Il 19 agosto 2025, per la giornata internazionale della fotografia, Kinshasa ha celebrato il centenario di quest’arte nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) mettendone in luce la vitalità. Dalle immagini artistiche di Sammy Baloji o Léonard Pongo alle “messe in scena” di Pamela Tulizo, passando per i reportage di Arlette Bashizi, la fotografia congolese continua a reinventarsi mettendo in discussione codici che molti ritengono “eurocentrici”.
Indissolubilmente legata alla storia nazionale, per realizzare il suo potenziale la fotografia congolese ha dovuto decolonizzarsi. E, in un paese dove mancano i mezzi e il sostegno politico, è promossa da artisti che la coltivano in patria e la fanno crescere anche all’estero.
Con la serie The uncanny, realizzata tra il 2011 e il 2018, il fotografo Léonard Pongo, che vive tra il Belgio e la Rdc, suo paese di origine, ha sperimentato un linguaggio libero da formule e norme europeizzate: “Seguendo la gente che conosco, mi sono concentrato su quei momenti che di solito i mezzi d’informazione stranieri trascurano. Le fotografie nascono da una percezione, da un sentire, più che da un tentativo di costruire una narrazione univoca, uno storytelling nel senso occidentale del termine”.
Stanca della fotografia documentaria e mettendo in dubbio la sua pratica artistica, Pamela Tulizo ha sviluppato la “fotografia della messa in scena”: “Volevo trasformare i miei scatti in delle specie di partiture cinematografiche con palcoscenico, scenografia e attori per raccontare storie in modo diverso”, spiega.
Senza codici
I confini dell’immaginazione si spingevano ancora più in là nella serie _Imaginary trip _(2016) di Gosette Lubondo. “Turbata dai luoghi abbandonati su cui s’imprimono i segni del tempo”, l’artista fotografa, che ha 33 anni, ha preso un treno abbandonato nella stazione di Kinshasa per ritrarre “viaggiatori immaginari che con la loro espressione e il loro abbigliamento evocano l’atmosfera che prima pervadeva quel luogo”, come si legge nella descrizione della galleria parigina Angalia, dove Lubondo espone con regolarità.
I fotografi congolesi contemporanei si sono affrancati dai codici prestabiliti. Le tendenze della fotografia documentaria e giornalistica in Rdc sono arrivate con stranieri che avevano in mente immagini preconfezionate. “I congolesi hanno una pratica molto personale, con codici che sono solo loro. Che si tratti di pubblicità, moda o eventi, la fotografia qui ha un’identità tutta sua”, afferma Pongo.
Tulizo ribadisce: “La linea dell’orizzonte, l’inquadratura, la costruzione dell’immagine sono molto diverse rispetto all’Europa”. E ironizza riferendosi a un evento accaduto quando lavorava come fotografa di cerimonie a Goma, nel Nord Kivu: “Una coppia di sposi ha insistito molto sul fatto che non voleva assolutamente fotografie da bianchi”.
Anche se l’accademia di belle arti di Kinshasa ha un dipartimento di fotografia dal 2020, l’accesso a questo percorso di studi è ancora limitato perché mancano organizzazioni e università specializzate. Perciò i fotografi più dotati cercano di ottenere borse di studio per lavorare all’estero, soprattutto in Sudafrica. “Sono andata al Market photo workshop di Johannesburg perché a Goma non c’erano scuole o strutture in cui formarmi”, racconta Tulizo. È stato lo stesso per Arlette Bashizi, fotoreporter pluripremiata, anche lei originaria di quella città. “Io ho imparato da sola, mi sono formata sui social”, dice.
Per sopperire a questa mancanza, i fotografi si organizzano creando strutture inclusive. Da quasi un anno l’associazione Efothô di Goma si sforza di promuovere la fotografia congolese con lezioni gratuite. “Vogliamo mettere in contatto professionisti esperti con giovani di talento per trasmettere il nostro sapere, promuovere scambi e raccontare la regione con la nostra voce, per parlare con dignità di quello che succede”, ci spiega uno dei fondatori, Moses Sawasawa, che non ha ancora trent’anni.
Marie-Jeanne Munyerenkana ha partecipato ai laboratori e alla mostra Survivre, lanciata da Efothô alla fine del 2025. “A Goma non ci sono molte opportunità per formarsi come fotografi. Con Efothô ho imparato le basi del mestiere e a rendere visibile il mio lavoro, in particolare attraverso le mostre”, spiega. Sostenuto dalle ambasciate del Belgio e della Svizzera in Rdc, il progetto Survivre (come sopravvivere alla guerra nell’est del paese) è stato presentato all’accademia delle belle arti di Kinshasa.
Trovare i propri spazi
Pamela Tulizo ha tentato di fare qualcosa di simile creando nel 2021 il Tulizo elle space a Goma, un centro di formazione in arti visive per sole donne. “Le donne possono imparare in sicurezza, senza giudizi, e scoprire modi per uscire dal quadro tradizionale della comunità”, spiega. In quattro anni il centro ha ospitato conferenze, seminari e programmi sull’arte femminile, e nello specifico sulla fotografia, “ma le attività si sono ridotte perché sono peggiorate le condizioni di sicurezza e mancano gli aiuti dello stato”, racconta.
I fotografi congolesi trovano più spesso spazio in questi eventi, ma “se non esponiamo in Europa o negli Stati Uniti è difficile farci riconoscere a livello internazionale”, sottolinea Tulizo.
“Servono spazi creati da noi e per noi”, prosegue la fotografa, che ha chiuso il 2025 con la mostra Baadayee (Dopo, in swahili) alla Cité internationale des arts di Parigi. È una serie sulle richiedenti asilo in Francia, che fa luce sulla loro vita prima dell’esilio e quella che immaginano dopo.
Ma anche se ci sono spazi in cui condividere le proprie esperienze, la mancanza di istituzioni a loro dedicate toglie alla fotografia congolese la possibilità di salvaguardare e trasmettere la sua storia.
Ci sono pochi studi sulla nascita della fotografia in Africa, fatti da ricercatori e archivisti determinati, spesso aiutati dalla preziosa Revue noire, rivista che tra il 1990 e il 2000 ha promosso in tutto il mondo l’arte contemporanea africana.
Dagli anni venti del novecento la fotografia, che fino ad allora era una prerogativa dell’amministrazione coloniale belga, cominciò a conquistare i giovani congolesi, osserva Sandrine Colard nel saggio Photography in the colonial Congo, 1885-1960, del 2016 Questa svolta è stata esaminata anche da Baudouin Bikoko, che insegna all’accademia di belle arti di Kinshasa, nel libro _Photo comme écriture _(2024): “Ci tenevo particolarmente a evidenziare la differenza tra la fotografia in Congo e la fotografia congolese”, spiega.
Visione stereotipata
Agli inizi del novecento, in quello che all’epoca era il Congo belga, la fotografia era usata esclusivamente dal governo coloniale e le immagini “ufficiali” erano destinate alla metropoli. Quegli scatti veicolavano una visione profondamente stereotipata della popolazione congolese, spesso disumanizzante, riducendo le persone a figure esotiche o funzionali. Non erano attenti “alla nostra cultura né alla nostra identità”, aggiunge Bikoko, perché “quello che succedeva nella città cosiddetta indigena non interessava davvero ai bianchi”.
Nella mostra Recaptioning Congo, presentata al museo della fotografia FoMu di Anversa nel 2022, Colard ha ripercorso la lunga e turbolenta storia della fotografia nel Congo coloniale. “Volevamo mettere a confronto le prospettive dei fotografi europei e quelle, a lungo marginalizzate, dei fotografi africani, in un regime coloniale belga che controllava e manipolava le immagini”, spiega Salomé Omanga, responsabile della programmazione culturale della mostra.
Grazie alle sue ricerche Bikoko ha identificato in Samuel Lema il primo fotografo congolese, il cui primo scatto risale al 1925, durante un viaggio per una missione protestante svedese nel Congo centrale. In questa regione emersero anche altri pionieri, come Antoine Freitas (1904-1966), di origini angolane.
A Kinshasa verso la metà del novecento, fiorirono gli studi fotografici gestiti dai congolesi, mentre divampava la febbre indipendentista
Fotografi itineranti percorsero in lungo e in largo le province con i loro apparecchi “a cassetta”, suscitando una profonda diffidenza: la loro pratica era associata alla stregoneria e si guadagnarono il soprannome di muena magimbu, stregoni magici in lingua tshiluba.
Inizialmente gli studi fotografici erano stati aperti e frequentati quasi esclusivamente dagli europei. Poi, nella capitale, verso la metà del novecento cominciarono a fiorire gli studi fotografici gestiti dai congolesi, parallelamente al divampare della febbre indipendentista. Alimentata da una timida “apertura” promossa dall’amministrazione coloniale e dalle riforme amministrative culturali e sociali precedenti all’indipendenza, la fotografia suscitò un interesse crescente.
La vita nella capitale
Gli studi fotografici, che spesso erano allestiti all’aperto, videro la nascita delle prime foto di famiglia, immortalate soprattutto dal famoso Jean Depara, che in seguito aprì il mitico studio Jean Whisky Depara.
Man mano che le insegne degli studi fotografici fiorivano lungo i grandi viali di Kinshasa, si sviluppò un genere di fotografia realizzata al loro interno. La forma più diffusa era quella del ritratto. Antoine Freitas aprì il suo Antoine Photo e Samuel Lema s’impose con lo Studio Less. Poco a poco i profondi cambiamenti urbani della capitale incisero sulla pratica fotografica e gli artisti congolesi cercarono di raccontare una città in trasformazione permanente e in piena effervescenza.
Dagli anni cinquanta agli anni settanta la vita notturna nella Rdc raggiunse il culmine, con i bar di Kinshasa che risuonavano al ritmo della rumba congolese per celebrare l’indipendenza da poco conquistata. La macchina fotografica di Jean Depara catturò quell’atmosfera di festa e le sue “belle notti”, frequentando assiduamente i locali dell’epoca, come il Oui Fifi o l’Afro-Negro. Depara raggiunse la fama internazionale diventando il fotografo ufficiale del musicista Franco.
In quel periodo emersero anche famose fotografe donne, ricorda Bikoko, anche se in “Nigeria e Ghana c’erano già dagli anni venti”. Jacqueline Sudila Mpate, vicina al maresciallo e poi dittatore Mobutu Sese Seko, fu la prima donna congolese a poterlo fotografare.
Se le fotografie del periodo coloniale sono state raccolte in fondi, conservate e archiviate, quelle congolesi dell’inizio del novecento sono ancora materiale di studio nelle mani delle giovani generazioni di fotografi. L’idea oggi è quella di “aggiungere nuove didascalie alle fotografie coloniali, lasciando parlare i diretti interessati per decostruire la propaganda coloniale”, spiega Salomé Omanga. Decostruire la storia, se non si ha la possibilità di rifarla. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati