Johannesburg, 28 aprile 2026 (Emmanuel Croset, Af/Getty)

L’ultima ondata di attacchi xenofobi in Sudafrica, contro i migranti di altri paesi africani e le loro attività commerciali, sta mettendo alla prova le relazioni con il resto del continente. Negli ultimi quindici giorni gruppi di persone armate di mazze, machete e bastoni hanno attaccato gli stranieri nelle strade di Johannesburg (nella foto una manifestazione xenofoba) e Città del Capo, accusandoli di togliere il lavoro alla popolazione locale. I governi di Zimbabwe, Ghana e Nigeria – tre paesi che registrano una consistente diaspora in Sudafrica – hanno condannato le violenze e raccomandato ai connazionali di mettersi al sicuro. Dopo la morte di due nigeriani confermata dal consolato della Nigeria a Johannesburg, il paese si prepara a rimpatriare i suoi cittadini e già 130 persone si sono messe in lista. Anche il Ghana aveva convocato il rappresentante diplomatico sudafricano per protestare contro le intimidazioni subite dai suoi cittadini, dopo che online erano circolati i video di gruppi di vigilantes che andavano in giro accusando le persone di trovarsi in Sudafrica illegalmente.

Queste violenze riflettono le pressioni interne legate alla mancanza di lavoro, alla criminalità e alla carenza di servizi pubblici e rappresentano un dilemma per Pretoria, che cerca di gestire il malcontento e allo stesso tempo di mantenere buoni rapporti regionali. Richiamano anche il passato: ai tempi dell’apartheid, i leader dell’African national congress (Anc) furono costretti a rifugiarsi in paesi come lo Zimbabwe, la Tanzania e il Ghana. Oggi l’Anc – ancora al potere, anche se in coalizione con altri partiti – deve bilanciare la pressione migratoria con l’aumento della xenofobia. Il Sudafrica ospita circa 2,4 milioni di persone nate all’estero, che corrispondono al 4 per cento della popolazione. Il presidente Cyril Ramaphosa ha condannato gli attacchi, ma ricordato anche che gli immigrati devono rispettare la legge: “Come paese che ha sconfitto il colonialismo e l’apartheid grazie alla solidarietà internazionale, abbiamo il dovere di far progredire i valori costituzionali anche oltre i nostri confini”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati