Il 10 ottobre, giorno in cui era prevista una manifestazione indetta dal Partito degli scarafaggi – il movimento della generazione Z indiana nato la scorsa primavera che in questi giorni protesta contro la revisione delle liste elettorali, che ha tolto il diritto di voto a 130 milioni di persone – l’atmosfera nella Lutyens’ Delhi, la zona della capitale indiana che ospita gli uffici governativi, era molto simile a quella dei lockdown imposti durante la pandemia: strade sbarrate una dopo l’altra e documenti d’identità controllati più volte. In giro si vedevano solo giornalisti o agenti in uniforme. I grandi viali deserti testimoniavano la paranoia di chi governa il paese da questa zona della capitale.

A un paio di chilometri dalla zona sorvegliata in cui si concentra il potere, vicino al cavalcavia di Safdarjung, un folto gruppo di militanti della All India students’ association (Aisa) si era seduto in mezzo alla strada per impedire a una camionetta della polizia di portare via alcuni manifestanti. L’aria risuonava degli slogan che chiedevano le dimissioni del presidente della commissione elettorale Gyanesh Kumar, responsabile della revisione delle liste elettorali. Quando io e un collega siamo arrivati sul posto, la leader dell’Aisa Neha Bora era già stata portata via.

Era strano che Bora fosse riuscita a sfuggire all’ondata di fermi avviata dalla polizia di New Delhi già alla vigilia del 10 ottobre. Un suo compagno più anziano, con la camicia intrisa di sudore e la voce tremante d’orgoglio, ha raccontato che tre giorni prima era stata trasferita dalla sua abitazione in un altro luogo, dov’era rimasta con il telefono spento. I messaggi le venivano recapitati di persona. A quanto pare, la polizia non era riuscita a rintracciarla. Gli organizzatori dell’Aisa avevano individuato quattro possibili luoghi in cui manifestare, scegliendo infine Dilli Haat, un mercato all’aperto, soprattutto perché facilmente raggiungibile da una stazione della metropolitana rimasta aperta il 10 ottobre. “Le hanno comunicato il luogo della protesta solo quando l’hanno accompagnata lì”, ha spiegato il dirigente dell’Aisa. La polizia è stata colta di sorpresa.

Le due immagini contrapposte del 10 ottobre raccontano, per così dire, due diverse strategie di sopravvivenza in questo periodo di turbolenza. Il governo Modi ha usato una strategia simile a quella adottata per affrontare il covid-19: ha cancellato più di 250 treni, vietato gli assembramenti di cinque o più persone e fermato circa settemila potenziali manifestanti, per impedirgli di scendere in piazza.

Eppure il virus della resistenza ha dimostrato di sapersi adattare, dando vita a manifestazioni come quelle che si sono svolte sul cavalcavia di Safdarjung e in altri punti di New Delhi il 10 e l’11 ottobre. Ora, grazie alla diffusione delle notizie sulle proteste, potrà propagarsi anche in altre zone, spingendo un numero crescente di persone a sfogare la rabbia contro il governo, che temerà di uscirne indebolito. Per questo reprimerà i manifestanti con la stessa spietatezza mostrata durante la pandemia, quando ha riservato un trattamento brutale a chi doveva percorrere centinaia di chilometri a piedi per tornare a casa.

L’unico vaccino di cui dispone il primo ministro Narendra Modi per neutralizzare il virus della protesta è chiedere le dimissioni di Gyanesh Kumar. Ma non può farlo, perché significherebbe ammettere che tutte le elezioni che si sono svolte sotto la sua supervisione, in particolare quelle avvenute dopo la revisione delle liste elettorali, sono state manipolate per favorire il Bharatiya janata party (Bjp), il suo partito. Le dimissioni di Kumar finirebbero quindi per delegittimare il mandato di Modi.

Piano d’intervento

Da almeno un anno il governo Modi teme le proteste di massa, da quando la generazione Z è scesa in piazza in Nepal, provocando un cambio di regime. A settembre del 2025 Mahender Singh Manral dell’Indian express ha riferito che in un intervento alla conferenza sulle strategie di sicurezza nazionale, il ministro dell’interno Amit Shah aveva sottolineato la necessità di studiare tutti i movimenti di protesta nati in India dall’indipendenza. E in particolare quelli successivi al 1974, esaminandone le modalità di finanziamento e il ruolo svolto da chi agiva “dietro le quinte”.

Shah aveva affidato questo compito all’Ufficio per la ricerca e lo sviluppo delle forze di polizia. Sulla base dei risultati di questo studio, aveva aggiunto Shah, si sarebbe dovuto elaborare un protocollo operativo per “impedire in futuro le mobilitazioni di massa promosse da gruppi portatori di interessi particolari”. Un mese dopo, Satish Golcha, all’epoca capo della polizia di New Delhi, aveva chiesto alla sezione intelligence, all’unità operativa e alla polizia armata della capitale di predisporre un “piano d’intervento per le situazioni di emergenza” con cui affrontare proteste di massa come quelle scatenate dalla generazione Z in Nepal.

Forse il timore di Shah nei confronti delle proteste di massa nasce proprio dall’esperienza del suo partito, il Bjp, che aveva svolto un ruolo cruciale nella mobilitazione contro lo stato d’emergenza imposto da Indira Gandhi e poi, alla fine degli anni ottanta, aveva organizzato il movimento Ram janmabhoomi (la campagna dei nazionalisti indù per la costruzione di un tempio dedicato a Rama ad Ayodhya, dove sorgeva la moschea Babri masjid, poi distrutta). Quest’ultimo aveva provocato la caduta del governo di V.P. Singh, innescato una serie di sanguinosi scontri intercomunitari che si erano protratti fino al 1993 ed erano costati la vita a migliaia di persone, oltre a destabilizzare il sistema politico indiano.

Un partito che ha tratto enormi vantaggi dal movimento Ram janmabhoomi non può che temere le mobilitazioni di massa organizzate dai suoi avversari. Un timore che probabilmente si è trasformato in paranoia di fronte all’inaspettata partecipazione popolare alla marcia organizzata il 20 luglio dal Partito degli scarafaggi verso il parlamento. L’affluenza ha rivelato quanto sia profonda la rabbia della popolazione per le gravi carenze del sistema educativo del paese e per la disoccupazione.

La paranoia del governo Modi l’ha portato a vedere nelle manifestazioni più recenti per chiedere le dimissioni di Kumar un piano diabolico per rovesciarlo. A influenzare questa convinzione è certamente la consapevolezza che la commissione elettorale indiana, di fatto asservita al governo, non è riuscita a smentire in modo convincente le accuse di aver usato la revisione delle liste elettorali per manipolare il voto. Né la commissione ha risposto alle accuse di brogli in Odisha e Andhra Pradesh durante le elezioni per la Lok Sabha, la camera bassa del parlamento indiano, che si sono tenute nel 2024.

Nel timore di un’ondata di proteste incontrollabile come quelle che si sono verificate in Sri Lanka, Bangladesh e Nepal, il governo ha creato un cordone di sicurezza intorno alla Lutyens’ Delhi, per impedire che i manifestanti potessero assediare Modi e Shah. Le misure adottate per reprimere la protesta del 10 ottobre sembrano in effetti ricalcare il tipo di protocollo operativo che la conferenza sulla sicurezza del 2025 e il capo della polizia di New Delhi avevano auspicato di introdurre.

Indebolire la resistenza

Imponendo una sorta di lockdown nella Lutyens’ Delhi e mantenendo le misure repressive anche l’11 ottobre, il governo Modi vuole impedire che il virus della protesta si diffonda in modo esponenziale, almeno fino a dicembre. A quel punto i partiti d’opposizione cominceranno a prepararsi per le elezioni legislative in Uttar Pradesh, Uttarakhand, Punjab, Goa e Manipur. Cercheranno di stringere alleanze oppure, dove saranno in competizione elettorale, si attaccheranno a vicenda, attenuando così la virulenza della resistenza.

I militanti del Bjp interpretano l’atteggiamento paranoico del governo Modi come una dimostrazione di fermezza contro lo “stato di anarchia” che l’opposizione vorrebbe creare con il “sostegno di potenze e alleanze straniere”. È quanto ha sostenuto il presidente del Bjp Nitin Nabin. Durante la pandemia, i sostenitori dell’Hindutva (l’ideologia ultranazionalista indù) avevano attribuito erroneamente la diffusione del virus a un movimento musulmano di proselitismo religioso, il Tablighi jamaat, e più di duecento suoi membri erano stati arrestati e incriminati per aver violato diverse leggi.

Eppure il coronavirus aveva continuato a contagiare le persone. Allo stesso modo, per quanto il Bjp possa accusare l’opposizione e le potenze straniere di diffondere il virus della resistenza, questo virus non farà che rafforzarsi, alimentando ulteriormente la paranoia del governo per la sorte che potrebbe attenderlo. Chi è preda della paranoia, che si tratti di una persona o di un governo, finisce inevitabilmente per esasperare e sfinire la gente.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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