Ogni anno negli Stati Uniti le sentenze più importanti della corte suprema arrivano negli ultimi giorni di giugno, poco prima che il tribunale si fermi per la pausa estiva. È il momento in cui vengono annunciate le decisioni che hanno richiesto più tempo, e che di solito suscitano anche più discussioni. Quest’anno i giudici avevano sul tavolo questioni cruciali: dai limiti del potere presidenziale all’immigrazione, dal diritto di voto alle armi, fino alla responsabilità delle grandi aziende. Hanno preso decisioni che avranno conseguenze enormi.
Prima bisogna fare una breve premessa per spiegare perché queste sentenze sono così importanti. Negli ultimi anni la corte suprema è diventata uno dei principali campi di battaglia della politica statunitense. Molte delle questioni più divisive – dall’aborto alle armi, dall’immigrazione ai poteri del presidente – finiscono ormai davanti ai nove giudici della corte.
Le loro sentenze non risolvono solo controversie giuridiche ma stabiliscono quali sono i limiti entro cui possono muoversi il congresso, la Casa Bianca e le agenzie federali, e restano in vigore per decenni, perché possono essere superate solo da una nuova decisione della corte o da un emendamento costituzionale approvato dal congresso, un’eventualità rarissima. Anche per questo ogni nomina di un nuovo giudice è molto seguita ed è oggetto di scontro tra i partiti: i giudici sono scelti dal presidente, confermati dal senato e restano in carica a vita, spesso ben oltre la fine del mandato di chi li ha nominati.
Donald Trump ha avuto la possibilità di nominare tre giudici conservatori – Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett – che hanno creato una solida maggioranza conservatrice. Questa ha progressivamente adottato un’interpretazione della costituzione che tende ad ampliare i poteri del presidente, soprattutto il potere che questo esercita sul resto dell’amministrazione federale. Fa eccezione la recente sentenza sui dazi, in cui la corte ha ricordato che la politica commerciale resta in larga parte competenza del congresso. Ma in generale le sue decisioni hanno avuto l’effetto di rafforzare l’esecutivo. Anche le ultime sentenze vanno in questa direzione, anche se non quanto avrebbe voluto Trump.
Il caso più seguito
Nel caso più seguito, il presidente sperava che la corte gli desse ragione sullo ius soli, il principio secondo cui chi nasce sul territorio degli Stati Uniti diventa automaticamente cittadino statunitense. Questo diritto è garantito dal 14° emendamento della costituzione, approvato nel 1868 dopo la guerra civile, in base al quale “tutte le persone nate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione” sono cittadine statunitensi.
Da più di un secolo la giurisprudenza interpreta questa norma nel senso che la cittadinanza spetta a chiunque nasca nel paese, indipendentemente dallo status migratorio dei genitori.
Trump voleva ribaltare questa interpretazione con un ordine esecutivo, negando la cittadinanza ai figli degli immigrati senza permesso di soggiorno e di chi si trova negli Stati Uniti solo temporaneamente. Le conseguenze sarebbero state enormi.
Sul piano pratico, ogni anno circa 250mila bambini nati negli Stati Uniti avrebbero rischiato di perdere il diritto alla cittadinanza, e in alcuni casi perfino di diventare apolidi. Ma la posta in gioco era ancora più ampia: una decisione favorevole a Trump avrebbe riconosciuto al presidente il potere di reinterpretare unilateralmente un diritto garantito dalla costituzione, senza passare dal congresso e senza modificare il testo costituzionale.
La corte ha invece respinto questa impostazione con cinque voti contro quattro, confermando che il 14° emendamento tutela la birthright citizenship e che un presidente non può limitarla con un semplice ordine esecutivo.
In un’altra decisione molto attesa, quella nel caso Trump contro Slaughter, i giudici hanno dato ragione al presidente. La corte ha cancellato un precedente in vigore dal 1935 e ha cambiato profondamente il rapporto tra il presidente e le agenzie federali.
Quell’anno la corte suprema consentì la creazione di organismi indipendenti dal potere esecutivo, e da allora il congresso ha istituito una serie di agenzie indipendenti che si occupano di concorrenza, comunicazioni, regolazione dei mercati e altro. I dirigenti di questi enti non potevano essere licenziati dal presidente senza una giusta causa.
Questo fino a lunedì, quando la corte ha stabilito che i funzionari in ruoli esecutivi devono rispondere direttamente al presidente, il quale può quindi sostituirli liberamente, anche semplicemente perché non sono d’accordo con la sua linea politica.
Il caso è nato dal fatto che Trump ha cacciato Rebecca Slaughter, la commissaria che si occupava di tutela dei consumatori e di concorrenza, solo perché aveva idee diverse dalle sue. È la consacrazione della cosiddetta teoria dell’“esecutivo unitario”, sostenuta da decenni dai giuristi conservatori, secondo cui tutto il potere esecutivo appartiene al presidente.
Ma la corte ha stabilito contemporaneamente che questo potere presidenziale non tocca la Federal reserve, la banca centrale statunitense. Il caso è partito dai continui tentativi di Trump di controllare la Fed. Prima mettendo sotto indagine il presidente Jerome Powell (rimasto in carica fino a maggio di quest’anno), e poi cercando di licenziare Lisa Cook, del consiglio direttivo, l’organo che contribuisce a decidere la politica monetaria.
I giudici hanno riconosciuto che la banca centrale occupa una posizione particolare nella storia costituzionale statunitense e hanno stabilito che, almeno in questo caso, il presidente non può licenziare un governatore senza seguire una procedura adeguata.
Detto questo, alcuni fanno notare che la corte non ha messo al sicuro l’indipendenza della Fed, perché ha stabilito che Trump non poteva licenziare Cook in quel modo, ma non ha escluso che possa riuscirci seguendo una procedura diversa.
Alla frontiera
Altre due sentenze molto importanti riguardano l’immigrazione. La prima nasce da una questione apparentemente tecnica, ma con conseguenze enormi. La legge riconosce il diritto di chiedere asilo “a chi arriva negli Stati Uniti”. Il punto è capire cosa significhi, dal punto di vista giuridico, “arrivare”: basta presentarsi a un posto di frontiera oppure bisogna avere già attraversato il confine? Da questa distinzione dipende se il governo è obbligato a esaminare una domanda di asilo oppure può respingere chi vuole presentarla.
Per anni, nei momenti di maggiore afflusso, le autorità di frontiera hanno cercato di fermare le persone migranti prima che mettessero piede sul territorio statunitense, per evitare che scattasse il diritto di presentare la domanda di asilo. L’amministrazione Biden aveva sostanzialmente abbandonato questo metodo, mentre Trump l’ha ripristinato, sostenendo di poter respingere anche chi si presenta regolarmente a un valico di frontiera ma si trova ancora in Messico.
La corte suprema gli ha dato ragione. Con i sei voti dei giudici conservatori contro i tre progressisti ha stabilito che una persona è “arrivata” negli Stati Uniti solo dopo aver fisicamente oltrepassato il confine. Finché resta dall’altra parte della frontiera, il governo non è tenuto ad avviare la procedura d’asilo e può respingerla.
Nell’altra sentenza sull’immigrazione, i giudici hanno autorizzato l’amministrazione Trump a revocare lo status di protezione temporanea concesso per ragioni umanitarie a centinaia di migliaia di haitiani e a migliaia di siriani. Secondo la maggioranza conservatrice, si tratta di una scelta politica che spetta al governo e non ci sono elementi sufficienti per considerarla discriminatoria. Per molte persone che vivono e lavorano legalmente negli Stati Uniti da anni significa il rischio di perdere improvvisamente il proprio status e diventare irregolari, pur potendo eventualmente chiedere asilo con procedure individuali.
La corte ha invece dato torto a Trump e ai repubblicani sul voto per posta, una questione centrale in vista delle elezioni di metà mandato e delle presidenziali del 2028. I giudici hanno confermato la legge del Mississippi secondo cui le schede inviate per posta sono valide se spedite entro il giorno delle elezioni, anche quando arrivano agli uffici elettorali nei giorni successivi.
Trump sostiene da tempo che il voto per posta favorisca le frodi elettorali (affermazione smentita da studi e inchieste). Se la corte gli avesse dato ragione le conseguenze sarebbero state potenzialmente molto rilevanti per milioni di elettori, visto che molti stati hanno leggi simili a quelle del Mississippi.
Infine i giudici si sono rifiutati di esaminare il ricorso di Trump contro la condanna nel caso di E. Jean Carroll, lasciando quindi definitiva la sentenza che lo ritiene responsabile di abuso sessuale e diffamazione e lo obbliga a pagare più di cinque milioni di dollari di risarcimento.
|
Iscriviti a Americana |
Cosa succede negli Stati Uniti. A cura di Alessio Marchionna. Ogni domenica.
|
| Iscriviti |
|
Iscriviti a Americana
|
|
Cosa succede negli Stati Uniti. A cura di Alessio Marchionna. Ogni domenica.
|
| Iscriviti |
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it