Aleksandar Vučić è stato sconfitto e i governi d’Europa sono stati umiliati: questo, in sintesi, è il risultato delle elezioni in Serbia. È una vittoria il cui merito va solo ed esclusivamente ai giovani serbi: per due anni gli studenti di scuole e università sono scesi in piazza a migliaia. Hanno dimostrato determinazione e disciplina, non sono stati aiutati da nessuno e hanno corso rischi altissimi, perché avevano un avversario pericoloso, di quelli che per mantenere il potere non si fermano davanti a niente e nessuno. 

Vučić ha cercato di spaventarli con i reparti antisommossa della polizia, con le squadracce di hooligan e con un apparato propagandistico che li ha attaccati costantemente. Insomma, le ha provate tutte, ma non è servito a niente: i giovani hanno resistito, lottando per il loro futuro con le unghie e con i denti, ma sempre con metodi non violenti. Alla fine delle manifestazioni pulivano le strade dai rifiuti, come a dire: ecco cosa vogliamo da questo stato corrotto, un po’ di pulizia. Chiedevano un paese normale, con del senso civico.

Rispetto alle violenze che si sono viste nelle ultime settimane nelle città europee, la loro non violenza sorprende positivamente. I giovani serbi hanno cacciato un leader autoritario, e lo hanno fatto pacificamente. Vučić ha ammesso la sconfitta e loro si sono ripresi la democrazia con mezzi democratici, nella profonda convinzione che un futuro diverso è possibile.

Da sapere
Dalle piazze alle urne

◆ Le elezioni legislative serbe del 25 ottobre 2026 sono state vinte dalla Lista studentesca (Studentska lista), che ha ottenuto il 52,8 per cento dei voti e 140 seggi su 250 al parlamento di Belgrado, sconfiggendo la coalizione Serbia unita di Aleksandar Vučić, che si è aggiudicata il 39,1 per cento dei voti e 104 deputati. Nessun’altra lista ha superato la soglia di sbarramento del 3 per cento: i sei seggi restanti sono andati a quattro partiti delle minoranze etniche. La sconfitta interrompe il dominio politico di Vučić, primo ministro dal 2014 al 2017 e poi presidente fino alle dimissioni del settembre 2026, presentate per ricandidarsi alla guida del governo. Il suo Partito progressista serbo (Sns, populista e nazionalista) era al potere dal 2012. La Lista studentesca, guidata dal medico e professore Ilija Srdanović, riunisce insegnanti e figure della società civile scelti nelle assemblee del movimento studentesco che da due anni guida le proteste contro il governo. La mobilitazione è cominciata dopo il crollo di una pensilina nella stazione di Novi Sad il 1 novembre 2024, costata la vita a sedici persone. I manifestanti attribuivano la tragedia alla corruzione e all’assenza di controlli sui lavori di ristrutturazione, accusando il governo di proteggere i responsabili. Alla richiesta di giustizia si sono aggiunte presto rivendicazioni più ampie contro il regime autoritario costruito da Vučić: elezioni libere, separazione dei poteri, rispetto dello stato di diritto. Reuters


In questa lotta, i governi europei che si riempiono la bocca di democrazia non sono stati al loro fianco: per anni hanno corteggiato Vučić, che ha una lunga lista di “amici”, dal presidente francese Emmanuel Macron agli ex cancellieri tedeschi Angela Merkel e Olaf Scholz, passando per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Per loro Vučić era un fattore di stabilità in una regione, i Balcani, notoriamente instabile. 

Eppure è evidente a tutti che l’ex presidente serbo fosse l’esatto opposto di un garante della stabilità. Era, piuttosto, un leader con cui si potevano fare ottimi affari a patto di chiudere entrambi gli occhi. Cosa che faceva comodo a molti: a Macron, che voleva vendergli i suoi aerei da combattimento; a Olaf Scholz, che puntava al litio custodito nel sottosuolo serbo; a Ursula von der Leyen, che dal regime appena caduto si aspettava una soluzione alla questione del Kosovo; e perfino ad Angela Merkel, che si è impegnata con successo ad aprire alle imprese tedesche le porte della Serbia. A fronte di tutto questo, a chi poteva mai interessare che intanto Vučić stesse progressivamente trasformando il suo paese in una proprietà personale, un regno in cui la sua parola era legge?

Come in Ungheria

Le conseguenze dell’opportunismo dei leader europei nei confronti della Serbia di Vučić sono diventate evidenti negli ultimi due anni. Nelle manifestazioni degli studenti non si sono viste bandiere dell’Unione europea. Anche i sondaggi lo confermano: i serbi ormai se ne infischiano dell’Europa. Nel 2012, quando il partito di Vučić è arrivato per la prima volta al potere, la stragrande maggioranza dei serbi era a favore dell’integrazione europea. Oggi è una posizione sostenuta solo da una minoranza.

Negli ultimi due anni, quando gli si chiedeva cosa pensassero dell’Ue, gli studenti rispondevano con un’alzata di spalle. Poi però aggiungevano: le rivendicazioni del movimento – stato di diritto, democrazia, diritti umani – sono in tutto e per tutto europee.

Mettiamola così: in Serbia ha vinto un movimento europeo che però con l’Unione europea nella sua forma attuale non ha nulla da spartire. E quindi nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto d’interpretare il voto serbo come una vittoria dell’Europa, quantomeno non dell’Europa di oggi.

Ma una cosa va detta: per la seconda volta nel giro di pochi mesi nel continente un movimento democratico ha rovesciato un leader autoritario. Ad aprile era toccato all’ungherese Viktor Orbán, oggi è la volta del serbo Aleksandar Vučić. Dovrebbero ricordarsene tutti quelli che non fanno che parlare dell’inevitabile declino della democrazia. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati