Dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran seguivo tutto nei minimi dettagli: leggevo le notizie, i resoconti delle riunioni del Fronte paydari (un partito ultraconservatore iraniano), i rapporti del parlamento israeliano, del congresso statunitense e della sessione annuale del Partito comunista cinese. Osservavo con attenzione gli attacchi e i contrattacchi, dalla base navale di supporto del Bahrein alle basi aeree di Ali al Salem e di Al Dhafra fino a quella missilistica di Heydar Karrar.

Avevo accumulato una quantità enorme di conoscenze inutili sulla differenza tra le bombe stand-off e i missili da crociera a lungo raggio o tra i lanciatori a propellente solido e quelli a propellente liquido. Vedevo il nostro destino come legato a quei dati e pensavo che se li avessi seguiti con sufficiente attenzione li avrei capiti. La guerra finirà? Ogni giorno dovevo rispondere a questa domanda, sia nel dialogo interiore con me stesso sia quando me la facevano le persone che avevo intorno.

Poi, all’improvviso, ho perso interesse per tutto. Ho abbandonato i canali di informazione e i social media dedicati alle notizie, ho smesso di guardare la televisione, non ho nemmeno letto la notizia dell’attacco israeliano a sud di Beirut (mi pare me l’abbia comunicata qualcuno, ma non ricordo neppure chi e dove).

Non capivo il motivo di quel disinteresse improvviso, non riuscivo a spiegarlo neanche a me stesso. In compenso mi sono iscritto a un corso di paleografia e mi sono messo a studiare per il colloquio di ammissione al dottorato. Era come se volessi tenere separato il mio destino, come se fossi tornato dentro il mio bozzolo. Come uno che pensa che questa guerra non lo riguardi e in ogni caso non gli porterà nessuna gloria.

È stato così finché non mi sono imbattuto nell’appello “Niente compromessi”. La notte in cui avrebbe dovuto essere firmato l’accordo tra Iran e Stati Uniti, un gruppo di rivoluzionari oltranzisti aveva annunciato un sit-in davanti al ministero degli esteri fino all’alba per protestare contro l’intesa. Ho pensato che dovevo andarci e vedere chi erano. Quelli che pensano che questa pace non gli appartiene. “L’altro” che avevo ignorato per anni, quelli con cui pensavo fosse impossibile discutere.

Sono uscito da una pizzeria e mi sono diretto alla manifestazione. Mi ci ha accompagnato in moto un monarchico irriducibile. Nel 1979 quell’uomo era stato un rivoluzionario di sinistra, poi nel 1982 era fuggito dall’Iran e aveva vissuto per anni in Germania, dove aveva visto crescere anche suo nipote.

Era un po’ brillo e indossava maglietta e pantaloncini bianchi; lungo la strada si è girato e mi ha chiesto: “E adesso che ci vai a fare in mezzo a quelli lì?”.

“Voglio sentire cos’hanno da dire, zio”.

Prima della guerra avevamo avuto un piccolo diverbio e mia moglie mi aveva fatto cenno di lasciar perdere. Era lo zio di un mio amico, un uomo simpatico, che quando beveva cominciava discussioni politiche interminabili che andavano sempre a parare sullo scià Reza Pahlavi, salvatore dell’umanità, pronto ad arrivare in nostro soccorso.

“Bisogna ascoltare anche loro”, gli ho detto.

“Accendi la tv, parlano sempre loro”, ha ribattuto lui. “Sono quarantasette anni che ripetono le stesse cose”.

Ma quelli che ero andato ad ascoltare li avevano fatti sparire perfino dalla televisione. Erano una voce così radicale che, a un certo punto, avevano smesso di ammetterli negli spazi ufficiali. Ho detto: “Zio, questi litigano pure tra di loro”.

Lo zio ha sbandato leggermente, ha fermato la moto e ha detto: “Questi estremisti non li capirò mai”. Lui che aveva travalicato ogni confine dell’estremismo, adesso diceva di non capire gli estremisti.

Fede e fraternità

Ho attraversato una folla rada di donne in chador e uomini vestiti di nero che agitavano con entusiasmo bandiere iraniane, finché ho raggiunto una massa compatta rivolta verso un grande palco, da cui si levavano slogan: “Morte a chi scende a compromessi” e “Il nostro sangue è per la nostra guida”.

Sul palco quattro uomini sprofondavano nelle poltrone e sudavano nei loro completi mentre spiegavano alla folla l’importanza della resistenza contro l’arroganza globale. Portavano come prova le guerre dei primi tempi dell’islam, raccontando come il profeta Maometto avesse agito con durezza contro gli infedeli, e vedevano nell’attacco missilistico contro Israele e le basi statunitensi l’unica via di salvezza e di rettitudine, considerando ogni compromesso un danno per l’Iran.

Uno di loro ha detto: “Israele è una piaga che mette a repentaglio la sicurezza della civiltà islamica e noi, che ci troviamo solo all’alba di questa civiltà, abbiamo il dovere di compiere il primo passo per distruggerlo”.

La folla ha gridato “Allahu akbar”. Nell’aria aleggiava un clima di fede e fraternità che ormai perfino tra questi ultra-hezbollah è diventato raro. Il ceto medio foraggiato dallo stato e gli universitari dell’asse della resistenza si mescolavano gli uni agli altri.

Dietro il palco c’erano gruppetti di persone sparsi qua e là. Donne e bambini seduti sul prato che mangiavano un gelato. Uomini accovacciati in cerchio che mangiavano da contenitori usa e getta. Ovunque fotografie dei caduti della guerra: siamo cresciuti in un paese dove esiste una fascinazione quasi infantile per i morti. Tutti i caduti, famosi e non, uno accanto all’altro. Lunga vita alla morte.

Un uomo sul palco gridava che era tutto un gioco di Donald Trump per controllare contemporaneamente Israele e Iran. Dopo aver detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che, in caso di guerra con l’Iran, sarebbe rimasto solo, ora doveva dimostrare anche a Teheran di avere il coltello dalla parte del manico nei negoziati, perciò minacciava che il paese avrebbe pagato il prezzo del tempo perso. Washington avrebbe occupato l’isola di Kharg e colpito le infrastrutture. Tutto questo dimostrava quanto sono infidi gli Stati Uniti.

La folla ha di nuovo gridato “Allahu akbar”. Un bambino piangeva e diceva alla madre: “Non torniamo a casa”.

Alcuni ragazzi e ragazze si facevano selfie in mezzo alla folla. Un soldato sedeva sul marciapiede e mandava messaggi alla fidanzata. Una famiglia di quattro persone è scesa dall’auto, l’ha lasciata in mezzo alla strada e si è unita alla folla, provocando un ingorgo. Una ragazza in chador ne stava richiamando un’altra, che portava sulla testa una kefiah verde, perché sistemasse meglio il velo, ma quella si rifiutava dicendo che andava bene così.

La ragazza in chador le ha chiesto con tono flautato: “Se la nostra guida, Aqa Mojtaba, venisse a dirti di rispettare il velo, allora lo metteresti a posto?”.

“No”, ha risposto l’altra.

Aveva ribattuto decisa, senza nemmeno pensare. La ragazza in chador, che teneva il cellulare davanti al volto per registrare la sua opera di proselitismo, un po’ irritata ma conciliante le ha augurato: “Se Dio vuole, le parole della nostra guida ti apriranno il cuore e renderanno più saldo il tuo velo”. Poi è andata incontro a un’altra donna che era sua sorella maggiore o forse la sua giovane madre.

L’oratore sul palco ha detto: “Destabilizzare Hormuz significa dare avvio a una nuova civiltà”.

“Allahu akbar”, gli ha fatto seguito la folla. Quando il coro si è spento, ha proseguito: “Qualunque cosa se funziona, funziona”. La battuta è rimasta sospesa nell’aria come una freccia, altrettanto imprecisa e lontana dal bersaglio, ma il senso si riusciva a capire lo stesso: voleva dire che la chiusura dello stretto di Hormuz aveva impedito una sconfitta totale nella guerra. Tutti i presenti lo capivano e nessuno rideva. A volte convincere una folla è più facile che convincere una sola persona.

Un noto religioso ultraconservatore, deputato in parlamento, mi è passato accanto e ha detto: “Grazie per il vostro impegno”. Mi aveva scambiato per qualcun altro, oppure ormai mi vedeva come parte della folla; quell’espressione ottusa sul suo volto però non spariva. In fondo anch’io ero uno che “non scende a compromessi”.

Un passo indietro

Oggettivamente anch’io facevo parte di quella gente: mentre ero in mezzo a loro e ne ascoltavo le parole diventavo uno di loro, parte di quella macchia umana che arrivava a malapena a duemila persone ma produceva una voce molte volte più grande e incarnava le posizioni più radicalmente ostili alla pace. Una volta quello stesso religioso aveva dichiarato in televisione di far parte della politica del governo anche lui: “Grazie a me i nostri politici possono mostrare le mie posizioni per poi fare un passo indietro e ottenere concessioni dal nemico”.

Una parte di quella folla la pensava proprio così. Voleva arretrare di qualche trincea, ma intanto si schierava molto più avanti. Un’altra parte invece credeva sinceramente in ciò che faceva. Una donna aveva infilzato su uno spiedo i pezzi del corpo di una bambola e teneva in mano un cartello con scritto: “Kebab di bambino alla Epstein”.

Un uomo ha consegnato a delle donne in chador volantini che spiegavano le ragioni per non accettare il compromesso e si è raccomandato: “Se non li distribuite stanotte, poi non serviranno più”. Una delle donne si è raccolta il chador attorno alla vita, ha preso i pacchi di volantini e ha annuito: “Anche questo è jihad”. L’uomo ha detto: “Dateli a quelli che sono ancora indecisi”.

Ho scattato una foto a un uomo che reggeva un grande cartello in cui Mohammad Javad Zarif (artefice dell’accordo sul nucleare del 2015) e Mohammad Bagher Ghalibaf (capo negoziatore e presidente del parlamento) venivano definiti complici del nemico. Nella foto compare anche un passante che mi guarda come se avessi ammazzato suo figlio. Tiene per mano il suo bambino e cammina lentamente, ma mi lancia un’occhiata ostile. Una donna che ha trasformato una bandiera iraniana in una fascia e l’ha legata sopra il chador mi sbarra la strada e non mi lascia andare oltre un certo punto.

Due uomini litigano perché uno dei due è entrato nella folla con una moto. Uno lo minaccia: “Te la faccio sequestrare”.
Il motociclista risponde: “Chiama chi ti pare, vediamo chi ha le palle di toccarla”.

Se li avessi visti fuori da quella folla avrei pensato che fossero compagni d’armi della stessa unità, ma lì dentro stavano facendo a gara tra chi esibiva più potere. Uno voleva dimostrare di essere più vicino alle autorità degli altri, tanto da entrare nella folla con una moto vietata. L’altro voleva dimostrare di stare dalla parte dei manifestanti, tanto da affrontare uno che – con una moto simile – doveva essere per forza un uomo della sicurezza.

Dopo la mezzanotte la gente continuava ad arrivare a gruppi e altri se ne andavano, ma il numero dei bambini non diminuiva mai: correvano uno dietro l’altro e giocavano in mezzo ai cori di Allahu akbar e ai discorsi. Bambini con camicie nere, fasce rosse sulla fronte e cuori che battevano più veloci della loro corsa. Bambini che un giorno si ricorderanno di essere stati in mezzo alla folla di quelli che “non scendono a compromessi”, pieni di parole liberatrici.

Forse non ricorderanno i discorsi intrisi di sconfitta né il continuo gridare “morte a questo, morte a quello”. Forse correranno felici e liberi, e non ricorderanno più nulla di questa notte.

(Traduzione di Giacomo Longhi)

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