Il 3 ottobre, al teatro Comunale di Ferrara, parleremo di Stati Uniti con Marina Catucci, corrispondente del manifesto da New York; Tom McTague, direttore del settimanale britannico New Statesman; e Adam Shatz, editor per gli Stati Uniti della London Review of Books. Sarà inevitabile parlare di Donald Trump, delle cose che ha fatto nel suo secondo mandato e delle conseguenze che potrebbero avere sulle elezioni imminenti. Ma cercheremo di andare un po’ più a fondo, partendo da una domanda: che cos’è l’America oggi?

È la domanda che attraversa un lungo saggio di Shatz che Internazionale ha pubblicato all’inizio dell’anno. Parte da James Baldwin, intellettuale e scrittore afroamericano, che già nel 1959 definiva “America” un concetto “quasi del tutto indefinito ed estremamente controverso”. Shatz segue quella disputa lungo la storia del paese, in cui da sempre la promessa democratica convive con la supremazia bianca, e le libertà proclamate in patria convivono con la violenza esercitata dentro e fuori dai confini. E si arriva a Trump, che sta provando a sciogliere questa ambiguità riducendo l’America a uno “stato-fortezza”, costruito contro immigrati, nemici interni e avversari esterni.

Shatz osserva che spesso sono proprio le persone arrivate da fuori, o costrette a lottare per i propri diritti nella “terra della libertà”, a vedere con maggiore chiarezza queste contraddizioni e a prendere sul serio le promesse americane. È il caso di C.L.R. James, scrittore e storico nato a Trinidad, che si trasferì negli Stati Uniti nel 1938. Nel libro Giacobini neri, James aveva raccontato la rivoluzione haitiana, la rivolta degli schiavi di Saint-Domingue contro il dominio coloniale francese che all’inizio dell’ottocento portò all’indipendenza di Haiti.

Nel 1952 fu arrestato dagli agenti dell’immigrazione, rinchiuso a Ellis Island, a New York, e l’anno dopo espulso come sovversivo. Pur avendo sperimentato direttamente la precarietà di chi vive negli Stati Uniti senza farne pienamente parte, non smise di ammirarne le tradizioni democratiche. Il “conflitto essenziale” del paese, secondo lui, stava proprio nella distanza tra quegli ideali e la realtà dell’oppressione razziale e di classe.

Proprio Haiti fu uno dei primi paesi a dover fare i conti con questa contraddizione. Come ricorda Shatz citando la storica Mae Ngai, nel 1794, pochi anni dopo la nascita degli Stati Uniti, il primo programma federale di reinsediamento dei rifugiati stanziò l’equivalente di 440 milioni di dollari per aiutare i coloni francesi che fuggivano dalla rivoluzione haitiana. George Washington, James Madison e Thomas Jefferson accolsero così degli schiavisti in un paese dove, scrive Shatz, la schiavitù era “la condizione stessa della libertà dell’uomo bianco”.

Quando, dagli anni settanta del novecento, furono gli haitiani a cercare rifugio negli Stati Uniti, l’accoglienza fu molto diversa. I cosiddetti boat people – uomini e donne che cercavano di raggiungere la Florida su piccole imbarcazioni, spesso senza documenti – venivano fermati e sottoposti rapidamente alle procedure di espulsione.

Oggi una dinamica simile si verifica più a nord. Il 7 agosto Jeanne, un’haitiana che viveva da cinque anni negli Stati Uniti e lavorava vicino a Charlotte, in North Carolina, ha ricevuto un messaggio dell’ufficio immigrazione. Il suo status legale era terminato e il permesso di lavoro non era più valido. Ha spento la localizzazione del telefono, temendo che l’Ice potesse trovarla. Jeanne era riuscita a restare negli Stati Uniti grazie al Temporary protected status (Tps), il programma che permette a persone provenienti da paesi colpiti da guerre, disastri o crisi gravi di vivere e lavorare legalmente nel paese. Quella protezione aveva consentito a centinaia di migliaia di haitiani di lavorare, prendere casa in affitto, andare a scuola e fare vita di comunità.

Proiezione tossica

Quando la corte suprema ha autorizzato Trump a revocare il Tps, quelle persone si sono ritrovate con la prospettiva di tornare in un paese che è in buona parte controllato da bande criminali. Tante stanno scappando verso il Canada. Jeanne aveva un fratello nel paese e il legame familiare le consentiva di rientrare in una delle eccezioni previste dalle regole canadesi sull’asilo. Ha pagato settecento dollari un autista, ha viaggiato per quasi ventidue ore ed è entrata legalmente in Québec. Molti altri haitiani non hanno avuto questa possibilità.

Nel 2002 Stati Uniti e Canada hanno stipulato un accordo secondo cui chi chiede asilo deve farlo nel primo dei due paesi in cui arriva. In pratica, una persona che è già entrata negli Stati Uniti non può attraversare il confine e tentare una seconda domanda in Canada, e viceversa. Chi viene intercettato lungo la frontiera può quindi essere rimandato indietro rapidamente, senza passare da un tribunale dell’immigrazione. Così tanti haitiani cercano di attraversare i boschi lontano dai valichi ufficiali, alcuni riescono a restare in Canada e a lavorare, senza sapere se un giorno potranno stabilizzare la propria condizione.

Pochi anni dopo che James era stato arrestato ed espulso, Martin Luther King portò quella frattura dello spirito americano fuori dai confini nazionali. Nel 1967, quando si schierò contro la guerra in Vietnam, legò il razzismo e la povertà negli Stati Uniti alla violenza esercitata all’estero. Prima di essere ucciso, nel 1968, era ormai convinto che la politica estera fosse parte integrante della crisi democratica statunitense. Oggi sia la contraddizione sia la crisi non potrebbero essere più evidenti. Mentre dentro i confini cerca di restringere il perimetro di chi può considerarsi americano, all’estero Trump rivendica il diritto degli Stati Uniti a imporre le proprie condizioni ad alleati e avversari.

È l’idea che questa settimana ha illustrato all’assemblea generale dell’Onu. Ha rivendicato il suo uso spregiudicato della forza, presentato come segno che “l’America è tornata”, si è vantato di aver affrontato minacce che altri presidenti statunitensi e altri governi occidentali avevano lasciato crescere. In questo racconto gli Stati Uniti sono di nuovo abbastanza forti da imporre le proprie condizioni. Ma proprio mentre Trump rivendica questa libertà d’azione, la guerra con l’Iran ne mostra i limiti. Le basi americane nel Golfo si sono dimostrate vulnerabili e il conflitto sta assorbendo armi e sistemi di difesa che servono anche in altri scenari, soprattutto nel Pacifico, dove Washington considera la Cina la principale sfida strategica. Alcuni alleati della regione, intanto, cercano maggiore autonomia dagli Stati Uniti. La potenza militare americana resta enorme, ma mantenerla contemporaneamente su più fronti è diventato più difficile.

L’Economist misura la distanza tra le parole e la realtà ricordando l’assemblea generale dell’Onu del settembre del 1991. Gli Stati Uniti avevano appena guidato la coalizione che aveva cacciato l’esercito iracheno dal Kuwait, l’Unione Sovietica era vicina al collasso e Washington preparava la conferenza di Madrid tra Israele e i suoi vicini arabi. Sembrava l’inizio di una fase in cui gli Stati Uniti avrebbero potuto plasmare quasi da soli l’ordine del Medio Oriente.

Nei decenni successivi, una serie di guerre e interventi in Medio Oriente ha prima incrinato e poi accelerato il declino della posizione americana nella regione e nel mondo. E se è vero che le crisi interne degli Stati Uniti si riflettono sempre sulla loro proiezione all’estero, anche questo ridimensionamento finirà per avere conseguenze in patria. Sta già succedendo. Bisognerà vedere che forma prenderà il cambiamento. Il 3 ottobre, a Ferrara, proveremo a discutere proprio di questo.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Americana.

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