Giovanni Scattone in tribunale per il processo sull’omicidio di Marta Russo, a Roma, nel novembre 2002.

In Italia il garantismo è sempre più a rischio

Giovanni Scattone in tribunale per il processo sull’omicidio di Marta Russo, a Roma, nel novembre 2002.
11 settembre 2015 12:49

Giovanni Scattone era stato condannato per l’omicidio di Marta Russo, ormai quasi una ventina d’anni fa, in un processo iperamplificato dai mezzi d’informazione e farraginoso. Ha scontato cinque anni per omicidio preterintenzionale, è uscito di galera, e si è fatto anche un decennio di precariato nella scuola, poi quest’anno aveva avuto una cattedra di ruolo in un liceo romano.

Oggi la sua rinuncia al posto di lavoro dopo la campagna accusatoria montata dal Corriere della Sera e ripresa da vari giornali – secondo la quale era una vergogna avergli assegnato una cattedra statale – conclude nel modo peggiore una delle settimane più brutte della storia recente italiana per quello che riguarda i temi della giustizia; certificando, se mai ce ne fosse bisogno, il dilagare di quello che un bel libro recente di Stefano Anastasia, Manuel Anselmi e Daniela Falcinelli ha definito Populismo penale – un giustizialismo tanto vigoroso da essere una mentalità politica.

La settimana era cominciata con la pubblicazione delle cinquantadue pagine della corte di cassazione che chiarivano le ragioni dell’annullamento della sentenza sull’omicidio di Meredith Kercher: c’era scritto che il processo aveva avuto “un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose defaillance o ‘amnesie’ investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine”.

Tra le motivazioni di questo fallimento eclatante (che ha compreso dibattimenti estenuanti, anni di carcere per gli imputati tra cui molta custodia cautelare) sempre la corte ha scritto:

L’inusitato clamore mediatico del delitto Kercher e i riflessi internazionali della stessa vicenda, non hanno certamente giovato alla ricerca della verità provocando un’improvvisa accelerazione delle indagini nella spasmodica ricerca di colpevoli da consegnare all’opinione pubblica internazionale.

E poi ha rilevato un altro elemento interessante, quando dice che

se le indagini non avessero risentito di tali colpevoli omissioni, si sarebbe con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quantomeno di affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell’estraneità di Knox e Sollecito.

La sentenza sul processo di Perugia e il linciaggio mediatico di Scattone mostrano che se c’è una cultura diffusa, vincente, condivisa è quella di un giustizialismo vendicativo, bilioso, regressivo con tratti fascistoidi che ha largo spazio anche nei media che si proclamano progressisti, laici, fanatici della costituzione.

Quell’impronta garantista che i padri costituenti avrebbero voluto far diventare parte della cultura sociale del paese di Cesare Beccaria oggi è un alone fantasmatico, evanescente. Più che di giustizia e di avversari politici l’opinione pubblica ha bisogno di colpevoli morali che svolgano in modo efficace la funzione di capri espiatori.

Topi elettrizzati

Era già successo qualche mese fa, per esempio, con la nomina di Adriano Sofri nella consulta sulle carceri voluta dal ministro Orlando: massacrato dai giornali, anche quella volta Sofri aveva alla fine rinunciato.

Se prendiamo il caso simile di Giovanni Scattone, ci rendiamo conto che per moltissime persone il diritto penale non è sufficiente ma occorre una specie di surplus di giudizio, che Anastasia e gli altri definiscono diritto penale emozionale, in cui i diritti della vittima sono potenzialmente infiniti (l’abuso del paradigma vittimario di cui hanno scritto molti: per una buona sintesi, Daniele Giglioli, Critica della vittima).

In uno stato di diritto scambiato per un tribunale teologico giacobino, non ci sarà mai risarcimento, e quindi si può continuare a esercitare la richiesta di vendetta anche oltre la sentenza definitiva, e il normale oblio; mentre i diritti del condannato – per esempio il suo diritto al reinserimento, al riscatto, o i semplici diritti civili – sono annullati.

Quando per vent’anni si è paventato il rischio di una diseducazione giuridica di massa dovuta alla spettacolarizzazione dei processi, quando si faceva notare la nociva inutilità di contrastare il berlusconismo giocando tutto sul piano giudiziario, forse si doveva già immaginare che il risultato sarebbe stato quello di veder allargarsi il contagio del populismo penale anche a reati non commessi da politici.

Oggi sembra che un processo non abbia valore se non comprende anche la riprovazione morale, la gogna, lo spettacolo (che obbrobrio sono i recital con la lettura delle intercettazioni fatta da attori!). E sembra che non ci sia conflitto politico, contrasto sociale che non sia d’altra parte fondato sullo stigma morale.

La comunità civile desiderata dai giustizialisti è uno stato d’allerta etico dove si è sempre pronti a reagire come topi elettrizzati allo scandalo di qualcuno da poter condannare all’istante, per sentirsi consolati di appartenere al novero dei giusti.

Giovanni Scattone è stato condannato e ha scontato la pena (compresa un’interdizione provvisoria dai pubblici uffici), Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono stati assolti. Qualunque cosa si possa pensare delle loro idee, delle vicende giudiziarie e politiche che li hanno coinvolti, a loro va la solidarietà di chi crede in uno stato di diritto e in una cultura garantista.

pubblicità

Articolo successivo

Luce sul Mediterraneo