“Il folk è il popolo / turbo è il sistema di alimentazione del carburante / sotto pressione nel cilindro del motore / a combustione interna / turbofolk è l’incendio del popolo”. Questi versi sono tratti dalla hit Turbo folk, lanciata da Rambo Amadeus nel 1987. La ricercatrice universitaria tedesca Sonja Vogel ha deciso di farne l’epigrafe del suo libro Turbofolk, sottotitolato _ La colonna sonora della disgregazione della Jugoslavia_. Vogel indaga il fenomeno attraverso i ritratti di tre star di grande successo, Lepa Brena, Ceca e Jelena Karleuša, per cercare di mettere a nudo il mito di questa sottocultura, disprezzata dagli ambienti intellettuali, ma adorata dalle masse popolari e capace di riunire sulla pista da ballo i croati, i serbi, i bosniaci e tutti gli altri balcanici.
Da Tito ad Arkan
Ognuna delle star scelte da Vogel riassume un periodo della storia jugoslava. Lepa Brena è il simbolo degli anni ottanta, quando la Federazione socialista, orfana del suo padre fondatore Tito, sprofondò nella crisi e il mito dell’identità jugoslava cominciò a mostrare le prime crepe con il ritorno delle tentazioni nazionaliste, in particolare in Serbia e in Croazia. Ceca incarna gli anni novanta, la stagione della disintegrazione, delle guerre, dell’isolamento della Serbia di Slobodan Milošević, sottoposta a un embargo internazionale. “Ceca rappresenta allo stesso tempo le nuove identità nazionali, culturali e sessuali. Il suo matrimonio con Arkan, un criminale di guerra serbo, celebrato nel momento in cui i combattimenti erano al loro culmine, rappresenta a mio parere l’unione simbolica del pop e del nazionalismo”, spiega Vogel. Dopo la rivoluzione democratica del 5 ottobre 2000, Jelena Karleuša, “grande comunicatrice”, segna l’avvento di un nuovo turbofolk, più aperto al pop occidentale.
Nato negli anni ottanta, il turbofolk si è strutturato negli anni novanta, “quando l’ondata nazionalista ha prodotto una nuova cultura”. Il genere ha prosperato grazie alla privatizzazione delle strutture produttive. “La musica neofolk che si era diffusa a partire dagli anni sessanta aveva la funzione di riconciliare le dicotomie che l’élite jugoslava si sforzava di superare: l’antagonismo tra la cultura urbana e quella rurale, i nazionalismi, i ruoli legati al genere e così via”, spiega Vogel. Ma il potere socialista non vedeva di buon occhio questa cultura e impose una tassa sulla “cultura spazzatura”: i contenuti giudicati di valore inferiore erano sottoposti a un’imposta maggiorata. “Questa distinzione tra la cultura buona e quella cattiva, quella autentica e quella no, anticipava già il discorso nazionalista degli anni ottanta e novanta”.
Lepa Brena promuoveva un modello di successo alla jugoslava: la giovane campagnola che ha fatto un buon matrimonio ed è diventata una signora di città, mentre Ceca ha sposato Arkan, un uomo che faceva lavori sporchi per conto di Milošević. “Anche senza mai sostenere apertamente le posizioni politiche del marito, Ceca ha aiutato molto Arkan. Paradossalmente è stata una cantante molto meno politica di Lepa Brena, che cantava Živela Jugoslavija!, viva la Jugoslavia”. Tuttavia i testi delle sue canzoni, per niente politici, adottano un nuovo modello estetico che ha valenza politica. “Il turbofolk”, sostiene Vogel, “con la sua retorica ambigua, diventa uno strumento che finisce per impedire alla gente di parlare apertamente di temi delicati”.
Nuovi canali di comunicazione, come TV Pink, la tv commerciale di Belgrado nata nel 1996, hanno reso popolare il turbofolk e un’estetica che celebra i grandi marchi internazionali di vestiti, auto e sigarette, in un periodo in cui i prodotti di lusso erano poco accessibili a causa delle sanzioni. Nella Serbia isolata il turbofolk, come ha scritto Eric Gordy, “è stato una forma di evasione che ha rafforzato il potere di Milošević”. “Sembrava che non ci fosse un’alternativa”, ricorda Vogel, che associa a questo fenomeno anche il cinema di Emir Kusturica, in particolare Underground, palma d’oro a Cannes nel 1995.
L’immagine della donna nei testi e nei video di Ceca rafforza un determinato ordine sociale. “Le storie d’amore che canta non sono romantiche. Al contrario, sono brutali”, continua Vogel. “Gli uomini maltrattano le donne, le ingannano o addirittura le picchiano. Le donne si sottomettono al destino degli uomini, sacrificano i loro bisogni per i maschi. Il patriarcato non è mai messo in discussione”.
La Serbia non è mai stata così “piccola” e isolata come negli anni novanta, periodo in cui ha fatto passi indietro anche nella rappresentazione dei generi. “Si tratta di un fenomeno tipico di tutti gli stati post-socialisti”. Le donne sprofondano in ruoli stereotipati: sposa, madre, cantante, modella. Sul fronte opposto c’è l’uomo tipo, anche lui sessualizzato, definito dal suo status sociale e dalla sua ricchezza, come le donne lo sono dal loro corpo. “Alla fine ogni paese ha la cultura pop che si merita, quella che gli somiglia di più”, osserva Vogel.
La terza fase
Jelena Karleuša incarna la terza fase dell’evoluzione del turbofolk, dopo il duemila. “Secondo me può essere ricollegata a vari aspetti della cultura queer”, dice Vogel. Mentre le eroine di Ceca sono donne malinconiche, prigioniere del loro destino e del patriarcato, quelle di Karleuša diventano isteriche, vanno alla caccia di uomini armate di mazze di baseball, distruggono le auto degli amanti infedeli. “Jelena Karleuša recita il ruolo della donna molto più di quanto non lo rappresenti, e questo mette chiaramente in evidenza che il genere sessuale può essere una costruzione artificiosa”, sorride Vogel, ricordando di passaggio che molti giornalisti hanno definito la cantante una “puttana”, accusandola addirittura di non essere una “vera donna”.
Forse con Jelena Karleuša il turbofolk è diventato politico: insieme ad altre star come Seka Aleksić, Karleuša ha preso posizione a favore dei diritti delle donne e della comunità lgbt. Non ha esitato a dare il proprio sostegno al gay pride di Belgrado nel momento in cui le autorità evocavano “pericoli per la sicurezza”, come scusa per non autorizzarlo.
Raramente si parla invece della croata Severina, altra grande diva del turbofolk post-jugoslavo. “Le nuove identità e le nuove frontiere nazionali si fanno sentire”, sottolinea Sonja Vogel. Scelta come rappresentante della Croazia all’Eurovision 2006, Severina ha condiviso il palco con il gruppo Let 3, i cui componenti indossavano costumi tradizionali. Un approccio decisamente ironico al concetto di identità nazionale”. La recente inaugurazione di una radio di Zagabria interamente dedicata al turbofolk ha causato un grande scandalo nell’opinione pubblica, ma ha anche messo a nudo quello che è un segreto di pulcinella. E cioè che i croati ascoltano il turbofolk serbo, che non è peggiore di quello croato. Il turbofolk, colonna sonora della disgregazione della Jugoslavia, è anche un piacere proibito transfrontaliero. ◆ af
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 87. Compra questo numero | Abbonati