08 agosto 2020 13:11

Fontaines D.C., I don’t belong
“Se vuoi imparare la vita attraverso gli occhi di un cinico romantico, vai un bar di Dublino”, diceva un anno fa in un’intervista Grian Chatten, il cantante degli irlandesi Fontaines D.C. C’è una poesia sporca che si nasconde tra le pieghe di quello che scrive e canta Chatten, sostenuto da tappeti sonori creati dalla sua band, un concentrato di post-punk alla The Fall e atmosfere alla Joy Division. Ma è l’attitudine di Chatten, appassionato di scrittori beat e dei versi del connazionale William Butler Yeats, a dare qualcosa in più, a far dimenticare alcuni riferimenti un po’ telefonati. Forse è per questo che i Fontaines D.C. restano più impressi rispetto ad altre band della cosiddetta nuova scena post-punk britannica (Shame, Idles). Ok, l’Irlanda non è nel Regno Unito ma ci siamo capiti.

A hero’s death, il secondo disco del gruppo, non è una raccolta di inni a tutta velocità come il precedente Dogrel. È un lavoro figlio di un periodo difficile, dovuto a un esaurimento nervoso della band dopo il massacrante tour a sostegno del disco d’esordio. Si nota soprattutto una voglia di distinguersi dai gruppi già citati: i Fontaines D.C. hanno rallentato il ritmo, costruendo brani più maturi (come la ballata conclusiva No), che stavolta superano sempre i due minuti. Meno punk e più cantautoriali. I riferimenti restano gli stessi (il basso di Televised mind ricorda un po’ quello di Transmission), mentre Dublino e i suoi pub sono più sullo sfondo rispetto a Dogrel.

Il tema centrale è quello del successo, vissuto però con grande diffidenza e inquietudine, come nella splendida A lucid dream, nella quale Chatten canta in modo così intenso da perdere quasi la metrica. In altri brani, come nella triste Oh such a spring, il frontman si appoggia su un arpeggio di chitarra e sfodera la sua solita poesia sporca: “I watched all the folks go to work just to die”, guardavo la gente che andava a lavorare solo per morire, declama osservando gli operai del porto, probabilmente proprio quello di Dublino.

Il pezzo più simile a quelli del passato è quello che dà il titolo all’album, con una batteria nervosa e il refrain “Life ain’t always empty”, critica tagliente alla società dei consumi. Ma il migliore di tutti è I don’t belong, quello incastonato all’inizio, una vera dichiarazione d’intenti. “Non appartengo a nessuno”, ripete Grian Chatten mentre gli strumenti seguono un andamento marziale.

Dogrel era un bel disco, ma poteva anche essere uscito fuori per caso. A hero’s death conferma che, al netto della scarsa originalità musicale, i Fontaines D.C. sono un gruppo molto interessante, con un’espressività tutta loro.


Gemitaiz, Bianco/gospel
Un po’ di tempo fa il rapper romano Gemitaiz e il produttore Mace sono stati insieme in vacanza in Mozambico. Sono tornati in Italia con un documentario e uno splendido singolo intitolato Bianco/Gospel. Il brano ha una prima parte molto ritmata, che sembra prendere in prestito certe ritmiche dell’elettronica africana, mentre nella seconda si vira quasi verso territori rap/gospel, come da titolo.

In Italia nel 2020 sono uscite poche canzoni migliori di questa, non solo in ambito hip hop. Il ricavato del singolo e del film, in uscita a fine anno, saranno devoluti a Coopi, una ong con sede a Milano che si occupa della lotta alla povertà e dello sviluppo delle comunità.


Mumia, Ave do deserto
L’etichetta brasiliana Lugar Alto ha riesumato dagli archivi una piccola chicca della musica underground: Mumia era un progetto formato alla fine degli anni ottanta da Kodiak Bachine, nome di culto del sottobosco elettronico e industrial del paese, e Celso Alves. Insieme hanno fatto questo disco frutto di una serie di jam session in studio, che sembra una cosa a metà strada tra le colonne sonore di Carpenter e i Cabaret Voltaire.

Victoria Monét, Moment
La musicista statunitense Victoria Monét lavora nell’ombra da anni: ha scritto brani per Ariana Grande (7 rings, per esempio), Nas, Lupe Fiasco e altri. Ora ha deciso di mettersi in proprio con ep, intitolato Jaguar, che raccoglie nove brani rnb niente male. Un disco da mettere all’aperitivo per rifugiarsi dai terribili tormentoni estivi.


Anohni, It’s all over now, baby blue
Anohni, l’artista un tempo nota come Antony and the Johnsons, ha condiviso due nuove cover di It’s all over now, baby blue di Bob Dylan e Be my husband di Nina Simone. I brani usciranno insieme in un sette pollici il 2 ottobre.


P.S. Playlist aggiornata, manca Mumia perché non c’è su Spotify. Buona estate!