La scorsa settimana la notizia di un tentativo di colpo di stato in Niger non ha sorpreso quasi nessuno. Il paese è guidato dal 2023 da una giunta militare che fa capo al generale Abdourahamane Tiani e, come i vicini Mali e Burkina Faso, continua a fare i conti con l’instabilità causata dalla minaccia jihadista. A giugno ad attaccare la capitale Niamey erano stati i miliziani del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), affiliato ad Al Qaeda.
Questa volta a minacciare il potere sono stati dei soldati ammutinati che hanno preso in ostaggio alcuni compagni e hanno attaccato altri punti strategici della capitale, come il palazzo presidenziale, e le sedi della tv e della radio pubblica, i luoghi che vengono tradizionalmente occupati in occasione di un golpe.
Tra il 28 e il 29 agosto ci sono stati violenti scontri alla base militare 101, una struttura che si trova all’aeroporto internazionale Diori Hamani e che ospita anche un contingente italiano, che si sono diffusi in seguito in altre parti della città. La guardia presidenziale e i reparti dell’esercito rimasti fedeli a Tiani hanno avuto la meglio sui rivoltosi e domenica la situazione è tornata alla calma.
Il bilancio delle violenze è di decine di soldati uccisi e arrestati. Il governo ha etichettato l’accaduto come il “moto di rabbia” di una parte di combattenti giovani, provati dalla lotta contro il jihadismo. Ma, agli occhi degli osservatori esterni, l’accaduto fa emergere delle fragilità strutturali sia nell’esercito nigerino sia nell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes), la coalizione che riunisce le giunte di Mali, Niger e Burkina Faso.
“La guardia presidenziale è rimasta fedele a Tiani, ma da sola non sarebbe riuscita a contenere gli attacchi dei soldati ammutinati, che avevano preso il controllo di almeno una caserma”, afferma il giornalista francobeninese Serge Daniel su Radio France Internationale. “A salvare il regime è stato l’intervento dei russi dell’Africa Corps”, la formazione militare che fa capo al Cremlino e che ha sostituito i mercenari della Wagner dopo la morte del suo fondatore Evgenij Prigožin. Si stima che gli effettivi dell’Africa Corps di stanza alla base 101 siano un numero compreso tra duecento e trecento.
La “grande assente”, nota Daniel, è stata la forza multinazionale dei tre paesi dell’Aes. A detta di Tiani, sarebbe composta da cinquemila uomini, pronti a intervenire contro il terrorismo jihadista e in caso di attacco contro uno dei paesi dell’Aes. “Queste truppe sono davvero pronte? Ne dubito”, dice il giornalista.
La mano algerina
La stampa locale ha dato risalto anche all’aiuto arrivato dall’Algeria. Come nota su X la giornalista esperta dell’area Hannah Rae Armstrong, Algeri ha abbandonato la sua tradizionale politica di non intervento negli affari della regione per inviare aerei militari in sostegno alla giunta di Niamey. Dopo mesi di tensioni, Algeria e Niger si sono recentemente riavvicinate e la sera di domenica la televisione pubblica nigerina mandava in onda un servizio che celebrava le buone relazioni tra i due paesi (mentre è in corso un riavvicinamento anche tra Algeria e Mali).
“La novità è che questa volta a tenere in piedi un regime incapace e irresponsabile non è stata la Francia”, scrive Rae Armstrong, ma sono state Russia e Algeria. Se sono anni che Mosca sta espandendo la sua influenza in Africa, l’Algeria – il paese con le più alte spese militari nel continente – sembra aver cambiato paradigma, visto che ha sempre rivendicato la sua indipendenza e il suo non allineamento, scrive Bloomberg.
Alex Thurston, esperto di islam e politica africana dell’università di Cincinnati, riflette invece sulla vulnerabilità dei paesi del Sahel ai colpi di stato. Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad presentano tutti delle debolezze. Quella del Niger è dovuta soprattutto alla figura del suo leader, spiega Thurston. Diversamente dai giovani presidenti di Mali e Burkina Faso, che promettono di smantellare i vecchi sistemi di potere, Tiani è un ufficiale anziano che sembra piuttosto voler proteggere la sua posizione all’interno di un apparato consolidato. Quindi, scrive Thurston, “le basi ideologiche della giunta nigerina sono più deboli e meno credibili di quelle di Mali e Burkina Faso. Il regime nigerino è quindi quello più vulnerabile dal punto di vista politico e anche quello in cui i soldati di prima linea hanno meno simpatia per il loro comandante”.
Thurston sottolinea inoltre la centralità dell’aeroporto di Niamey come “simbolo di potere e controllo”: “Si potrebbe leggere l’ultimo decennio della storia nigerina attraverso l’aeroporto Diori Hamani. Prima del colpo di stato, è stato la porta da cui passava il sostegno occidentale al paese, che era nelle buone grazie di Washington e Parigi. Dal 2023 lo scalo aereo è stato l’obiettivo di attacchi e contestazioni: solo quest’anno è stato preso di mira da due diversi gruppi jihadisti e dagli ammutinati”.
La base all’aeroporto ospita anche un contingente italiano, e sui siti d’informazione nigerini sono state pubblicate le dichiarazioni del ministro Antonio Tajani sul fatto che i soldati italiani non sono stati coinvolti dai combattimenti. “L’unica forza militare occidentale rimasta in Niger dopo il 2023 è, per decisione dell’attuale governo, quella italiana”, ricorda l’ex diplomatico italiano Giuseppe Mistretta sul sito di Nigrizia. Si tratta di 350-400 addestratori, il cui compito è formare le forze locali nella lotta contro i jihadisti.
“La missione Misin, fu lanciata come programma bilaterale di cooperazione quando era presidente Mohamed Bazoum, democraticamente eletto, e convinto assertore di un rapporto di forte sinergia con l’Europa”. Da tre anni Bazoum e la moglie vivono da prigionieri in un appartamento del palazzo presidenziale di Niamey, anche se l’ex presidente non è mai stato accusato di nessun crimine, ricorda Le Monde Afrique.
Ma oggi vale la pena mantenere la Misin? “La situazione di sicurezza del Niger appare quanto mai precaria, e non si intravedono all’orizzonte aperture parte della giunta militare di Niamey in direzione costituzionale e democratica”, scrive Mistretta. Quindi “appare legittimo chiedersi quale sia il senso di proseguire la cooperazione con un paese così pericolante”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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