Osama Almasri, l’ex capo della polizia giudiziaria libica ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi), è stato arrestato in Libia il 5 novembre con l’accusa di avere torturato una decina di persone e averne uccisa almeno una in uno dei centri di cui era responsabile.

Accuse molto simili a quelle che avevano motivato il mandato di arresto internazionale emesso dalla Cpi per crimini di guerra e contro l’umanità, ignorato dall’Italia, che ha aiutato Almasri a tornare in Libia dopo il suo arresto a Torino il 19 gennaio.

Mesi dopo essere stato accolto tra i festeggiamenti dei suoi sostenitori al suo ritorno a Tripoli con un aereo di stato italiano, Almasri è stato invece arrestato nel suo stesso paese. “Ha torturato e ucciso”, ha dichiarato la procura di Tripoli dopo averlo interrogato e avere raccolto delle prove contro di lui. Il generale è in detenzione in attesa di una sentenza di tribunale.

Almasri fa parte della milizia Rada, le forze speciali di deterrenza create per contrastare gli uomini dell’ex dittatore Muammar Gheddafi, esautorato e ucciso nel 2011. Per anni la Rada ha gestito la sicurezza dei porti, degli aeroporti e delle infrastrutture chiave della Tripolitania. Nel 2012 la milizia ha avviato la costruzione di un centro di detenzione nella base militare di Mitiga, che è diventata la più grande prigione della Libia occidentale, e dove sarebbero avvenuti i crimini di cui la Cpi accusa Almasri.

Non è chiaro perché il generale sia stato arrestato proprio in questo momento, anche se la decisione potrebbe essere il frutto di un cambiamento politico nel suo paese, che non vuole più garantirgli l’impunità. Da anni Almasri aveva incarichi importanti nella polizia che controlla Tripoli.

A maggio però la sua posizione è cambiata dopo gli scontri tra gruppi armati, scoppiati in seguito all’uccisione di uno dei capi di un gruppo armato avversario dei gruppi che appoggiano l’attuale primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, il capo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Le vittime delle torture di Almasri affermano che faranno causa al governo italiano per danni, per non averlo consegnato alla Cpi.

Tra il 19 e il 21 gennaio 2025, Almasri infatti era stato arrestato e rilasciato dalle autorità italiane nonostante il mandato di cattura emesso nei suoi confronti dalla Cpi. Inoltre un volo dell’aeronautica militare italiana aveva trasportato il “torturatore di Tripoli”, come lo chiamano le vittime e i suoi accusatori, che è stato espulso in Libia, subito dopo il rilascio.

Da allora, Almasri è al centro di uno scontro tra il governo italiano e la Cpi. Il 17 ottobre la camera preliminare della Cpi ha pubblicato un documento sul caso, con la maggioranza del collegio che ha deciso di rinviare “la decisione se la questione del mancato rispetto da parte dell’Italia della richiesta di arresto e consegna di Almasri debba essere deferita all’assemblea degli stati membri o al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

Nel documento i giudici hanno chiesto al governo guidato da Giorgia Meloni di fornire entro il 31 ottobre informazioni su eventuali procedimenti interni rilevanti per il caso e un’indicazione dell’impatto che questi procedimenti potrebbero avere sulla futura cooperazione dell’Italia con la corte nell’esecuzione delle richieste di collaborazione per l’arresto e la consegna dei sospettati. Nei giorni scorsi il governo italiano ha fatto sapere che rivedrà la cooperazione con la corte penale.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.

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