Questo Cannes 2012, di cui vi proponiamo alcune note un po’ in ritardo, è pieno di film stimolanti e belli. Molti in concorso: Audiard, Nasrallah, Resnais, Anderson, il romeno Mungiu. Il capolavoro di Haneke. Un certain regard finora invece ha un po’ deluso, troppi bei film “ben confezionati” e leccati, che si vogliono sperimentali o inattesi, ma risultano un po’ fasulli. In questa sezione splende però Laurence Anyways di Xavier Dolan, petit monstre della regia cinematografica, giovane poeta di una sorta di dandysmo esistenzialista. Molti altri di questi film stimolanti sono però documentari d’autore presentati in proiezioni speciali, nemmeno nel fuori concorso. A nostro avviso sono però delle perle. Ne riparleremo.
Dopo l’apertura con il bel The We and the I di Michel Gondry, la Quinzaine des réalisateurs – che solitamente è il principale serbatoio di nuove proposte, anche se quest’anno sembrano latitare – persevera con i grandi nomi. No di Pablo Larrain ricostruisce in maniera emozionante l’itinerario della campagna pubblicitaria, e degli uomini che l’hanno fatta, sul referendum del 1988 a favore o meno della cacciata di Pinochet.
Le pressioni internazionali obbligarono l’anziano dittatore a concedere un referendum il cui esito pareva segnato fin dall’inizio. L’attore messicano Gael García Bernal (d’altra parte il film è una coproduzione Cile, Messico e… Stati Uniti), nella parte di un giovane e brillante pubblicitario chiamato dai capi dell’opposizione a portare a compimento l’impresa impossibile, torna con modestia, ma con un’interpretazione convincente, viva e sensibile, davanti alla macchina da presa, dopo aver esordito dietro di essa nel 2007 con Déficit, presentato proprio qui a Cannes alla Settimana della critica.
Il cileno Larraín si conferma come uno dei registi più interessanti dell’odierno cinema sudamericano, dopo le belle prove di Tony Manero, vincitore a Torino dopo il passaggio alla Quinzaine nel 2008 e l’ottimo Santiago 73, post mortem, presentato in concorso a Venezia 2010, primi due capitoli di questa bella e vivida trilogia sul Cile.
Si susseguono dialoghi e riunioni concitate, brevi azioni quotidiane, restituite per frammenti ma in maniera naturale e fluida. Soprattutto si susseguono, sempre più frequenti, gli spot tv dei due campi. Via via il film diviene quasi un piccolo studio comparato di comunicazione, in maniera gradevole, a tratti perfino divertente, sicuramente appassionante in più momenti. Anche perché la violenza psicologica esercitata dal potere, sotto osservazione internazionale, è ben più frequente di quella fisica.
Un film d’intrusioni. Riusciranno i nostri eroi, tra pressioni psicologiche nell’intimo della vita quotidiana e famigliare nella loro impresa? È ovvio che sì, ma Larraín riesce a essere avvincente anche perché sa giocare abilmente sulla suspense, sa farti stare sulle spine.
In realtà, il campo democratico per vincere fa uso dell’ideologia ottimistica della pubblicità – nella fattispecie un’idea di società idealizzata falsa e puerile – per rovesciarla in faccia al potere: dopotutto il Cile di Pinochet non è forse stato il luogo dove sono state sperimentate le ricette ultraliberiste del Nobel per l’economia Milton Friedman – dei cosiddetti Chicago Boys – con i risultati che sappiamo? In più di un momento dallo staff governativo si riconosce che è difficile combattere con simili messaggi ottimistici. L’avvento della democrazia presentato come una speranza sì, ma alla Mulino Bianco. Incredibile ma vero.
Quasi un insulto alla memoria dell’esperienza socialista di Salvador Allende, ma funziona grandemente. Anche perché il campo avverso non fa altro che una campagna fondata sulla paura: dell’altro, dei comunisti, del futuro. E non propositiva.
ll film, a sua volta, fa uso di un procedimento specularmente rovesciato a quello degli spot: non vi è la plasticità di* Santiago 73, post mortem*, il formato televisivo veicola un estetica che è l’antitesi di quella pubblicitaria. Niente estetismi, regia e montaggio serrati. Il corpo d’attore di García Bernal domina placidamente su tutto. Un film hollywoodiano anti-hollywoodiano. Sul piano artistico a nostro avviso la cosa funziona. Sul pubblico ancora non sappiamo, ma alla proiezione serale è stato salutato da applausi scroscianti.
Cavalli di Troia a confronto. Materia e antimateria che marciano mano nella mano. La riuscita più bella per un film che vuol essere la celebrazione senza retorica del trionfo della democrazia.
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