Il 27 maggio sono cominciate in tutto il mondo le celebrazioni per la seconda festa più importante per i musulmani: l’Eid al Adha, la festa del sacrificio, chiamata anche Tabaski in Africa occidentale. In quest’occasione si ricorda il sacrificio che, secondo il Corano, Ibrahim sarebbe stato disposto a fare uccidendo il figlio Ismail pur di onorare Allah, che però mandò un angelo a fermare l’uomo e sostituì il ragazzo con un ariete. Per questo la festa è tradizionalmente celebrata con l’uccisione di un animale (udhiya o qurbani), in molti casi un ovino, la cui carne è poi distribuita tra i poveri.
Dall’inizio della guerra in Ucraina i rincari dei prezzi alimentari e del bestiame sono diventati un problema in tutta l’Africa, e tornano all’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto in queste occasioni. Quest’anno la guerra contro l’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno esasperato ulteriormente la situazione. Dall’Egitto al Marocco, passando per i paesi dell’Africa occidentale, i titoli dei giornali si ripetono: gli animali sono troppo cari e pochi possono permettersi questa spesa.
Il sito senegalese Seneweb registra l’atmosfera del Tabaski a Dakar: “L’abituale trambusto della capitale nasconde una profonda ansia. Tra l’impennata dei generi alimentari, l’aumento vertiginoso del costo dei montoni e delle spese per l’abbigliamento, racimolare il ‘budget completo per Tabaski’ è diventata un’impresa. I venditori espongono spezie, gioielli e altra merce, e gli allevatori presentano i loro capi migliori. Ma dietro la facciata festosa, i clienti sono pochi e contrattano su ogni centesimo”. Il sito calcola che per una famiglia la spesa può superare i 500mila franchi cfa (760 euro), “una cifra esorbitante per il cittadino medio”.
Stessa cosa a Niamey, in Niger, racconta il sito Le360, dove il bestiame non scarseggia, ma i clienti sì. Il giornale online algerino Tsa riporta una storia simile dalla Tunisia: per molte famiglie l’Eid al Adha è diventato una “fonte di angoscia” e, visto che i prezzi delle pecore superano i 410 euro, molti hanno dovuto scegliere tra indebitarsi e rinunciare al rito.
In Marocco il governo ha cercato di controllare la vendita degli ovini ma, come ha denunciato il settimanale Tel Quel, i provvedimenti sono diventati una fonte di scandali che hanno coinvolto il governo di Aziz Akhannouch. Come spiega la rivista, il programma governativo era concepito per prevenire un forte aumento dei prezzi del bestiame marocchino, una risorsa che scarseggia. Il numero degli animali è infatti crollato negli ultimi anni a causa della lunga siccità e la situazione è diventata talmente grave che il re l’anno scorso aveva esortato i cittadini a non compiere i sacrifici. Ma nei mercati e nelle macellerie i prezzi hanno continuato a salire vertiginosamente e si possono spendere fino a 1.120 euro per un animale. “Caro montone di Hormuz: anche gli ovini hanno ormai una coscienza geopolitica”, ironizza sui social la rivista marocchina I-Week.
Delocalizzare
In Egitto il prezzo della carne è aumentato del 20 per cento perché l’impennata dei costi dei mangimi dal 2022 ha fatto calare del 60 per cento la disponibilità di bestiame. Allora si sperimentano nuove soluzioni, che alla lunga forse porteranno a una riduzione del numero di animali uccisi: i fedeli si organizzano per condividere il costo di un sacrificio (secondo i dettami religiosi, un rito può valere per sette persone), oppure comprano dei “certificati di sacrificio”, cioè pagano una somma a un ente benefico che svolge il sacrificio per conto dei sottoscrittori.
Un’altra soluzione, racconta un articolo di The Continent, è delocalizzare la pratica. Se una pecora costa 628 dollari al Cairo, in Tanzania ne costa circa 52. Per questo sono nati dei servizi online che propongono di far macellare pecore e bovini a migliaia di chilometri di distanza, in paesi dove il bestiame è meno caro, in cambio di un certificato. Questi servizi sono diventati popolari negli ultimi cinque anni, dopo che sono stati promossi anche da influencer. Le organizzazioni benefiche coinvolte nella filantropia dei sacrifici in paesi terzi non hanno allevamenti in Tanzania, ma si affidano alle autorità musulmane locali, che supervisionano i riti e identificano le famiglie bisognose a cui distribuire la carne.
L’Egitto, ricorda il settimanale sudafricano, è il secondo paese più generoso del mondo nella classifica del World Giving Index 2025. Gli egiziani hanno donato circa 4,5 miliardi di dollari nel 2024. Tuttavia, l’economia è stata duramente colpita da svalutazioni della moneta locale, dalle crisi delle catene di approvvigionamento globali e, più recentemente, dai conflitti in Sudan e a Gaza.
(Francesca Sibani)
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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