“L’articolo da Herat sta richiedendo più tempo del solito. Siamo riuscite a rintracciare una delle ragazze arrestate all’inizio di giugno in città, dove abbiamo una reporter molto brava, giovane e determinata. Verificare le informazioni è difficile, perché nessuno si fida di nessuno: la gente ha paura di parlare, teme le delazioni. Ma per noi l’accuratezza conta più della velocità”.
Farahnaz Forotan mi parla dal suo appartamento a Washington, dove vive dopo che nel novembre 2020 ha dovuto lasciare in fretta il suo paese, l’Afghanistan, perché minacciata dai taliban. Allora il comitato per la sicurezza dei giornalisti afgani aveva saputo dai servizi segreti stranieri che Forotan, forse il volto più noto dell’informazione del paese, era sulla loro lista nera.
L’articolo a cui si riferisce è sulle donne arrestate a Herat per violazione delle regole sull’abbigliamento da pubblicare su Kaaj Magazine, il giornale dedicato all’Afghanistan che ha fondato meno di un anno fa e che si avvale del lavoro clandestino di reporter sul campo, soprattutto donne, tutte giovani .
“È stata una delle prime a essere fermate dai taliban, era terrorizzata e traumatizzata, ma la mia collega è riuscita a parlare con lei e con altre donne che hanno assistito agli arresti in diverse parti di Herat”, racconta Forotan. “L’editor (Halima Kazem, arrivata negli Stati Uniti quarant’anni fa con i genitori e oggi docente all’università di Stanford, dove si occupa di femminismo, questioni di genere e sessualità, guida anche l’advisory group di Kaaj) sta facendo gli ultimi ritocchi”.
La storia di Farahnaz Forotan – che nel 2019 è stata ospite del festival di Internazionale a Ferrara – e quella del giornale che ha fondato per raccontare cosa succede nell’Afghanistan dei taliban attraverso gli occhi e le parole di chi ci vive sono un esempio ammirevole di come resistere alla violenza e all’oscurantismo.
Forotan, nata nel 1992, ha cominciato a lavorare in tv quand’era una ragazzina. Un giorno il padre la portò negli studi di un programma per bambini e fu subito presa come conduttrice. Crescendo, è passata a condurre programmi di cultura e società.
“Quando ho finito le superiori ho deciso di fare qualcosa di più serio e impegnativo. All’epoca non sapevo nulla di giornalismo, ma amavo l’idea di uscire a parlare con la gente, raccogliere le loro storie e fare dei servizi. Così entrai nella newsroom, nonostante tutti fossero contrari perché non mi ritenevano abbastanza sveglia. Dopo sei mesi avevo dimostrato di essere una brava reporter. Grazie all’aiuto degli altri, certo, ma soprattutto grazie a me stessa: ero molto giovane e la redazione era dominata da uomini che avevano studiato giornalismo o altro e non credevano che fossi in grado di lavorare perché non avevo la loro formazione. Ma ho studiato molto, leggevo tantissimo, mi guardavo e riguardavo i servizi di Christiane Amanpour e Lyse Doucet, e lavoravo. Alla fine anche i colleghi hanno dovuto ammettere che ero brava”.
Per Ariana News ha viaggiato nell’Helmand con l’esercito: “Sono stata la prima giornalista a uscire da Kabul. Al tempo tutti, al lavoro e in famiglia, pensavano che fosse sconveniente per una donna viaggiare fuori dalla capitale. Ho intervistato i taliban in carcere, era la prima volta per una tv afgana. Quello è stato il servizio che mi ha fatto emergere. I colleghi e il mio supervisore mi hanno incoraggiato molto. Poi mi contattarono da Tolo News proponendomi di diventare la prima anchorwoman a intervistare gli uomini di potere. Non mi sentivo in grado, ma loro hanno insistito. E ha funzionato. Gli intervistati trovandosi di fronte una ragazza di 23 anni si aspettavano domande ingenue o leggere per poi rendersi conto con chi avevano a che fare. È così che sono diventata famosa”.
Una cosa inedita
Mentre Forotan mi racconta tutto questo, il pensiero va inevitabilmente a No good men, il film della regista afgana Shahrbanoo Sadat nelle sale in questi giorni, in cui la protagonista è Naru, un’operatrice tv in un’emittente di Kabul nei mesi che precedono il ritorno dei taliban al governo.
Nei dieci anni di lavoro in televisione Forotan ha dovuto lottare contro la stessa mentalità, e con la stessa determinazione, della protagonista del film: “Mio padre è sempre stato il mio più grande sostenitore, ma mia madre no, non approvava, avevamo discussioni accese. Io ero un normale essere umano, ma essere normale in Afghanistan non era visto di buon occhio. Non le piaceva come mi comportavo (stringevo la mano ai colleghi), come mi vestivo o come portavo i capelli, né il mio modo di ridere troppo fragoroso. Sognava per me quello che tutte le madri afgane sognano per le figlie: matrimonio a vent’anni e vari figli. Ma io ero molto diversa, ho sempre voluto scrivere da sola il mio destino e questa era una cosa inedita nella mia famiglia e nel paese in generale”.
A parte il padre, i fratelli e le sorelle, il resto dei familiari non approvava il fatto che lavorasse in televisione, “è contro la nostra mentalità”, “non è un lavoro da brava ragazza”: “Avevo uno zio che ogni volta che comparivo in tv oscurava lo schermo. Criticava molto mio padre per il fatto che mi permetteva di fare quel che facevo”.
La visibilità ha rischiato di esserle fatale. I taliban, che si preparavano a riprendere in mano il paese, volevano ucciderla e lei se n’è dovuta andare. Prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Dopo anni “duri, durissimi”, che l’hanno cambiata profondamente (”Non sono più la persona che hai conosciuto a Ferrara nel 2019”, mi dice), Forotan ha cominciato a pensare al progetto che poi è diventato Kaaj Magazine.
“Da afgana nata con la guerra, cresciuta con la guerra e emigrata due volte (da piccola con la famiglia si era trasferita in Iran, dove ha vissuto fino al 2001), mi sono chiesta cosa potevo fare. Per cambiare un paese bisogna cambiare la mentalità delle persone, e non lo si può fare importando valori da fuori. È importante amplificare la narrazione di queste persone attraverso la loro cultura. I mezzi d’informazione sono cruciali in questo”.
“In Afghanistan”, continua, “c’è chi pensa che oggi si stia meglio di prima perché non c’è più la guerra, e sono convinta che se si vuole cambiare qualcosa bisogna tenere insieme le ragioni di tutti, anche di chi la pensa così. È un po’ difficile parlare in questi termini con gli afgani della diaspora, perché la maggioranza pensa che si debba parlare dell’Afghanistan secondo il nostro punto di vista, quindi criticando i taliban, che abbiamo combattuto per vent’anni. Ma io ho lasciato il paese e ora vivo negli Stati Uniti e dico che dobbiamo ascoltare chi vive ancora in lì. Una sedicenne avrà una certa idea dei taliban, che le hanno impedito di continuare a studiare, ed è diversa da quella di una madre nel sud del paese, che, certo, vorrebbe poter mandare le figlie a scuola, ma è contenta che non ci sia più la guerra. È complicato, ma penso sia importante lavorare in questo modo”.
Sul campo per Kaaj ci sono tre ragazze che lavorano a tempo pieno ogni giorno sulle notizie e sui social media, l’unico sfogo per le afgane. “Non sono autorizzate a parlare, ma a volte si registrano e si scambiano i video ed è uno dei mezzi attraverso cui ci arrivano le notizie. Ovviamente le informazioni vanno verificate e le tre reporter – una a Kabul, una a Jalalabad e una a Herat– lo fanno per noi. Ho molto rispetto per loro: nonostante le restrizioni e le condizioni in cui vivono, si dimostrano intelligenti, coraggiose e con un modo di vedere le cose diverso dalla maggior parte delle persone che le circondano, per le quali dopo cinque anni l’esclusione delle donne dall’istruzione e dalla vita lavorativa è diventata una cosa normale. C’è poi un piccolo gruppo che fa la produzione, cioè una editor e un grafico, ma in generale Kaaj ha un grande gruppo di giovani collaboratrici”.
Forotan mi spiega che la maggior parte di loro studiava sognando di fare la giornalista prima che i taliban tornassero al governo. Hanno dovuto lasciare la scuola superiore o l’università dopo l’agosto 2021.
“Le ho trovate tramite Instagram”, racconta, “mi seguivano lì, e quando ho pubblicato qualcosa sul progetto di Kaaj mi hanno scritto offrendosi di collaborare. Non sapevano come si cerca o si scrive una storia ma avevano lo sguardo giusto per farlo. È l’unico modo che le ragazze hanno per far sentire la loro voce, ora che sono relegate in casa. Ho parlato con ognuna di loro, e dal punto di vista personale è stato bellissimo. Mi hanno ricordato chi ero”.
“Sono cinque anni che ho lasciato casa e che cerco di sopravvivere”, prosegue Forotan, “e dopo tutto quello che ho passato spesso dimentico cos’ho fatto prima. Una ragazza di 22 anni mi ha detto ‘Ti vedevo sempre in tv e dicevo a mia madre che volevo diventare come te, stare di fronte ai potenti e fargli domande’. Poi mi ha detto che le piaceva il mio stile. A dir la verità, ho risposto, non ricordo qual era il mio stile. E lei: ‘Noi sì, ce lo ricordiamo bene’”.
Idee chiare
Alle ragazze che hanno cominciato a collaborare, Forotan ha dato delle indicazioni di base su come documentare quello che vedono e su come si scrive una storia.”Sono nella zona di Kandahar, nel sud, dove negli ultimi vent’anni è stato impossibile lavorare (era la roccaforte dei taliban negli anni della Repubblica); o a est, dove l’anno scorso c’è stato il terremoto, e dove abbiamo mandato una squadra a raccogliere le voci di dottoresse, volontarie e donne comuni; e anche nella parte centrale del paese. Sono una decina di ragazze che lavorano attivamente con noi e che con la loro passione mi fanno sentire di nuovo viva”.
Sulla linea di Kaaj, Forotan ha le idee chiare. “Ho sempre pensato che c’erano stati molti errori nel modo in cui abbiamo fatto informazione per vent’anni. Tutti concentrati sulle città, sulla politica e sulla guerra. Ma quando nel 2019 per la mia campagna Red line sono stata per la prima volta nel sud del paese a raccogliere i pareri di donne e uomini sui negoziati di pace in corso con i taliban, ho aperto gli occhi. Mi sono resa conto che fino ad allora mi ero persa la maggior parte del paese. Bisognava coprire tutti i posti che erano stati trascurati dai mezzi d’informazione, dove vivono persone che come noi hanno pagato il prezzo della guerra ma di cui nessuno si è mai occupato”.
L’altro aspetto che vorrebbe far emergere della vita in Afghanistan, dice, è il colore: “So che lì la situazione è molto difficile oggi, ma quand’ero ancora nel mio paese e qualche straniero mi intervistava per un reportage, leggerlo mi deludeva perché finivano sempre per presentare le cose in bianco e nero. Ma noi, nonostante le difficoltà, la guerra, le bombe avevamo anche i colori! Senza generalizzare, ma la maggior parte ci vedeva solo come vittime, quindi per me era importante portare colore e belle immagini”.
In Afghanistan per Kaaj lavorano anche bravi fotografi e videoperatori: “Lo fanno tutti clandestinamente e la nostra rete si espande ogni giorno. Le reporter sanno come proteggersi, come lavorare al sicuro. È come un campo di battaglia, e loro sanno come combattere, anche all’interno delle loro famiglie. Mi ricordano molto me all’inizio della mia carriera: hanno provato a limitarmi in mille modi, ma ho sempre cercato un modo nuovo per resistere. Esattamente come fanno loro oggi”.
L’idea di Forotan – contribuire a cambiare la mentalità degli afgani e quindi il paese – è ambiziosa, ma nella sua esperienza non impossibile. Quando ancora andava a scuola, un giorno la madre le raccontò che uno dei suoi insegnanti l’aveva criticata perché permetteva alla figlia di lavorare in tv. La madre ci litigò. “Mi fece piacere, anche se sapevo che era sotto pressione a causa mia”.
Lo zio che copriva lo schermo della tv, quando Forotan andò per la prima volta all’estero per un summit della Nato a Bruxelles, si oppose dicendo che era contro i loro valori. Poi, però, ha mandato la figlia a studiare in Asia Centrale . “Alla fine la mia famiglia, molto conservatrice, è cambiata. Ho pagato un prezzo alto per questo: ho sacrificato la mia giovinezza, la mia bellezza, le mie emozioni, il mio tempo, ma ne sono contenta”.
Oggi i genitori di Forotan vivono a Washington con lei e i suoi fratelli e sorelle. “Gli altri parenti rimasti in Afghanistan sono orgogliosi del fatto che io, una donna, sia riuscita a portarli fuori dal paese. Mia cugina, la figlia di quello zio, ora vive da sola qui negli Stati Uniti. Per me è straordinario. Sono riuscita a cambiare la loro prospettiva”.
Le chiedo cosa pensa di fare nel prossimo futuro. “Quando sono arrivata, cinque anni fa, ho creduto che fosse finita. Per più di due anni ho pensato solo a sopravvivere, ho fatto qualsiasi lavoro per pagare le bollette (oggi Forotan fa la caposala in un ristorante afgano). Avevo completamente perso fiducia nella vita, non trovavo un senso nel mio essere negli Stati Uniti, mi dicevo: ‘Sono i migliori anni della mia vita, dovrei essere in Afghanistan, non qui’. Mi sentivo distante da questa società, che rispetto ma che non è la mia, non è il mio mondo. Resistevo e basta”.
Ora, con Kaaj, Forotan ha ritrovato la passione, e un senso. “Voglio andare all’università. Sono qui per studiare e imparare, per poi tornare nel mio paese”.
Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.
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