Dopo il clamoroso successo della mostra di Diane Arbus (250mila visitatori, record assoluto per l’istituzione, con tanto di aperture e orari straordinari), si fa di nuovo la coda al Musée du Jeu de paume di Parigi. E questo accade fin dal primo giorno della mostra di Ai Weiwei (il pubblico non accorre in massa per la mostra di Berenice Abbott, allestita nello stesso museo, che si scopre – tanto meglio – quasi per caso).
Da una parte è una conferma di un reale entusiasmo del pubblico per le “grandi” esposizioni diventate ormai prodotti di consumo di massa. Ma bisogna anche chiarire che le code visibili all’esterno dello stesso edificio da vari mesi non sono tutte della stessa natura, non sono animate dagli stessi impulsi.
Con la mostra di Diane Arbus, che in Francia (e in buona parte d’Europa) era attesa da anni, è stato colmato un vuoto. Mentre la scelta di allestire un’esposizione di Ai Weiwei è stata un bel rischio. Perché quando è stata presa la decisione, l’artista cinese non era ancora il punto di riferimento mondiale in tema di dissidenti. Era ancora un nome noto ai pochi che l’avevano scoperto al Documenta di Kassel. Oggi vedere la sua mostra risponde a una curiosità, ma è anche una forma di sostegno. La coda dei visitatori, in qualche modo, adesso è diventata parte dell’opera stessa. Chissà in quanti si rendono conto di essere attori di una performance di Ai Weiwei?
Internazionale, numero 940, 16 marzo 2012
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