nel 2017 tuonava dicendo che la liberazione anticipata non era la risposta, ne era al corrente. Così come Tony Blair e David Blunkett nel 2003, quando introdussero minimi di pene per il reato di omicidio: mai più doveva succedere che un giudice indulgente gli causasse un grattacapo in una giornata con poche notizie. I governi successivi hanno cercato di approvare leggi per appagare i tabloid, che però non si saziano mai. Anzi, si sentono sempre più legittimati ad alzare il tiro.
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