L’accordo tra i ministri degli esteri dell’Unione europea è un classico compromesso: l’Europa contribuirà a vigilare sul rispetto dell’embargo sulla vendita di armi alla Libia. Ma le navi militari europee opereranno solo nel Mediterraneo orientale e non nelle acque tra la Libia e l’Italia, dove avviene la maggior parte delle traversate di migranti, perché alcuni governi temevano che altrimenti sarebbero state coinvolte nei salvataggi. Se si riesce a ignorare il cinismo, l’accordo è accettabile. Gli europei hanno dimostrato di essere in grado di agire per salvare i risultati della conferenza di Berlino sulla Libia. Ma anche se la missione dovesse concretizzarsi, resta da vedere se riuscirà davvero a ridurre le consegne di armi alle parti in conflitto. Lo spostamento dell’area delle operazioni solleva forti dubbi. Oltre a controllare il traffico di esseri umani, l’obiettivo della precedente missione Sophia era far rispettare l’embargo stabilito nel 2011. Non è chiaro come la nuova missione riuscirà a prevenire le consegne nell’ovest del paese. Inoltre le armi non arrivano solo via mare, ma anche via terra e aria. Limitarsi a osservare le consegne e a denunciare i paesi d’origine non cambierà la situazione: tutti sanno da dove vengono le armi. Difficilmente le sanzioni saranno applicate dal consiglio di sicurezza dell’Onu. L’unica soluzione sarebbe impedire le consegne con la forza militare, ma in questo caso il rischio di un’escalation sarebbe altissimo. Per questo è comprensibile che l’Unione abbia scelto di limitarsi alla missione navale. ◆ gac

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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati