Nel quartiere di Boyle Heights, a Los Angeles, tra una stazione di servizio e quello che sembra un deposito abbandonato, c’è un’ex fabbrica di ceramiche che oggi ospita lo studio di Glenn Kaino, un importante artista concettuale. Kaino apre la porta sul retro e fa entrare il campione olimpico Tommie Smith, sua moglie Delois e me. Veniamo accolti da un’imponente pila di almeno settanta scatole di cartone.
“Cosa sono quelle?”, chiede Smith, che dall’alto del suo metro e novanta svetta sopra Kaino. “Braccia”, risponde l’artista. “Sono tutte braccia?”, chiede Delois. Non sono braccia qualunque. Sono riproduzioni in vetroresina del braccio destro di Tommie Smith, ottenute da un calco in silicone fatto da Kaino alcuni anni fa. Decine di repliche sono sparse per lo studio, più o meno finite. Tutte vanno dalla spalla a un pugno chiuso, e si vede ogni singola vena e increspatura dei muscoli. Quando queste braccia sono messe in verticale, si capisce il senso dell’opera.
Tommie Smith è stato uno degli uomini più veloci del pianeta. Durante la sua carriera da velocista, ha battuto sette record del mondo. Ha stabilito il record più famoso il 16 ottobre del 1968, quando il tempo di 19,83 secondi nei duecento metri alle Olimpiadi di Città del Messico gli valse la medaglia d’oro. Il suo connazionale e compagno di università, John Carlos, vinse il bronzo. Appena saliti sul podio per ricevere le medaglie, con l’inno statunitense che risuonava dagli altoparlanti, i due atleti abbassarono la testa e sollevarono un pugno chiuso in un guanto nero: il destro per Smith, il sinistro per Carlos. Il pubblico rimase a bocca aperta e i flash delle macchine fotografiche cominciarono a scattare. Il gesto dei due atleti, che fu interpretato da molti come un’adesione al black power, rimane tra i più famosi della storia dello sport.
Alcuni anni fa un amico di Kaino ha notato una foto di Smith con il pugno alzato attaccata al computer dell’artista (Kaino s’interessa da tempo alla protesta sociale: un’altra sua opera, intitolata Suspended animation, consiste in un nastro trasportatore pieno di sassi raccolti in luoghi dove ci sono state proteste, tra cui piazza Tahrir, in Egitto, e Ferguson, in Missouri). L’amico gli ha detto che Smith era stato il suo allenatore e si è offerto di presentarglielo. Nel giro di pochi giorni si sono ritrovati su un aereo diretto ad Atlanta, dove vive Smith. Una volta arrivati, Kaino ha proposto a Smith una collaborazione artistica, chiedendogli educatamente di potergli “staccare il braccio dal corpo”. Smith ha accettato e Kaino ha usato il calco per produrre un’intera collezione di braccia. Quelle impacchettate nelle scatole fanno parte di un’opera intitolata Bridge, che è appena rientrata da una mostra. “Usiamo il braccio per esprimere continuità”, dichiara Smith, trovando un legame tra la sua protesta e quelle di oggi: l’epoca di Colin Kaepernick che s’inginocchia, del movimento Black lives matter e di una rinnovata discussione sul razzismo negli Stati Uniti. L’ultima istituzione ad accogliere l’opera di Kaino è stato l’High museum of art di Atlanta, con una mostra di Kaino e Smith intitolata With drawn arms. “L’immagine creata da Smith era così potente che in un certo senso lo ha appiattito su quell’unico momento di novanta secondi”, mi spiega Kaino.
Uva e cotone
Tommie Smith è nato nel 1944, il settimo di dodici figli. Suo padre era un mezzadro, prima in Texas e poi in California. Lui, quando non andava a scuola, raccoglieva uva e cotone. Alle superiori faceva parte della squadra di pallacanestro e ottenne una borsa di studio per l’Università statale di San Jose, dove decise di dedicarsi all’atletica. All’epoca San Jose stava attirando talenti di alto livello ed era soprannominata “Speed city”.
Smith correva forte e al secondo anno uguagliò due record mondiali: quello sui 200 metri piani e quello sulle 220 iarde (201,17 metri). Subito dopo questi due primati mondiali, Smith partecipò a una marcia di protesta di cui aveva sentito parlare da Harry Edwards, uno studente politicamente impegnato con cui Smith aveva fatto amicizia. Smith ricorda che Edwards gli disse: “La velocità non ti dà da mangiare”. Era il 1966 e il movimento dei diritti civili era nel pieno della mobilitazione. Ispirato da Malcolm X, Edwards aveva deciso di radunare alcuni atleti e studenti per protestare contro il razzismo nella loro università. Smith fu tra i sostenitori del movimento di Edwards, che presto superò i confini del campus universitario. Nel 1967, con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Città del Messico, Edwards formò il Progetto olimpico per i diritti umani, insieme ad altri atleti. Gli atleti minacciarono di boicottare i giochi, anche se Edwards sostiene che il loro vero obiettivo fosse “cambiare radicalmente la percezione del ruolo che riveste lo sport per i neri di questo paese”.
Alla fine gli atleti decisero di partecipare alle Olimpiadi, permettendo così a Smith e a Carlos di vincere le medaglie e di fare il loro gesto di protesta. La contestazione era stata preparata meticolosamente: i due uomini, spiega Smith, indossavano una collanina di pietre, simbolo dei linciaggi dei neri, dei calzini neri senza scarpe, simbolo di povertà, e un guanto, per rappresentare “libertà e potere, uguaglianza”. Portavano anche delle spille del Progetto olimpico per i diritti umani, e lo stesso fece, in segno di solidarietà, il vincitore della medaglia d’argento, un australiano bianco di nome Peter Norman. Quando Smith e Carlos sollevarono i pugni, all’improvviso lo stadio si zittì. “Per alcuni secondi avresti veramente potuto sentire volare una mosca”, ha scritto Carlos nella sua autobiografia. “C’è qualcosa d’impressionante in cinquantamila persone che si zittiscono, è come trovarsi al centro di un uragano”. Quello che successe dopo fu ancora più difficile da sopportare. Smith e Carlos furono esclusi dalle competizioni internazionali, questo mise fine alla loro carriera di atleti. “Non ho mai saputo quanto avrei potuto diventare veloce. Avrei compiuto 28 anni alle Olimpiadi del 1972 a Monaco, e tutti hanno visto cosa sono diventati velocisti come Carl Lewis e Michael Johnson nel periodo della maturità”, ha scritto Smith nel suo libro di memorie.
Brutta accoglienza
Tornati a casa, Smith e Carlos furono messi al bando non solo dagli statunitensi bianchi, ma anche da molti neri che temevano di essere associati a loro. Cominciarono ad arrivare messaggi di odio e minacce di morte. In una lettera qualcuno scrisse a Smith: “tornatene in Africa” e allegò un finto biglietto aereo.
“Sono stato preso di mira sia verbalmente sia dal punto di vista economico”, mi racconta Smith.
Forse l’eco del gesto di Smith oggi è più forte che mai, grazie a Colin Kaepernick
Dopo aver preso la laurea a San Jose, Tommie Smith riuscì a trovare solo lavori precari, tra cui una breve esperienza come riserva dei Cincinnati Bengals, una squadra di football americano. In quel periodo aveva a malapena i soldi per comprare il latte in polvere per il figlio neonato, e secondo lui lo stress che ne derivò contribuì alla fine del suo primo matrimonio. In seguito fu assunto come allenatore e istruttore di atletica al Santa Monica college, un incarico che avrebbe ricoperto per più di vent’anni. Ma continuò ad avere problemi economici.
Mentre anche il suo secondo matrimonio andava a rotoli, a metà anni novanta, gli rubarono gioielli e altri oggetti per un valore di decine di migliaia di dollari. La sua fama sembrava svanita nell’anonimato. Delois, sua moglie, mi confida che quando ha incontrato Smith, alla fine degli anni novanta, non aveva idea di chi fosse e con le figlie ha cercato informazioni su di lui su internet. Delois lo ha aiutato anche a recuperare alcuni oggetti che gli erano stati rubati.
Dopo le nozze con Delois la vita di Smith ha avuto finalmente una svolta. Nel 2005 l’Università statale di San Jose ha eretto una statua in onore di Smith e Carlos e ha conferito a entrambi una laurea honoris causa. Alcuni anni dopo i due atleti hanno ricevuto l’Arthur Ashe courage award, un premio dato agli sportivi per il loro impegno fuori dal mondo dello sport, dall’emittente televisiva Espn.
Quando entriamo nello studio di Kaino, Smith si ferma a guardare una delle ultime riproduzioni del suo braccio. Appesa a una delle pareti dello studio c’è una scatola rettangolare, e dentro c’è un braccio messo in verticale (e dipinto d’oro, come tutti gli altri). Uno specchio sul fondo della scatola crea l’illusione di una serie di braccia ripetute all’infinito. “Le amo. Amo la continuazione delle cose”, dice Smith.
Forse l’eco del gesto di Smith oggi è più forte che mai, grazie soprattutto al giocatore di football americano Colin Kaepernick, la cui scelta d’inginocchiarsi durante l’inno nazionale si è rapidamente diffusa in tutta la Nfl, il più importante campionato di football del Nordamerica, provocando le dure reazioni del presidente Donald Trump, dei proprietari delle squadre e di molti tifosi. Kaino lo scorso autunno ha anche organizzato un incontro tra Smith e Kaepernick. L’evento è stato ripreso e inserito in un documentario sulla loro collaborazione artistica. “Kaepernick sapeva del podio a Città del Messico. Lui s’inginocchia mentre io stavo in piedi, ma rappresentiamo la stessa cosa. Combattiamo la brutalità e l’ingiustizia”, mi dice Smith con fierezza.
◆ 1944 Nasce a Clarksville, in Texas.
◆ 1967 Vince l’oro nei duecento metri alle Universiadi a Tokyo.
◆ 1968 Vince l’oro alle Olimpiadi in Messico. Alla premiazione, durante l’inno, china il capo e alza il pugno in segno di protesta.◆ 2016 Barack Obama lo invita alla Casa Bianca.
Dopo le Olimpiadi del 1968, Smith fu considerato un attivista politico e il suo gesto un’espressione del black power, un’interpretazione che per anni lui ha cercato di smentire. Si arrabbia quando vengono tirate in ballo le Black panthers, le Pantere nere (anche se Edwards, l’attivista dell’Università di San Jose State, ne faceva parte) e sostiene che la sua protesta riguardasse i diritti in generale. “Non mi sono mai concentrato solo sui neri. Non volevo che il mio impegno fosse per un’unica categoria di persone”, ha scritto.
Nei cinquant’anni trascorsi da quello che chiama il suo “gesto silenzioso”, Smith è convinto che la società abbia fatto diversi progressi verso l’uguaglianza: gli statunitensi hanno eletto un presidente nero. C’è ancora molto da fare: più di una volta Smith mi fa notare quanto spesso gli statunitensi neri siano vittime di trattamenti disumani nel loro paese. È sorpreso dall’attenzione che attivisti come Kaepernick e i membri di Black lives matter hanno ricevuto negli ultimi anni. Ma precisa che questa attenzione non è stata del tutto positiva. Come Smith, Kaepernick è stato preso di mira e ora non riesce a trovare una squadra (ha fatto causa per danni alla Nfl). Ma Smith pensa che le azioni di Kaepernick potrebbero avere un impatto maggiore rispetto alle proteste isolate di altri atleti neri negli ultimi cinquant’anni, come quelle dei giocatori di basket Craig Hodges e Mahmoud Abdul Rauf negli anni novanta. “Se non molli, i risultati arrivano. Non mi hanno distrutto al punto di farmi smettere. Per Colin Kaepernick sarà lo stesso”, dice Smith.
Nel frattempo la protesta di Kaepernick continua a riaccendere l’interesse nei confronti di quella di Smith. La mostra With drawn arms rimarrà aperta fino al 3 febbraio 2019, quando Atlanta sarà sede del Super Bowl, la finale del campionato di football americano. “I visitatori del museo saranno molti di più di quelli che vediamo abitualmente”, spiega Michael Rooks, il curatore della mostra. Secondo Rooks l’esposizione “permetterà alle persone d’identificarsi con Tommie”. E lo dice in senso letterale: una delle opere preferite di Kaino infatti è una scultura a grandezza naturale di Smith tagliata a metà verticalmente e ricoperta di acciaio lucidato. È intitolata Invisible man (salute).
Un testimone da raccogliere
Forse è superfluo dire che Tommie Smith non fu invitato alla Casa Bianca nel 1968, come succede invece a molti atleti olimpici. Ma nel 2016 (poco prima che Colin Kaepernick s’inginocchiasse per la prima volta) il presidente in carica allora, Barack Obama, ha reso onore in ritardo a Smith invitandolo alla Casa Bianca. Kaino e Delois lo hanno accompagnato. Come regalo hanno portato a Obama un disegno che ritrae Smith nel 1966 mentre passa il testimone durante la staffetta 4x400, in cui la squadra statunitense stabilì il record del mondo. Sul retro Smith ha scritto: “Cosa molto importante, il ‘testimone’ non è caduto”.
Smith è tornato alla Casa Bianca, sempre nel 2016, con la squadra olimpica degli Stati Uniti, ma non farà visita all’attuale presidente. Sostiene che il testimone è stato fatto cadere. “Ma non è fuori dalla pista”, aggiunge, “possiamo raccoglierlo”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati