Negli ultimi cent’anni la regione del Nagorno Karabakh, un’enclave popolata in maggioranza da armeni all’interno dei confini dell’Azerbaigian, è stata al centro di un lungo conflitto. Negli anni novanta gli armeni si convinsero di aver ottenuto una vittoria decisiva con la conquista della regione contesa e di molte aree circostanti. Ma alla fine di settembre del 2020 il governo dell’Azerbaigian ha deciso di lanciare una nuova offensiva militare, riuscendo a riconquistare diversi territori e alimentando la speranza di migliaia di sfollati azeri di tornare nelle terre che considerano la loro patria. Alla fine di ottobre il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che il conflitto ha già provocato circa cinquemila vittime, tra cui decine di civili.

Nel tentativo di cancellare un’ingiustizia, le forze azere ne stanno creando una nuova: gli armeni del Nagorno Karabakh sono sotto attacco e presto saranno circondati. Le conseguenze umanitarie potrebbero essere devastanti.

Il conflitto nel Nagorno Karabakh è una delle dispute più tragiche e intricate d’Europa. Ultimo lascito irrisolto della prima guerra mondiale, è ancora combattuto secondo la logica dei giochi a somma zero tipica del secolo scorso: Armenia e Azerbaigian vogliono costringere con la forza l’avversario a capitolare. La diabolica irrisolvibilità del conflitto nasce da due fattori: da una parte c’è un problema vecchio di un secolo, in cui ciascuno dei due schieramenti cerca di garantirsi la sicurezza a spese dell’altro, finendo per compromettere quella di entrambi; dall’altra c’è un forte deficit democratico, con la totale assenza di fiducia e di un dialogo reale, cosa che rende ogni compromesso quasi impossibile.

L’attuale sistema di sicurezza europeo, palesemente inefficace, non permette di arginare lo scontro, e lo stesso vale per i recenti tentativi di negoziato orchestrati dal segretario di stato statunitense Mike Pompeo. Al momento gli unici elementi che potrebbero smorzare il conflitto sono le difficoltà logistiche connesse alla natura impervia del territorio del Nagorno Karabakh e la volontà, oltre alla capacità, della Russia e della Turchia di facilitare un accordo di pace.

Gli ultimi attori esterni a cercare di risolvere il conflitto del Karabakh furono i bolscevichi russi. Esattamente un secolo fa, nel 1920, l’undicesima armata bolscevica cacciò gli invasori turchi dal Caucaso, sconfisse le due giovani repubbliche indipendenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian e prese il controllo della regione , dove gli armeni erano da sempre la maggioranza. Il Karabakh, però, ospitava anche una città azera, Shusha, ed era circondato da territori appartenenti all’Azerbaigian. Né gli armeni né gli azeri potevano quindi permettersi di perderlo. Senza un intervento esterno, i due schieramenti avrebbero probabilmente fatto ricorso alla pulizia etnica. Nel 1920 gli armeni non avrebbero mai accettato l’idea di perdere il Karabakh, anche perché solo cinque anni prima erano stati cacciati dall’Armenia occidentale durante il genocidio organizzato dai turchi ottomani.

Il conflitto attuale si svolge in un contesto internazionale molto complicato

Tuttavia né il punto di vista dell’Armenia né quello dell’Azerbaigian furono tenuti in considerazione. Nel 1921 l’ufficio per il Caucaso del governo bolscevico, sotto la guida di Josif Stalin, decretò la nascita di una nuova regione chiamata Nagorno Karabakh (Karabakh montuoso) all’interno dell’Azerbaigian sovietico. L’enclave avrebbe avuto una relativa autonomia e avrebbe ospitato una popolazione a larga maggioranza armena.

Gli storici si sono interrogati per decenni sui motivi di quella decisione. Alcuni la interpretano come un chiaro tentativo di applicare il principio del divide et impera. Altri, tra cui l’armeno Arsene Saparov, ritengono che fosse una soluzione a breve termine, dettata soprattutto da considerazioni economiche: i bolscevichi, infatti, pensavano che l’Azerbaigian sarebbe stato fortemente indebolito dalla presenza di un’enclave controllata dal paese vicino. Il Nagorno Karabakh, inoltre, non aveva buoni collegamenti stradali con l’Armenia, quindi assegnarlo all’Azerbaigian era ragionevole anche sotto il profilo commerciale. E poi i bolscevichi pensavano che nell’arco di una generazione sia gli armeni sia gli azeri avrebbero abbandonato le loro identità nazionali per diventare dei comunisti convinti.

In epoca sovietica la soluzione architettata da Stalin si rivelò sostanzialmente efficace. Le due comunità hanno convissuto pacificamente per più di sessant’anni, anche senza integrarsi l’una con l’altra. Sergei Shugarian, ex funzionario del Partito comunista armeno, spiega che in quel periodo i rapporti tra le élite armene e azere erano sempre stati amichevoli. Lo stesso si può dire dei lavoratori: “Non c’erano problemi, tutti andavano abbastanza d’accordo”, racconta Shugarian. Ma una certa ostilità sopravviveva all’interno della classe media, soprattutto tra gli intellettuali, che hanno sempre tenuto accesa la fiamma del nazionalismo, conservando aspirazioni che si sarebbero potute realizzare solo a spese degli avversari.

Doppia ingiustizia

Ai tempi dell’Unione Sovietica i leader armeni del Nagorno Karabakh si lamentavano spesso con Mosca, accusando gli azeri di violare il diritto della loro comunità a conservare la propria cultura e ad avere un loro sistema d’istruzione. Durante la prima fase della perestrojka, nel 1988, chiesero la restituzione della regione alla Repubblica socialista armena, spiegando che l’assegnazione del Karabakh all’Azerbaigian nel 1921 era stata un’ingiustizia imposta da Stalin. La richiesta fu sostenuta da molti liberali russi, tra cui, per un breve periodo, il premio Nobel per la pace Andrej Sacharov.

Un rifugio antiaereo a Stepanakert, ottobre 2020 (Magnum/Contrasto)

In effetti la decisione del 1921 si può considerare illegittima, come d’altronde tutti i decreti bolscevichi dell’epoca. Ma nel 1988 una restituzione del Nagorno Karabakh all’Armenia voluta da Mosca non sarebbe stata un trionfo della giustizia: avrebbe semplicemente creato nuove ingiustizie, danneggiando l’Azerbaigian e soprattutto gli azeri che vivevano all’interno e nei pressi dell’enclave. La soluzione più ovvia sarebbe stata garantire agli armeni del Nagorno Karabakh un’autonomia reale e significativa all’interno di un Azerbaigian unito. Ma la cultura politica autoritaria dell’Unione Sovietica ostacolava un esito del genere.

Inoltre, alla fine degli anni ottanta i funzionari sovietici armeni e azeri non si parlavano molto. Si rivolgevano al Cremlino e pretendevano che il leader Michail Gorbačëv prendesse le loro parti. Alla fine il leader sovietico decise di lasciare il Nagorno Karabakh all’interno dell’Azerbaigian, ma assegnò l’amministrazione a una commissione speciale nominata da Mosca. La scelta scontentò tutti. A quel punto la violenza era nuovamente esplosa, a cominciare dai terribili pogrom contro gli armeni organizzati nel 1988 nella città azera di Sumgait.

Il miraggio della vittoria totale

Alla fine del 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, i due fronti si arroccarono su posizioni opposte. Gli armeni dichiararono l’indipendenza del Nagorno Kara­bakh, mentre il parlamento azero abolì formalmente l’autonomia del territorio. Gli azeri potevano però contare su un vantaggio legale: dato che i confini tra le repubbliche dell’Unione Sovietica erano diventati confini internazionali, ora il Nagorno Karabakh era considerato parte integrante del paese, a prescindere da quello che pensavano i suoi abitanti.

Tutto era pronto per una resa dei conti violenta. Così, nel 1991 cominciò una guerra che, in qualche modo, sembrava un ritorno al 1920. Nonostante un debole e ambiguo tentativo di mediazione della Russia (che forniva assistenza militare a entrambi i paesi), il conflitto si trasformò presto in una guerra per la vittoria totale. Nel 1994, dopo grandi spargimenti di sangue, gli armeni finirono per prevalere, assumendo il controllo non solo del Nagorno Karabakh, ma anche dei territori azeri circostanti, e costringendo mezzo milione di civili azeri ad abbandonare le loro case.

I combattimenti terminarono, ma la battaglia politica e retorica non si fermò. In entrambi i fronti dominavano ormai le posizioni massimaliste e intransigenti, quelle che oggi si scontrano in una lotta quotidiana sui social network. Tanto gli azeri quanto gli armeni vorrebbero che il Nagorno Karabakh fosse una regione abitata da una sola etnia, senza la comunità rivale. Negli anni molti armeni hanno cominciato a definire “territori liberati” le regioni azere confinanti con il Nagorno Karabakh conquistate tra il 1992 e il 1994. Città e villaggi ormai spopolati hanno assunto nomi armeni e sono stati ripopolati da migliaia di coloni. Nel 2017 le autorità del Nagorno Karabakh hanno ribattezzato l’enclave “Repubblica dell’Artsakh”, ricorrendo a un nome armeno di epoca medievale per cancellare qualsiasi legame tra la minoranza azera e la regione.

L’Azerbaigian, nel frattempo, ha continuato a usare nomi azeri per città che in epoca sovietica erano abitate anche fino al 90 per cento da armeni, promettendo di “liberarle”. Per gli azeri la capitale del Nagorno Karabakh si chiama Khamkendi, non Stepanakert. Il messaggio è chiaro: Baku vuole i centri abitati del Kara­bakh, ma non gli armeni che li popolano. Nelle ultime settimane le forze azere hanno conquistato la città di Hadrut, oltre a diversi altri villaggi armeni. Tutti gli abitanti sono fuggiti.

Anche se le autorità azere continuano a sostenere (soprattutto davanti agli interlocutori internazionali) di voler concedere “un’ampia autonomia” al Nagorno Karabakh, negli ultimi trent’anni Baku non ha mai chiarito quale sarebbe lo status della regione una volta tornata sotto la sovranità azera.

I due paesi, insomma, sono così arroccati sulle loro posizioni da non voler neanche prendere in considerazione una soluzione diplomatica. Nel 2006 i mediatori francesi, russi e statunitensi avevano messo a punto un piano per disinnescare il conflitto, risolvere la disputa sulla sovranità e ripristinare i diritti del maggior numero possibile di abitanti della regione, armeni e azeri. Tuttavia, il documento con i princìpi basilari del piano non ha mai convinto le classi dirigenti e l’opinione pubblica delle due comunità.

Nel suo libro _Shattering empires _(Imperi in frantumi), sul conflitto tra l’impero russo e quello ottomano nella prima guerra mondiale, lo storico Michael Reynolds scrive che “la ricerca della sicurezza assoluta porta dritto alla rovina. La sicurezza non può essere assoluta, esattamente come il futuro non può essere prevedibile. Le minacce potenziali, per loro stessa natura, sono onnipresenti e impossibili da eliminare. Cercare la sicurezza assoluta significa innescare una catena di eventi che sfuggirà a ogni controllo”.

Il conflitto per il Nagorno Karabakh, in tutte le sue versioni, è una conferma del fatto che le vittorie definitive sono impossibili da ottenere. La vittima diventa rapidamente carnefice, e viceversa.

Una soluzione dall’esterno

Nello scontro attuale i combattimenti sembrano volgere a favore dell’Azerbaigian. L’opinione pubblica azera sostiene compatta i propri leader e le forze armate ottengono un successo militare dietro l’altro, recuperando i territori perduti negli anni novanta. Finora l’alto numero di vittime non ha smorzato l’entusiasmo per l’offensiva. Eppure gli azeri farebbero bene a ricordare l’esperienza del 1994, quando gli armeni credettero di aver conquistato la “sicurezza assoluta”.

Davanti alla prospettiva di perdere l’amato Karabakh, gli armeni potrebbero decidere di ricorrere a misure disperate, arrivando ad attaccare obiettivi azeri fuori dalla regione.

Il conflitto si svolge in un contesto internazionale particolarmente complicato, un fattore che potrebbe aver spinto gli azeri a entrare in azione proprio ora. Gli Stati Uniti, che formalmente guidano la mediazione sponsorizzata dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), da anni si disinteressano del problema. La strategia della Russia è chiaramente ambigua: se Mosca sostenesse apertamente il suo alleato militare, l’Armenia, perderebbe un partner fondamentale, l’Azerbaigian. Infine c’è la Turchia, che negli ultimi cent’anni non era mai intervenuta nel Caucaso, ma ora ha deciso di tornare a far sentire il proprio peso: con ogni probabilità è stata proprio Ankara a far scoccare la scintilla dell’attuale conflitto, garantendo assistenza militare diretta all’Azerbaigian e resuscitando così le vecchie paure degli armeni. Il sostegno accordato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a Baku nasce più da considerazioni di politica interna e dalla solidarietà nei confronti di un paese turcofono che da concreti interessi strategici, ma rimane il fatto che la fornitura di droni armati all’esercito azero si sta rivelando un fattore decisivo nel conflitto.

Da sapere
Guerre e indipendenza

◆ La Repubblica del Nagorno Karabakh,
o Repubblica dell’Artsakh, è una repubblica indipendente de facto, proclamata nel 1992, dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, in una regione dell’Azerbaigian abitata in prevalenza da armeni. Alla dichiarazione d’indipendenza è seguito un conflitto tra Azerbaigian e Armenia che si è concluso nel maggio del 1994 con un cessate il fuoco, ma senza una vera pace. La guerra ha causato ventimila morti e più di un milione di sfollati. La repubblica ha circa 140mila abitanti e un pil di 713 milioni di dollari (2019). La capitale è Stepanakert, che ha 54mila abitanti.

◆ Gli scontri per il controllo della regione sono ripresi con particolare violenza il 27 settembre 2020. Le vittime ufficiali sono poco più di un migliaio, ma secondo la Russia i morti sono almeno cinquemila. I tre cessate il fuoco negoziati tra il 10 e il 25 ottobre sono stati immediatamente violati. Gli ultimi bombardamenti azeri hanno causato gravi danni nella città di Shusha, a poca distanza da Stepanakert. Bbc


Al momento ci sono diversi scenari possibili. Se l’avanzata azera sarà rallentata dall’inverno o dalle asperità del territorio, lo scontro rischierà di trasformarsi in una guerra di logoramento lungo i confini del Nagorno Karabakh, dove le forze armene sono ancora trincerate. Se i militari azeri riusciranno ad accerchiare la repubblica filoarmena, bloccando i rifornimenti in arrivo da Erevan, ci sarà il pericolo di una catastrofe umanitaria.

In caso di una situazione di stallo, invece, le grandi potenze potrebbero decidere d’intervenire per risolvere la crisi. Russia e Turchia potrebbero assumere nuovamente il ruolo ricoperto nella regione nell’ottocento, quando lo zar russo e il sultano ottomano si sfidarono in diversi conflitti nelle aree intorno al mar Nero. La conversazione telefonica tra Erdoğan e Putin del 14 ottobre ha spinto molti osservatori a chiedersi se i due leader non stiano negoziando un accordo segreto, probabilmente basato più sui rispettivi interessi che su quelli degli azeri e degli armeni. Bisogna ricordare, però, che l’intervento di forze esterne nelle trattative diplomatiche per il Nagorno Karabakh non ha mai dato buoni frutti.

All’apice del multilateralismo europeo, nel 1992, l’Osce assegnò il compito di fermare il conflitto al cosiddetto gruppo di Minsk, composto da Bielorussia, Francia, Russia, Turchia, Stati Uniti e altri paesi europei, oltre che da Armenia e Azerbaigian. Ma l’iniziativa ottenne scarsi risultati e non prese nemmeno in considerazione uno dei problemi chiave dell’intera vicenda: il deficit democratico al cuore del conflitto. Non ci fu nessun tentativo di coinvolgere la società civile, di parlare alle rispettive comunità o di contrastare la retorica guerrafondaia che alimentava gli scontri. Alla fine la Russia prese in mano la situazione e decise il destino della regione, esattamente come aveva fatto nei settant’anni precedenti.

Un accordo plasmato da Russia e Turchia danneggerebbe quasi sicuramente gli armeni e accrescerebbe la presenza turca nella regione. Ma potrebbe finire per penalizzare anche l’Azerbaigian. Non è escluso, infatti, che un patto tra le due potenze preveda la presenza nell’area di corpi di pace russi, un’eventualità a cui gli azeri si sono sempre opposti. Inoltre, il rafforzamento dell’influenza della Turchia, la cui politica estera è sempre più improntata alla difesa dell’islam sunnita, rischia di causare problemi in un paese prevalentemente laico e sciita come l’Azerbaigian.

Gli unici paesi che possono ottenere un accordo equo, evitando una guerra infinita o una riproposizione delle vecchie intese russo-turche, sono proprio l’Armenia e l’Azerbaigian. Ma dovrebbero rendersi conto che trovare un accordo è molto più utile che continuare a combattere o permettere ad altri d’imporre una soluzione dall’esterno.

Il bagno di sangue attuale, purtroppo, lascia pensare che uno scenario simile sia abbastanza lontano. Anche se i combattimenti si dovessero concludere a favore dell’Azerbaigian, gli armeni non si arrenderanno. E il conflitto del Nagorno Karabakh resterà senza soluzione fino alla prossima generazione. ◆ as

Thomas de Waal è un giornalista e scrittore britannico, specializzato nella storia del Caucaso. Sul conflitto in Nagorno Karabakh ha scritto Black garden: Armenia and Azerbaijan through peace and war (Nyu press 2013).

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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 61. Compra questo numero | Abbonati