Dopo dieci giorni di festival durante i quali è stato proiettato un centinaio di film, di cui 21 in concorso per il Leone d’oro, la 75a edizione della Mostra del cinema di Venezia si è chiusa sabato 8 settembre.
Nel momento stesso in cui si è interrotto il balletto di vaporetti che trasportavano giorno e notte star e gente del cinema, organizzatori, giornalisti e spettatori, il Lido ha ritrovato il suo clima di tranquilla stazione balneare. Ma non prima di aver fatto conoscere i vincitori del festival durante una cerimonia di chiusura che ha attribuito il Leone d’oro a Roma, il bellissimo film di Alfonso Cuarón.
Favorito tanto dai critici quanto dal pubblico, questo film in bianco e nero, nel quale il regista messicano di _Gravity _(2013) restituisce una parte dei suoi ricordi di infanzia, si è fatto notare fin da subito nella corsa al primo premio, rendendo il suo successo piuttosto prevedibile.
In compenso la vera novità è stata il riconoscimento dato a un film distribuito da Netflix. Finora infatti la piattaforma statunitense di streaming non aveva ancora ottenuto il primo premio in uno dei tre principali festival del cinema, cioè Cannes, Venezia, Berlino. E anzi vale la pena di ricordare che in primavera Netflix aveva deciso di non portare Roma a Cannes dopo che gli organizzatori del festival francese avevano imposto ai film candidati alla vittoria della Palma d’oro di dover uscire in sala e di rispettare un intervallo di tre anni tra l’uscita pubblica e la diffusione su una piattaforma video in abbonamento. Una regola del tutto inedita visto che l’anno prima Okja, film del regista sudcoreano Bong Joon-ho, distribuito da Netflix, era stato incluso nella competizione ufficiale.
Agli antipodi di Cannes
Di conseguenza questo Leone d’oro rappresenta una sorta di rivincita per Netflix, che a Venezia ha avuto anche un altro premio: quello per la sceneggiatura, dato al western a episodi dei fratelli Coen, La ballata di
Buster Scruggs, un altro dei tre film della piattaforma (insieme a 22 july di Paul Greengrass) in concorso principale alla Mostra di quest’anno.
Ricordiamo inoltre che il 6 settembre, due giorni prima della fine della manifestazione, Netflix aveva già fatto parlare di sé inaugurando il Festival internazionale del film di Toronto con uno dei suoi lungometraggi, Outlaw king, il re fuorilegge di David Mackenzie.
Ma oltre a questi successi della piattaforma statunitense – il cui exploit sta già facendo molto discutere – il festival di Venezia è stato l’esatto contrario di quello di Cannes. Mentre a maggio il festival francese aveva messo in evidenza l’impegno sociale e civile dando grande spazio ai registi asiatici, la Mostra ha invece privilegiato i film di genere e in costume, per lo più statunitensi ed europei. E mentre la questione femminile e le rivendicazioni delle donne (in particolare sulla parità) avevano agitato la Croisette, questi problemi non hanno interessato Venezia, che in concorso contava una sola regista, l’australiana Jennifer Kent, autrice di The nightingale. Del resto le dichiarazioni del regista francese Jacques Audiard, che aveva denunciato questa situazione, non hanno suscitato reazioni particolari in Italia.
Infine mentre la 71a edizione del Festival di Cannes è stata criticata per la sua mancanza di fascino e di star hollywoodiane, la Mostra invece ha brillato per la presenza di Ryan Gosling, Natalie Portman, Emma Stone e anche di Lady Gaga, la cui sfilata sul tappeto rosso del Palazzo del cinema ha mandato in delirio un’orda di fotografi armati tanto di macchine professionali quanto di semplici smartphone.
◆ Che la Mostra del cinema di Venezia segnasse una vittoria per Netflix era già evidente nel momento in cui erano stati annunciati i film selezionati per il festival, il 25 luglio. “Gli spettatori sanno già che per vedere il film di Alfonso Cuarón e quello dei fratelli Coen non dovranno uscire di casa”, scriveva Thomas Sotinel **su **Le Monde. I malumori espressi da parte di autori ed esercenti italiani sono esplosi dopo che Roma _ha vinto il Leone d’oro. In una nota l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici), la Fice (Federazione italiana cinema d’essai) e l’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) esprimono “contrarietà per aver inserito in concorso alcuni film non destinati alla visione in sala”. Ritengono inoltre “iniquo che il marchio della Biennale sia veicolo di marketing per Netflix”, che “sta mettendo in difficoltà il sistema delle sale italiane ed europee”. La nota ricorda che la Mostra è finanziata con soldi pubblici e auspica che Venezia segua le orme di Cannes. The Holly-wood Reporter sottolinea la coerenza del direttore del festival Alberto Barbera, il primo, nel 2015, a includere in concorso un film di Netflix (Beast of no nation_). “Ma vista la grande quantità di denaro pubblico che finisce nella Mostra ogni anno”, conclude, “e l’assenza di spese promozionali di un certo rilievo da parte di Netflix al Lido, forse è comprensibile l’insoddisfazione dell’industria italiana”.
Di fatto le scelte della giuria presieduta dal regista messicano Guillermo del Toro, il cui film La forma dell’acqua _aveva ricevuto il Leone d’oro nel 2017, si sono rivelate il riflesso ufficiale di tutti questi elementi, con un Leone d’argento per la migliore regia dato a Jacques Audiard per il suo primo film in inglese con Joaquin Phoenix e John C. Reilly, _The Sisters brothers. Mentre l’altro Leone d’argento, quello del Gran premio della giuria, è andato a _The favourite _del regista greco Yorgos Lanthimos, un film che racconta la lotta per il potere tra donne alla corte della regina Anna di Gran Bretagna (1702-1704), ultima sovrana della casa Stuart. Nel prestigioso cast che riuniva Emma Stone, Rachel Weisz e Olivia Colman, è a quest’ultima che la giuria ha assegnato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Una scelta che sicuramente non deve essere stata facile.
Un altro film in costume, ma meno sorprendente e coraggioso, irritante nel suo manicheismo e accolto con freddezza dalla critica, _The nightingale _di Jennifer Kent (la storia di uno stupro e della vendetta di una donna in Tasmania), ha vinto il Premio speciale della giuria e il Premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente, che è andato all’attore aborigeno Baykali Ganambarr.
La Coppa Volpi per il migliore interprete maschile è andata invece all’attore americano William Dafoe, straordinario nei panni di Vincent Van Gogh in At eternity’s gate _del regista Julian Schnabel (Lo scafandro e la farfalla), un film che secondo noi avrebbe meritato di più. Il regista, che per la sua sceneggiatura si è basato sulle ultime lettere scritte dal pittore, ci ha dato la sua versione degli ultimi giorni di Van Gogh alle prese con la follia e con la frenesia creatrice. Due stati d’animo che il film mette in evidenza con una grande ingegnosità formale. ◆ _adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati