Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2007 nel numero 700 di Internazionale.

Come le parole, anche le apparenze si possono leggere. Tra le apparenze, il volto umano rappresenta uno dei testi più lunghi. Alexandra, che ha ottantatré anni, è venuta a Parigi per la prima volta questa primavera. Fino a un paio d’anni fa faceva il medico a Mosca. È nata a Kursk, 800 chilometri a sud della capitale. L’ho conosciuta grazie a degli amici russi e una sera ci siamo ritrovati a cena in quattro intorno al tavolo di un giardino nella periferia sud di Parigi.

Le ho chiesto cosa l’avesse spinta a studiare medicina. Il numero di morti e feriti durante la battaglia di Kursk, ha risposto. Fu questa battaglia, successiva a Stalingrado, a spianare la strada all’avanzata dell’Armata rossa verso Berlino.

La conversazione in giardino è proseguita senza fretta. Alexandra non dimostra affatto i suoi anni e ha un modo di parlare leggero, casuale e al tempo stesso meditato. La luce è calata, abbiamo tirato fuori le candele. Ascoltandola, viene da pensare all’intuizione di Heidegger secondo cui “il linguaggio è la casa dell’Essere”: con lei ti senti a casa in quella casa.

Negli anni cinquanta, conseguito il titolo di dottore, fu immediatamente spedita in una miniera di uranio del Turkmenistan. I minatori erano zeks (prigionieri) dei gulag. All’epoca l’Unione Sovietica aveva urgente bisogno di uranio per costruire le sue bombe e raggiungere così l’equilibrio nucleare con gli Stati Uniti, instaurando la “deterrenza reciproca” che sarebbe durata fino al 1989.

Dopo qualche anno, come era prevedibile, quasi tutti quelli che lavoravano nella miniera di uranio si ammalarono di cancro. Come me, ha detto Alexandra. Ho pregato, sono guarita e sono tornata a Mosca dove ho fatto la pediatra per altri quarant’anni.

Mentre parlava, mangiava e rideva in giardino:
“Come spieghi la tua energia?”.
“La gente! È semplice, mi piace la gente”.

Durante quello scambio di battute, avevo una voglia irresistibile di farle un ritratto. Le ho fatto un cenno e lei ha annuito.

Prima che si alzasse per andar via, le ho chiesto di scegliere tra i due disegni che avevo fatto. Ha scelto il più debole dei due. Credo di proposito: voleva che il più riuscito restasse a me. La mattina dopo, osservandolo, ho avuto l’impressione che le tracce del volto richiamassero tracce di parole.

Quella stessa settimana sulle pagine della stampa internazionale è apparsa la foto di Bernard Kon, un ingegnere polacco di novantasette anni residente a Varsavia, che rischiava – in base a un nuovo progetto di legge – di perdere la sua piccola pensione di stato, perché era partito volontario nelle Brigate internazionali e aveva combattuto per i repubblicani nella guerra civile spagnola.

Nell’espressione dei suoi occhi c’era qualcosa che avevo già osservato in quelli di Alexandra. Forse perché alcune delle cose che entrambi avevano visto erano le stesse. Fianco a fianco i loro volti parlano di conquiste (e sofferenze) personali, che non c’è bisogno di riconoscere, perché tutti e due, ciascuno a suo modo, danno l’impressione – tragica ed esaltante insieme – di aver scelto di prendersi cura della storia, di prestarle attenzione, e quindi di farne parte. E, stranamente, è questa appartenenza a consentire a ognuno di loro di avere un’identità così distinta.

Fortunatamente la nuova legge che minacciava Bernard Kon e migliaia d’altri è stata dichiarata incostituzionale. Tuttavia l’operazione di cancellazione del comunismo dei due Kaczynski – gli spaventapasseri gemelli, rispettivamente presidente e primo ministro della Polonia dall’estate del 2005 – procede ed è tipica di molte iniziative politiche dei nostri giorni. Queste iniziative, che si fondano sulla scelta di ignorare le complesse esperienze della storia, hanno ovunque lo scopo di cancellare il passato, riducendo così tutte le scelte politiche a un’esibizione istantanea. Per dirla graficamente, il lungo testo del volto umano viene ridotto a una foto segnaletica.

Il disegno di Alexandra era ancora sul tavolo mentre leggevo le bozze del nuovo libro di Naomi Klein, The shock doctrine. The rise and fall of disaster capitalism, un testo di importanza inestimabile. Klein esamina la carriera del noto economista Milton Friedman.

Negli anni cinquanta Friedman, che insegnava all’università di Chicago, elaborò la sua teoria delle libertà globali per un nuovo capitalismo senza vincoli, libero dalle regole imposte dai governi locali o dalle restrizioni previste dai singoli stati. Un capitalismo che le multinazionali in via di sviluppo e gli investitori impegnati in attività bancarie off-shore stavano già sognando. Negli anni settanta Friedman diventò il consigliere economico di Pinochet e, mettendo in pratica le sue teorie, precipitò nel caos l’economia cilena. In seguito fu la guida e il visionario profeta di Thatcher, Reagan, dei due Bush, di Blair, Sarkozy…

Se non avessimo estratto l’uranio per fabbricare armi nucleari, ha detto Alexandra in giardino, saremmo diventati una colonia americana.

John Berger

Come teorico, Friedman ricorda un po’ il Dottor Stranamore: una storia di dogmatismo, innocenza, cinismo unita al sogno di essere considerato un salvatore (gli fu assegnato il Nobel). A suo dire le economie “pure”, non distorte, potevano sistemare ogni cosa! Aveva la faccia di uno zio sorridente, che non ha mai, mai varcato la soglia di casa, e che ti porta alla finestra per spiegarti cosa è importante nella vita e cosa non lo è.

Era però anche un politico dotato di senso pratico e dal curriculum spietato. Riconobbe fin dal principio che la sua soluzione “pura” alla difficile condizione umana non sarebbe mai stata accettata da quelli a cui era imposta, a meno che non fossero in uno stato di terribile shock.

Perché dicessero di sì allo smantellamento dei sussidi sociali, all’abolizione del salario minimo e di qualsiasi controllo sulle condizioni di lavoro, alla privatizzazione dei servizi sociali, a tasse uguali per ricchi e poveri, alla perdita di ogni diritto legale a protestare in modo efficace, perché accettassero questo deal (un piano diametralmente opposto al new deal rooseveltiano), andavano prima ridotti al disastro economico e terrorizzati.

È la “dottrina dello shock” che, per qualche tempo, ha permeato e determinato le decisioni del G8, della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, degli strateghi della Cia e – a volte – delle forze armate statunitensi (Kuwait, Iraq). In certi casi lo shock si costruisce di sana pianta, come in Cile (1973); in altri basta appropriarsene con opportunismo, come in Russia (1991) o in Sudafrica (1996).

La rivelazione sbalorditiva del libro di Klein è che i sostenitori e i promotori dello “shock economico” di Friedman erano e sono strettamente collegati alle squadre della Cia (vedi il manuale Kubark) che lavorano sulle tecniche di interrogatorio più aggressive ai prigionieri in condizioni di shock fisico: cioè sulla tortura.

Un mese prima del suo assassinio, il mio amico Orlando Letelier, ministro della difesa di Allende, fece lo stesso identico collegamento tra quello che stava succedendo all’economia cilena e ai suoi compagni in carcere. Orlando aveva il viso di un cantante per il quale ogni canzone potrebbe essere l’ultima.

I due tipi di shock sono diversi e devastano in modo diverso. Uno è solitario e fisico, l’altro collettivo e ontologico. Il primo è prodotto ferocemente dall’elettroshock (che la Cia studia dagli anni cinquanta) e della deprivazione sensoriale. Il secondo si produce dirigendo e orchestrando il crollo economico, smantellando tutte le precedenti infrastrutture sociali, programmando con cura un periodo di povertà e di panico disperati, quindi facendosi cinicamente avanti con false promesse. L’uno e l’altro tipo di shock servono a soffocare la resistenza, e lo fanno innanzitutto distruggendo il senso di identità del soggetto.

Chi somministra gli shock – che sia un torturatore, un economista o uno spaventapasseri – dopo cinquant’anni di esperimenti ha imparato che il modo più efficace per distruggere il senso di identità di qualcuno è demolire e frammentare meticolosamente la storia che una persona si è raccontata fino a quel momento sulla sua vita, cancellare il passato.

Una volta cancellato il passato, si può declinare in mille modi uno slogan che, nonostante la sua finta innocenza, è politicamente corrotto: taglio netto. Ricominciare da capo. Nuovo inizio. È questa la demagogia del neoliberismo.

Alexandra sedeva in giardino mentre la campagna elettorale per le presidenziali francesi era in corso. Lo stile dei due principali candidati colpiva perché escludeva ogni spiegazione. Nessuno dei due spiegava cosa sta succedendo nel mondo, l’impatto di quegli avvenimenti sulla Francia o quali conseguenze e, dunque, quali scelte si possono verosimilmente prevedere. Nessuno dei due aveva una mappa. E non ce l’avevano perché non avevano il coraggio di parlare di storia.

Una manciata di allusioni demagogiche, un paio di dibattiti sulle ultime statistiche locali, ma nessun esame della storia, nessun riconoscimento dell’arco storico delle vite, nessuna consapevolezza di ciò che raccontiamo a noi stessi per dare un senso alla lotta per l’esistenza. Alla faccia di quello che, almeno fino a tempi recenti, era l’elettorato più politicizzato d’Europa!

Una simile cospirazione del silenzio cambia profondamente la natura del voto. Il primo principio democratico è che gli eletti debbano rendere conto a chi li ha eletti: il loro modo di governare sarà più tardi valutato da chi si è affidato al loro governo. Per dirla altrimenti: sul lungo periodo il fatto che gli elettori sollevino dubbi nei confronti degli eletti ha un ruolo nel processo decisionale. La dialettica del confronto prende il posto dell’obbedienza cieca, antidemocratica.

Se i candidati non delineano la loro visione dell’epoca in cui vivono e non propongono una strategia di sopravvivenza, se non ne parlano e non danno spiegazioni, l’elettorato non può svolgere il suo ruolo dialettico, perché non c’è stato nessun dialogo sull’essenziale. Quando i candidati non hanno una mappa o fingono di non averla, l’elettorato diventa una bestia da soma.

Questa cospirazione del silenzio sembrava una tacita intesa. Dove ogni spettatore è un cliente, il dibattito si riduce a una gara di stile. L’ultimo sondaggio conta più di qualsiasi visione condivisa del futuro, e l’autopromozione è obbligatoria.

Entrambi i candidati affrontavano le differenti paure, i particolari shock provati dai diversi settori della nazione, promettendo che non li avrebbero mai dimenticati, senza riferirsi per un solo istante all’insieme e chiedersi, al fianco della popolazione: che sta succedendo nel mondo?

L’imbonimento è irrilevante, ripetitivo e sicuro, perché sa già esattamente dove vuole arrivare. I due candidati miravano entrambi alla stessa ricompensa. Fidatevi di me e delle mie promesse.

Quello che io chiamo esame della storia implica, al contrario, lo studio condiviso degli avvenimenti, delle loro cause e conseguenze, la discussione sui possibili margini di manovra (la storia è di rado generosa), infine la presentazione e la spiegazione di una linea politica. Senza questo le promesse fatte sono tutte criminali. Cinquant’anni fa, ha detto Alexandra, il valore della vita umana era diverso.

In definitiva, perché nessuno dei due principali candidati aveva il coraggio di parlare di storia? Ho una mia personale e stenografica risposta: madame Royal, perché non sa cosa dire a Rosa Luxemburg; monsieur Sarkozy, perché tiene in serbo la dottrina dello shock economico.

Osservo di nuovo il viso di Alexandra seduta in giardino e ricordo una frase di Anton Cechov, che era un medico come lei: “Il ruolo dello scrittore è descrivere la situazione in modo così veritiero… che il lettore non possa più eluderla”. Oggi noi, con le esperienze storiche che abbiamo vissuto e che le macchine politiche cercano di cancellare, dobbiamo essere sia quel lettore sia quello scrittore… e possiamo farlo.

(Traduzione di Maria Nadotti)

Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2007 nel numero 700 di Internazionale.

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