Sulle pareti e i soffitti della villa in riva al Tevere campeggiano putti paffuti, languide ninfe e un ciclope. Alcune di queste figure furono dipinte nel cinquecento da Raffaello su incarico di un banchiere del papa. Oggi villa Farnesina fa parte dell’immenso patrimonio Unesco di Roma ma, ogni volta che il Tevere si alza molto, il magnifico palazzo è in pericolo. Sulla Carta del rischio, la mappatura digitale fatta dal ministero della cultura, l’edificio è segnato in rosso. “La zona intorno a villa Farnesina è considerata particolarmente vulnerabile in caso di alluvioni gravi e la stessa cosa vale per altre aree del centro storico”, spiega Donatella Fiorani, che insegna restauro dei monumenti alla facoltà di architettura dell’università Sapienza di Roma. Fiorani ha simulato un’inondazione così estrema che statisticamente dovrebbe verificarsi una volta ogni cent’anni.

Nei secoli il Tevere ha spesso allagato il centro storico della capitale e anche la villa ha subìto danni che hanno richiesto interventi di restauro e di parziale ricostruzione. Nel 1870, dopo una piena particolarmente devastante, l’amministrazione cittadina fece costruire degli argini importanti, che però adesso non bastano più.

Le alluvioni estreme stanno diventando più probabili e intense a causa del cambiamento climatico, spiega Fiorani. Sempre più spesso si registrano forti piogge e piene improvvise. “In una giornata primaverile, tutto ciò può sembrare irreale”, ammette la studiosa, che però è convinta che quella che fin dall’antichità veniva chiamata la città eterna potrebbe ritrovarsi da un giorno all’altro in una condizione tale da richiedere interventi massicci di recupero, rovinata da umidità, muffa e sporcizia. A Roma e nei dintorni ci sono più di venticinquemila monumenti storici e archeologici. Difficile che ci sia un altro posto nel mondo con così tanta storia concentrata in uno spazio cosi ridotto. Ma nella capitale le conseguenze del cambiamento climatico sono particolarmente evidenti. Secondo gli studi di Legambiente, tra le grandi città italiane Roma è quella che negli ultimi anni è stata colpita più duramente da eventi climatici estremi. La sua suggestiva posizione nelle vicinanze del mar Mediterraneo è anche la sua maledizione: Roma sorge in una delle regioni più colpite a livello mondiale.

Un mese molto piovoso

Quanto la città sia andata vicino al disastro si è visto l’inverno scorso: gennaio è stato uno dei mesi più piovosi di sempre. Diverse tempeste si sono abbattute su tutta l’Italia centro meridionale, devastando coste e centri abitati. Il Tevere ha trasportato attraverso Roma enormi masse d’acqua ed è capitato che il livello del fiume salisse di tre metri nel giro di ventiquattr’ore. I romani hanno temuto che potesse superare gli argini, alti dodici metri. È andata bene, ma l’isola Tiberina, piena di edifici storici, è stata in parte sommersa.

I temporali hanno già messo a dura prova il Colosseo, i Fori e il Vittoriano, il monumento dedicato a Emanuele II in piazza Venezia, tanto che gli esperti prevedono danni strutturali irreversibili. Le piogge acide dovute agli inquinanti presenti nell’aria accelerano l’erosione delle pietre calcaree, avverte il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). E anche le oscillazioni estreme della temperatura, accelerate dal cambiamento climatico, mettono a rischio i siti. Ci sono giornate estive in cui la superficie delle pietre del Colosseo supera i 50 gradi centigradi, per poi raffreddarsi nella notte. Questi rapidi sbalzi di temperatura fanno espandere e contrarre le pietre in un breve lasso di tempo, e questo provoca il loro graduale sgretolamento.

L’Unesco, organizzazione delle Nazioni Unite per la cultura, considera la crisi climatica una delle maggiori minacce al patrimonio storico dell’umanità. I monumenti sono considerati “insostituibili”; se vengono danneggiati, la memoria culturale di tutti ne risente.

I muraglioni tardo ottocenteschi che seguono il corso del Tevere proteggono la città solo da alluvioni di lieve e moderata entità

“Si tratta di molto di più della perdita materiale di un monumento o di un sito archeologico”, afferma Jyoti Hosagrahar, vicedirettrice del World heritage centre. “È grazie al patrimonio culturale che sentiamo il legame con i nostri antenati e trasmettiamo questo sapere ai nostri figli”.

È da molto tempo che la città eterna soffre per le estati roventi, il maltempo, gli allagamenti, il traffico, le masse di turisti e una scarsa tutela dei monumenti. Ma gli esperti ritengono che il cambiamento climatico rappresenta una nuova dimensione che sta accelerando il decadimento di Roma.

Dalla finestra di un’aula universitaria, Fiorani ci indica i massicci argini del Tevere. Tra le città italiane, spiega, Roma è quella che più di tutte sta rischiando di perdere il proprio patrimonio culturale a causa delle alluvioni: “Non c’è nessun altro posto con tanti monumenti importanti così vicini a un fiume”.

Il Tevere è pericoloso, i romani lo sanno fin dall’antichità: nel corso della storia sono state documentate molte inondazioni. Già l’imperatore Augusto, circa duemila anni fa, fece allargare il letto del fiume e istituì una commissione per la gestione delle piene.

I muraglioni tardo ottocenteschi che seguono il corso del Tevere proteggono la città solo da alluvioni di lieve o moderata entità. Nel 2008 il livello dell’acqua ha raggiunto i 12,5 metri e il fiume ha superato gli argini in alcuni punti, provocando milioni di euro di danni.

L’acqua può penetrare in città anche per altre vie. Alcuni antichi edifici, come il Colosseo, sorgono su terreni paludosi e sotto le loro fondamenta ci sono strati di roccia permeabile, che durante le forti piogge permettono all’acqua di penetrare nelle strutture. Inoltre il Colosseo fu costruito in un’area che prima ospitava un lago artificiale. “L’antico sistema di drenaggio è stato distrutto nel corso dei secoli”, racconta Fiorani. Oggi nei sotterranei Colosseo si accumula una tale quantità d’acqua che per levarla bisogna di tanto in tanto chiuderlo temporaneamente al pubblico.

Secondo l’architetta, gli antichi romani usavano metodi di costruzione che lasciavano un margine maggiore alla natura, anche se non potevano prevedere che un giorno ci sarebbe stata una crisi climatica. Nei loro progetti tenevano conto di elementi come il vento, l’acqua, il calore e la pioggia, costruendo gli edifici in modo da compensare calore e umidità. L’acqua piovana, per esempio, veniva incanalata, raccolta e spesso riutilizzata. Oggi invece, cemento e asfalto non soltanto fanno sì che la città si scaldi, ma rendendo impermeabile il terreno, facilitano le alluvioni.

Radiazioni ultraviolette

Anna Maria Siani è sul tetto del dipartimento di fisica dell’università Sapienza. Tra antenne e condotti di aerazione spicca un cassone di metallo grande più o meno quanto un frigorifero. Si usa per misurare, tra le altre cose, le radiazioni ultraviolette in città. “I valori dell’ozono presenti nel cielo di Roma sono in lento ma costante calo”, dice Siani. Apparentemente è una buona notizia perché in prossimità del suolo l’ozono si trasforma in un gas serra dannoso per la salute. Ma allo stesso tempo sembra che “la riduzione di ozono faccia aumentare la radiazione ultravioletta, soprattutto in primavera”. Le radiazioni ultraviolette raggiungono la Terra attraverso la luce solare, agendo come una grandinata di invisibili granelli di luce ad alta energia. Questi fotoni a onda corta sono talmente carichi di energia da modificare i legami chimici, in modo simile a quello che succede con le scottature solari. La radiazione può danneggiare carta, legno e pigmenti. Con la sua squadra Siani ha studiato come la luce ultravioletta fa sbiadire più rapidamente le pagine dei libri, accelera la decomposizione delle carte antiche e scolora le illustrazioni a colori.

I documenti storici sono altrettanto fragili, come hanno dimostrato i ricercatori attraverso misurazioni fatte sugli scaffali della biblioteca universitaria, che ospita una delle collezioni più importanti d’Italia. Il calore accelera la degradazione chimica. Se le temperature continueranno a salire, afferma Siani, “potremmo perdere per sempre questi documenti”.

L’Unesco esorta i governi a tenere conto della tutela del patrimonio culturale quando definiscono le loro politiche climatiche

La geologa Alessandra Bonazza ha riscontrato risultati simili sulla pietra. Anche il marmo, considerato incorruttibile, può essere danneggiato dalla crisi climatica. Il marmo è composto di cristalli di calcite, che si espandono con il calore e si contraggono con il freddo, ma non in modo uniforme. A ogni sbalzo termico i cristalli lavorano uno contro l’altro. Inizialmente il marmo reagisce con minuscole microfratture invisibili, che negli anni si trasformano in crepe visibili e possono anche spaccare lastre di marmo molto spesse.

Un altro fattore che danneggia il marmo, onnipresente a Roma, è l’alternarsi di clima umido e secco. Con le alluvioni i sali presenti nell’acqua penetrano nella pietra e “se poi arriva un clima secco si cristallizzano nei pori”, facendo aumentare la pressione all’interno del materiale. Anche in questo caso, spiega Bonazza, “possono formarsi delle crepe”. Inoltre il marmo e altre rocce calcaree come il travertino, presente in molti edifici antichi, sono particolarmente sensibili alle sostanze inquinanti nell’aria.

Poi c’è quello che la studiosa definisce “attacco biologico”. Temperature medie più alte, forti piogge più frequenti, il traffico creano le condizioni ideali per la proliferazione di funghi e alghe sulle superfici dei monumenti. “Ce ne saranno sempre di più”, prevede la geologa. Insieme ai ricercatori del Cnr ha studiato le incrostazioni nere che i gas di scarico lasciano sul marmo bianco Botticino del Vittoriano: fuliggine e metalli pesanti si depositano sulla superficie bianchissima e lucente del marmo, trasformandone in modo permanente il colore.

Al mattino Paolo De Lellis ci aspetta ai margini del foro di Traiano, non lontano dal Colosseo, cercando di evitare turisti e rumorose scolaresche. Il sole primaverile crea un’atmosfera quasi estiva. De Lellis indica un’antica colonna in pietra alta circa venti metri, sormontata da un capitello corinzio finemente decorato. Poco più sotto c’è una piccola scatola bianca. “È il nostro misuratore”, dice. Dentro la scatola c’è un sensore che registra ogni più piccolo movimento della colonna, e da cinque anni anche i dati meteorologici.

De Lellis sta sottoponendo a una sorta di terapia intensiva i resti della basilica Ulpia nel foro di Traiano, risalenti a oltre duemila anni fa. Questo edificio pubblico era il più grande e magnifico del suo genere a Roma, commissionato dall’imperatore Traiano nel secondo secolo. Il complesso comprendeva biblioteche, mercati, edifici amministrativi e la famosa colonna Traiana, ornata da un bassorilievo in marmo bianco lungo quasi duecento metri. È l’unico monumento sostanzialmente intatto del foro. I restauratori hanno recuperato le colonne della basilica dalle rovine, le hanno ricomposte e riassemblate.

Se gli argini non bastano
Alcuni dei monumenti più importanti di Roma lungo il Tevere, in zone a rischio di alluvione

I sensori della Move Solutions, l’azienda per cui lavora De Lellis, monitorano gli eventuali danni provocati dal cambiamento climatico: se il vento e le forti piogge colpiscono le colonne, mandano un segnale d’allarme. Che le pietre al loro interno si muovano è una legge della fisica, spiega l’ingegnere. “Una crepa dai due ai cinque millimetri si apre e si chiude con l’escursione termica tra il giorno e la notte”. Ma bisogna sapere cos’è normale, per capire se ci sono anomalie.

Cantieri, traffico e milioni di turisti sottopongono le rovine a uno stress costante, spiega De Lellis. “E la maggiore frequenza di eventi climatici estremi è un ulteriore rischio”.

Sarebbe utile coprire i monumenti come la basilica Ulpia. Nel 2009 è stata costruita una tettoia protettiva per il tempio di Mnajdra a Malta, uno dei più antichi edifici in pietra all’aperto. Interventi del genere però trasformano il carattere di un sito archeologico. “Si può riuscire a immaginare di coprire i Fori?”, si chiede la geologa Bonazza, “non sarebbe più il museo a cielo aperto che conosciamo”. Anche proteggere i vecchi edifici con sostanze idrorepellenti non è una soluzione: si modificherebbe la trama e il colore del marmo.

Coinvolgere la comunità locale

L’Unesco esorta i governi di tutto il mondo a includere la tutela del patrimonio culturale quando definiscono le loro politiche climatiche. “Non serve aspettare che siano stanziati fondi per agire”, dice Hosagrahar, la funzionaria Unesco. “Anche monitorare regolarmente, individuare i danni i in tempo e coinvolgere la comunità locale può fare la differenza.

Alessandra Bonazza questa primavera è stata a una conferenza sul lago Balaton, in Ungheria. La geologa sta lavorando a una carta del rischio per i siti europei dichiarati patrimonio dell’umanità, mappando quelli in pericolo in caso di alluvioni, quelli minacciati dalle isole di calore estive, le facciate che potrebbero venire danneggiate da sostanze inquinanti e le fondamenta che potrebbero essere minate dalla pioggia.

È convinta che chi conosce i rischi sia più portato ad agire. In molti casi si fa già qualcosa per la tutela dei monumenti con i progetti per ridurre il numero di auto, inquinanti e turisti. Bonazza elogia volontari, restauratori e sindaci che si impegnano in questa direzione.

Ma per evitare la catastrofe serve di più, osserva. Chi vuole mettere in sicurezza cattedrali, affreschi e centri storici deve impegnarsi per frenare il surriscaldamento globale. “Tutto il resto sono solo politiche per contenere il danno”. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati