Il 19 aprile la Corea del Nord ha testato con successo cinque missili balistici tattici, lanciandoli probabilmente da un’importante base di sottomarini base vicino a Sinpo, sulla costa orientale. Solo undici giorni prima aveva testato altri missili balistici a corto raggio, lanciandoli verso il mare Orientale (come le Coree chiamano il mar del Giappone), e altri ancora ne aveva sparati a marzo.

Ogni volta che Pyongyang fa questi test si parla di “provocazioni” e del messaggio che Kim Jong-un vuole dare al resto del mondo, principalmente ai suoi nemici – Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. E si tiene meno conto di un fatto elementare: si tratta prima di tutto di test, e ogni missile lanciato con successo è un passo avanti del governo nordcoreano verso il rafforzamento del suo arsenale e della sua capacità offensiva.

Il 15 aprile, mentre era in visita a Seoul, Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ha confermato che la Corea del Nord ha fatto progressi “molto seri” nella capacità di produrre armi nucleari e che c’è stata una rapida crescita nelle attività al principale sito nucleare nordcoreano, il complesso di Yongbyon.

Uno dei tanti effetti secondari della guerra contro l’Iran è l’aver rafforzato la convinzione di Pyongyang che il suo arsenale nucleare è l’unica garanzia che ha per continuare a esistere. Il 22 marzo l’Assemblea suprema del popolo, il più alto organo di potere della Repubblica democratica popolare di Corea, ha sancito che le armi nucleari sono uno strumento per la sicurezza delle future generazioni. Dopo il fallito vertice di Hanoi tra Kim e Donald Trump nel 2019, lo sviluppo del nucleare non sarà più oggetto di negoziazioni. In realtà per Pyongyang non lo è da molto tempo, e proprio su questo equivoco i colloqui tra i due leader, Kim e Trump, sono naufragati. Tanto più alla luce dell’attacco statunitense all’Iran, che non è riuscito a dotarsi dello strumento di deterrenza e ne ha pagato le conseguenze.

Come scrive su NKNews Andrei Lankov, docente all’Università Kookmin di Seoul e massimo esperto di Corea del Nord (da studente, negli anni ottanta, frequentò l’Università Kim Il-sung), la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran potrebbe anche allontanare la possibilità, suggerita da molti analisti di recente, di un nuovo incontro tra Kim e Trump, magari a margine del vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping a Pechino, che dovrebbe tenersi a metà maggio. Difficile che Washington, con tanti dossier complicati aperti, s’impegni su un nuovo fronte diplomatico, e il fatto che Teheran sia stata attaccata mentre erano in corso, almeno tecnicamente, dei negoziati non è certo promettente per Pyongyang.

In realtà, spiega Lankov, la reazione del governo nordcoreano all’attacco contro l’Iran è stata misurata. “Ha scelto di non inviare armi all’Iran, stando al servizio d’intelligence di Seoul. Non ha espresso pubblicamente condoglianze dopo che l’ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso in un attacco statunitense. Né si è congratulato con suo figlio Mojtaba Khamenei per la successione. E pur avendo condannato l’attacco statunitense attraverso il ministero degli esteri, il governo di Pyongyang ha evitato di attaccare direttamente Donald Trump”.

Difficile dire se la facilità con cui gli Stati Uniti hanno decapitato i vertici del potere a Teheran e, due mesi prima, a Caracas abbia accresciuto il timore di una fine simile per Kim Jong-un. In realtà la Corea del Nord è molto meno esposta a rischi simili rispetto a Iran e Venezuela: è molto più chiusa e difficilmente penetrabile dai servizi d’intelligence stranieri. E ora potrebbe diventarlo ancora di più.

Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.

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