Il 27 ottobre gli israeliani votano per eleggere la 26ª knesset, il parlamento del paese, nella prima votazione dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’inizio della devastazione della Striscia di Gaza. Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo nella storia di Israele – 19 anni alla guida del paese – cerca di ottenere un settimo incarico, nonostante i mandati di arresto emessi contro di lui dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità e il processo per corruzione in cui è imputato dal 2020.
Nel sistema proporzionale in vigore in Israele, le formazioni politiche devono superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento dei voti per poter entrare in parlamento. Il sistema multipartitico rende difficile per un unico partito ottenere una chiara maggioranza, che richiede 61 seggi su 120, favorendo la formazione di coalizioni deboli. I partiti che ottengono più voti hanno 28 giorni, con un’estensione fino ad altri 14, per mettere insieme una coalizione e raggiungere i 61 seggi. Se nessuno ci riesce, si vota di nuovo.
L’attuale legislatura è la prima ad arrivare a termine in 38 anni. Quella del 27 ottobre è la sesta tornata elettorale in Israele dal 2019, quando si è creato uno stallo politico senza precedenti. L’instabilità è cominciata nell’aprile 2019: il Likud di Netanyahu e il partito Blu e Bianco di Benny Gantz hanno ottenuto 35 seggi ciascuno e nessuno dei due è riuscito a formare una coalizione per raggiungere la maggioranza. Il testa a testa si è riproposto dopo il voto di settembre dello stesso anno. In seguito alla terza tornata elettorale, nel marzo 2020, Netanyahu e Gantz hanno formato un governo di unità nazionale, che però è caduto nel giro di un anno.
Si è tornati a votare nel marzo 2021 e una coalizione di otto partiti guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, che includeva anche il partito arabo Raam, ha allontanato Netanyahu dal potere per un anno. La coalizione però non ha retto e Netanyahu è tornato al governo nel novembre 2022, quando il Likud ha vinto 32 seggi e per raggiungere la maggioranza si è alleato con i partiti di estrema destra e ultra-ortodossi, formando l’esecutivo più di destra della storia di Israele.
Sono chiamati alle urne circa 7,3 milioni di cittadini israeliani. Possono votare anche i palestinesi cittadini di Israele e gli adulti tra i 750mila coloni israeliani che vivono nei territori occupati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Non possono farlo invece i circa tre milioni di adulti palestinesi residenti in quei territori e a Gaza. Nella maggior parte dei casi i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est hanno la residenza israeliana, ma non la cittadinanza. Quindi possono votare per il consiglio comunale ma non per il parlamento. Non possono votare neanche gli israeliani che vivono all’estero, a eccezione dei diplomatici e degli emissari di stato.
Di seguito sono elencati i principali partiti e candidati, usando come fonti Al Jazeera, Middle East Eye e il Washington Post.
La coalizione uscente
La coalizione formata da Netanyahu conta su 60 dei 120 seggi della knesset. Il partito del premier, il Likud (consolidamento, in ebraico), ne ha 32. Fondato nel 1973, tradizionalmente di centrodestra e riferimento della classe lavoratrice ebraica, negli ultimi anni si è spostato su posizioni sempre più nazionaliste e conservatrici, alleandosi con i partiti religiosi e di estrema destra. Tra questi ci sono Sionismo religioso, guidato dall’attuale ministro delle finanze Bezalel Smotrich, che ha sette seggi in parlamento, e Potere ebraico, che ne ha sei, il cui leader è Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale.
Entrambi i partiti sono favorevoli a una politica della sicurezza aggressiva, all’espansione degli insediamenti ebraici e all’aumento del controllo israeliano sulla Cisgiordania. Il partito di Smotrich, che è il figlio di un rabbino ortodosso, ha una base più religiosa rispetto a quello di Ben Gvir, che invece ha un rapporto teso con la comunità ortodossa perché è favorevole alla leva universale. Il partito New hope, che in questa legislatura ha quattro seggi ed è stato fondato da Gideon Saar nel 2020 in seguito a una scissione dal Likud, alle prossime elezioni si è di nuovo fuso con il partito del primo ministro.
I sondaggi prevedono un testa a testa tra il Likud e il principale partito di opposizione, Yashar. Nessuno dei due, però, avrebbe i numeri per arrivare a formare una coalizione di maggioranza.
I partiti ultraortodossi
La comunità ultraortodossa, che rappresenta circa il 14 per cento della popolazione israeliana, ha due partiti di riferimento: Shas, il cui acronimo significa Guardiani sefarditi, riunisce gli ebrei di origine spagnola, nordafricana e mediorientale; Ebraismo della Torah unito fa riferimento agli ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale. I sondaggi gli danno tra i sette e gli otto seggi ciascuno. Entrambi i partiti hanno come rivendicazione principale l’esenzione degli studenti delle yeshiva, le scuole religiose, dal servizio militare, che secondo una sentenza della corte suprema del 2024 non ha una base legale. Inoltre chiedono il sostegno dello stato alle famiglie della comunità, che spesso sono numerose e prive di reddito perché molti uomini studiano anziché lavorare.
I partiti ultraortodossi sono sempre stati determinanti nella politica israeliana: hanno garantito il loro sostegno a vari governi guidati da Netanyahu in cambio dell’esenzione dal servizio militare e di centinaia di milioni di dollari alle loro scuole e istituzioni. L’anno scorso sono usciti entrambi dalla coalizione di governo per protestare contro l’incapacità di Netanyahu di approvare una legge per confermare l’esenzione. Gli undici parlamentari di Shas hanno però continuato a sostenere la coalizione, evitando la caduta del governo.
L’opposizione
Un mese prima del voto i leader dell’opposizione si sono incontrati a Tel Aviv per coordinare una strategia in vista di una possibile coalizione futura che porti il paese in un’era post-Netanyahu. Non è chiaro chi dovrebbe guidarla né che tipo di cambiamenti potrebbe avviare. Con l’eccezione dei Democratici, tutti i partiti di opposizione hanno un orientamento a destra e nessuno è favorevole alla creazione di uno stato palestinese (i Democratici lo individuano come un obiettivo vago e distante). Nessuno inoltre riconosce i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza né contesta le operazioni militari lanciate in Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran.
Yashar
Il principale rivale di Netanyahu è considerato Gadi Eisenkot, che nel settembre 2025 ha fondato il partito Yashar (onesto, in ebraico). Capo di stato maggiore dell’esercito israeliano tra il 2015 e il 2019, Eisenkot, che ha 66 anni, nel 2006, durante l’invasione del Libano, ha ideato la cosiddetta dottrina Dahiyeh, che prevede l’uso della forza e la distruzione delle infrastrutture civili nella guerra contro gruppi come Hamas e Hezbollah. È entrato in politica nel 2022 in un’alleanza con l’ex ministro della difesa Benny Gantz e ha fatto parte per otto mesi del governo di emergenza formato in seguito al 7 ottobre 2023. L’ha lasciato nel giugno 2024, accusando Netanyahu di non avere una strategia per mettere fine alla guerra. Suo figlio Gal e due nipoti sono morti a Gaza tra il 2023 e il 2024.
Eisenkot proviene dalla comunità ebraica marocchina ed è cresciuto a Eilat, lontano dall’élite di Tel Aviv e Gerusalemme, cosa che, insieme al suo inglese stentato, ne rafforza l’immagine di outsider della politica. Il suo partito si oppone all’annessione della Cisgiordania, sostenendo che aggraverebbe i problemi legati alla sicurezza, ed è favorevole a una commissione d’inchiesta per individuare gli errori che hanno reso possibili gli attacchi di Hamas. Resta ambiguo su molte questioni di politica estera, ma ha criticato l’accondiscendenza del governo Netanyahu riguardo ai tentativi degli Stati Uniti di frenare i piani militari israeliani nella regione.
Beyachad
Ad aprile i due ex primi ministri Naftali Bennett e Yair Lapid, che tra il 2021 e il 2022 si sono avvicendati alla guida del governo allontanando momentaneamente Netanyahu dal potere, hanno annunciato la creazione della lista unitaria Beyachad (insieme). A guidarla è Bennett, 54 anni, che sarà primo ministro in caso di vittoria, con Lapid, 62 anni, come suo vice. Il primo è un multimilionario che in passato ha guidato lo Yesha council, un’organizzazione che rappresenta i coloni della Cisgiordania, ed è stato capo di gabinetto di Netanyahu tra il 2006 e il 2008. Il secondo è noto come conduttore televisivo e scrittore, e nel 2012 ha fondato il partito di centro Yesh atid (c’è un futuro), che ha vinto 24 seggi alle ultime elezioni.
Entrambi respingono le critiche della comunità internazionale nei confronti delle azioni militari israeliane e Bennett è un forte sostenitore della guerra contro l’Iran. Mentre Lapid ha un approccio laico alla politica, Bennett è osservante ma si definisce progressista dal punto di vista sociale ed esponente della “nuova destra” desiderosa di ricostruire la fiducia dei cittadini nei confronti dell’apparato politico israeliano.
Israel beitenu
Il partito di destra Israel beitenu (Israele casa nostra) è stato fondato nel 1999 da Avigdor Lieberman, che da allora lo guida. Conta sul sostegno degli ebrei di lingua russa, circa un milione e mezzo di persone, e ha fatto parte di sette coalizioni negli ultimi dieci governi. Nella scorsa legislatura contava su sei seggi. In passato Lieberman è stato vicino a Netanyahu e ha ricoperto vari incarichi di governo, tra cui vice primo ministro tra il 2009 e il 2012, ma ha escluso di entrare di nuovo in una coalizione guidata da lui. È stato indagato per presunti casi di corruzione, riciclaggio di denaro e frode, è stato accusato di avere offerto dei soldi in cambio dell’omicidio di un capo di polizia ed è stato condannato per aver aggredito un ragazzo di dodici anni nel 2001.
Il partito ha posizioni di destra sui temi che riguardano la politica estera, la sicurezza e l’economia, mentre ha tendenze più moderate sulle questioni sociali. Nel novembre 2023 Lieberman ha ripetuto un’affermazione che aveva già fatto nel 2018, cioè che “non ci sono innocenti a Gaza”, e a febbraio ha accusato Netanyahu di finanziare Hamas consentendo un ingresso minimo di aiuti umanitari nella Striscia. Inoltre si oppone a qualunque limite all’invasione israeliana del Libano.
Democratici
Il partito progressista Democratici è stato creato nel 2024 dalla fusione tra i laburisti e la formazione laica e socialdemocratica Meretz. È guidato da Yair Golan, un generale in pensione di 64 anni, ex vicecapo di stato maggiore che ha acquisito grande notorietà per essersi precipitato nei luoghi degli attacchi di Hamas il 7 ottobre 2023, salvando diverse persone. Golan è anche uno dei pochi politici israeliani ad avere criticato l’uccisione dei palestinesi a Gaza, che ha definito “una psicosi nazionale”. Nel maggio 2025 ha detto in una conferenza stampa che “un paese sano non uccide i bambini per hobby”, scatenando grandi polemiche in Israele. In seguito ha in parte ritrattato le sue affermazioni.
Il suo partito ha guidato le proteste contro le riforme della magistratura volute dal governo Netanyahu, si oppone all’annessione della Cisgiordania e sostiene la soluzione dei due stati. Ha una candidata araba, Soumaya Bashir, ed è l’unico grande partito a sostenere l’adesione a una coalizione con i partiti arabi.
I partiti arabi
I partiti arabi israeliani hanno presentato due formazioni: la Lista unita, composta da tre partiti, e Raam, acronimo ebraico per Lista araba unita. Della prima formazione fanno parte Hadash, acronimo di Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza, un partito arabo ebraico di sinistra, Balad, un partito laico e nazionalista, e Taal, acronimo di Movimento arabo per il rinnovamento. Secondo il Centro Moshe Dayan dell’università di Tel Aviv, il 77 per cento dei palestinesi residenti in Israele ritiene che un partito arabo dovrebbe entrare a far parte del governo del paese.
Raam è guidato da Mansour Abbas, che ha nominato come suo vice Yoav Segalovitz, ex capo della polizia israeliana. Nel 2021 Raam è stato il primo partito arabo a far parte di un governo israeliano. Fondato nel 1996, si è gradualmente allontanato dalle sue origini conservatrici dal punto di vista religioso. È favorevole alla creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme come capitale, ma in campagna elettorale si è concentrato molto su questioni locali come l’aumento della criminalità nelle comunità palestinesi. La Lista unita si oppone alla guerra a Gaza, all’occupazione israeliana della Cisgiordania e alle leggi che definiscono il carattere ebraico dello stato d’Israele.
Attualmente i partiti arabi hanno dieci seggi alla knesset e secondo i sondaggi potrebbero arrivare a tredici. Tradizionalmente l’affluenza alle urne è più bassa tra la minoranza araba, che rappresenta il 20 per cento della popolazione d’Israele: alle elezioni del 2022 è stata del 53 per cento, contro il 70 per cento a livello nazionale. Il 23 settembre la commissione elettorale centrale di Israele ha votato per escludere le due liste dalle elezioni, ma il 2 ottobre la corte suprema ha respinto la richiesta.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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