Prima di tutto, una confessione. Il mese scorso – quando ho saputo che Andy Burnham aveva deciso di provare a farsi eleggere in parlamento nel collegio di Makerfield, per poi contendere la guida del Partito laburista e del governo al primo ministro Keir Starmer – ho subito pensato che non ce l’avrebbe fatta. Nel 2024 Makerfield era stato uno dei dieci collegi elettorali in cui la destra xenofoba di Reform Uk aveva ottenuto più voti, oltre il doppio rispetto alla media nazionale. Alle elezioni locali del 7 maggio nella stessa circoscrizione i laburisti erano stati spazzati via dall’ondata populista di Nigel Farage, con un distacco di venti punti percentuali.

È opinione diffusa che gli elettori tendano a votare secondo la propria appartenenza politica e che un candidato forte possa guadagnare il 5, al massimo il 10 per cento rispetto ai numeri del suo partito. Tra l’altro, come sanno tutti, le elezioni suppletive – come il voto di Makerfield del 18 giugno – offrono agli elettori frustrati l’occasione per assestare un colpo al partito di governo senza correre troppi rischi.

Invece eccoci qui. Burnham non solo è stato eletto, ma ha ottenuto la maggioranza assoluta, con l’affluenza in aumento. Questo dettaglio è significativo, perché indica che ha saputo suscitare un entusiasmo genuino, e non ha vinto solamente grazie all’apatia e alle divisioni dei suoi avversari. Reform sa che una sconfitta di questa portata non può essere attribuita esclusivamente agli scriteriati interventi sui social del suo candidato, Robert Kenyon. Per quanto riguarda Restore Britain – un’altra forza di estrema destra che sembra una reincarnazione del National front e promette di “mettere a morte i selvaggi assassini del terzo mondo” – anche se il suo 7 per cento fosse andato a Reform, le cose non sarebbero cambiate. Un altro elemento importante è stato la capacità di Burnham di accaparrarsi tutti i voti del centrosinistra, sbaragliando sia i liberaldemocratici sia i Verdi, in ascesa in tutto il paese. Il sindaco uscente di Manchester ha conquistato l’opinione pubblica progressista: esattamente quello che Starmer non ha saputo fare al livello nazionale.

Dopo questo trionfo spiccatamente personale, e l’annuncio delle dimissioni di Starmer, la corsa di Burnham verso la carica di primo ministro appare inarrestabile. Di conseguenza oggi è fondamentale chiedersi quale dei tre punti chiave della sua campagna elettorale per il seggio di Makerfield – personalità, stile politico e programma – possa essere riproposto con successo per le elezioni politiche.

Dal 2010 ho intervistato Burnham più volte, e nel 2020 ho dedicato due settimane a parlare con i suoi colleghi e conoscenti per capire l’impressionante crescita della sua popolarità durante la pandemia. Sono arrivato alla conclusione che Burnham è la figura adatta per dare al Labour una nuova rilevanza, almeno per il momento. Burnham è un uomo che sa bene chi è, anche al di fuori del contesto politico. Prima del voto a Makerfield, YouGov ha registrato un calo dei suoi consensi, segno che anche lui non è immune all’erosione della popolarità legata all’attività politica. Tuttavia, possedere un’identità solida gli permette di adottare quello stile comunicativo rilassato e spontaneo che Starmer non avrà mai.

Nemici inevitabili

A questo punto di forza si aggiunge il suo pluralismo politico. Per anni Starmer e il suo ideologo Morgan McSweeney hanno imposto un controllo ossessivo al Labour. Il ricorso alla disciplina di partito è stato costante: diversi deputati sono stati marginalizzati e sono stati usati stratagemmi di ogni tipo per impedire i dibattiti su alcuni temi. L’incapacità di Starmer di articolare una visione e un racconto condivisi ha fatto in modo che nessuno capisse il motivo di questo continuo ricorso alla “frusta”, rendendolo di fatto poco efficace. Starmer ha chiaramente esagerato quando ha proibito a Burnham di candidarsi a una precedente elezione suppletiva all’inizio dell’anno, scelta che tra l’altro ha portato a una sconfitta elettorale a favore dei Verdi da cui il primo ministro non si è più ripreso. In questo momento il Labour (e più in generale il movimento progressista britannico) ha un disperato bisogno di un lea­der che abbia il temperamento adatto per accettare e saper sfruttare il dissenso interno.

Sotto questo profilo Burnham dovrebbe essere l’uomo giusto. Tra le altre cose, il suo interesse per una riforma elettorale in senso proporzionale lascia pensare che non farà le barricate contro l’idea di collaborare con altre forze progressiste, a cui era radicalmente contrario il regime “tribale” di Starmer, arrivato a sospendere gli esponenti laburisti che mettevano like ai tweet della verde Caroline Lucas.

Ma se la personalità e lo stile politico sembrano promettere bene, lo stesso non si può dire del programma. A Makerfield Burnham ha saputo schivare tutti i temi più delicati, presentandosi come un ribelle contro Westminster. Ovviamente nessun leader può permettersi di seguire questa linea una volta arrivato al governo. In campagna elettorale Burnham ha ripetutamente fatto intendere che il suo arrivo al potere sarebbe bastato a risolvere i problemi che affliggono lo stato e ampie frange della società. A volte ha corretto il tiro, però il tentativo di accontentare tutti non promette bene per il futuro.

Burnham ha ragione quando dice che è arrivato il momento di tornare al controllo pubblico dei servizi essenziali. Ma tradurre un’idea condivisibile in un piano concreto non è facile, soprattutto considerato lo stato delle finanze pubbliche. La campagna elettorale ha alimentato la sensazione che il probabile futuro premier non abbia prestato molta attenzione alla reale situazione economica dello stato.

I toni usati da Burnham, insomma, devono cambiare. L’ex sindaco di Manchester dovrà fare una cosa che non gli viene naturale, cioè farsi dei nemici, per esempio i milioni di super ricchi a cui dovrà alzare le tasse, sempre che sia davvero determinato a difendere tutti gli altri. Se lo farà davvero dovrà aspettarsi rabbiose urla di protesta. E la storiella secondo cui tutti i problemi del paese sono dovuti al fatto che i politici non ascoltano la gente di posti come Makerfield non basterà certo a metterle a tacere. ◆ as

Tom Clark è un giornalista britannico.In passato è stato commentatore del Guardian.

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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati