Il nuovo disco di Rosalía, l’acclamatissimo Lux, si apre con un pianoforte classicheggiante, prima che la voce intensa della cantante spagnola si prenda la scena declamando uno temi centrali dell’album: la dualità tra il terreno (“sesso, violenza e pneumatici”) e il divino (“Dio, colombe e santi”). È come se il primo brano – intitolato appunto Sexo, violencia y llantas – fosse l’ouverture di un’opera. Il pezzo è sostenuto da una grande sezione d’archi, presente del resto in quasi tutti i quindici brani dell’edizione digitale di Lux (quella fisica ne ha 18), e dà un tono di ostentata drammaticità.
Lux, pubblicato il 7 novembre, è diviso in quattro movimenti, con testi in quattordici lingue: catalano, spagnolo, arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino. I testi di ogni lingua corrispondono alla vita di diverse sante, che nella visione di Rosalía diventano figure di rottura, di resistenza a loro modo femminista. Come ha spiegato la cantante una parte significativa della creazione dell’album, che ha richiesto circa tre anni di lavoro, è stata dedicata all’apprendimento del canto nelle varie lingue.
In latino Lux significa luce, ma allude anche alla lussuria. Con questo titolo – e una copertina in cui appare vestita completamente di bianco con un velo sui capelli neri che ricorda quello delle suore – l’artista catalana sembra essersi lasciata alle spalle la provocazione e la spensieratezza del precedente Motomami, un lavoro che decostruiva il reggaeton e altri generi della musica caraibica integrandoli nel flamenco, il genere dal quale è partita la parabola pop di Rosalía.
Questo contrasto segna l’inizio di una nuova fase creativa: più spirituale, introspettiva e ambiziosa. Rosalía, lo si era capito fin dall’inizio, non si accontenta di quello che sa fare (canta benissimo, balla bene e sa comporre brani pop originali e orecchiabili). Il salto da El mal querer, un disco moderno ma molto legato alle sue radici spagnole, all’estetica volutamente kitsch di Motomami per molti era stato disorientante, eppure era riuscito alla perfezione, trasformandola in una star della musica pop globale. E così Rosalía, invece di ripetersi, ha deciso di alzare ancora l’asticella puntando su uno stile completamente nuovo che tira in ballo la musica classica e l’opera.
Per farlo, ha radunato un gruppo di collaboratori degno di un colossal: Lux è stato registrato con la London symphony orchestra, sotto la direzione del compositore islandese Daníel Bjarnason, e vede la partecipazione di Björk, Carminho, Yves Tumor, Estrella Morente, Silvia Pérez Cruz e Yahritza Y Su Esencia, e del coro di voci bianche dell’Escolania de Montserrat e il Cor Cambra Palau de la Música Catalana, che rafforzano il carattere liturgico del progetto. Rosalía è la produttrice esecutiva, riaffermando il suo ruolo di artefice completa del progetto.
Fin dall’inizio Lux inonda l’ascoltatore di suggestioni e contenuti con magniloquenza. L’apertura di Sexo, violencia y llantas approda nel falsetto di Reliquia, un pezzo che si distingue per un uso misurato e intelligente degli archi. L’iconografia religiosa resta centrale anche in Divinize, che mescola spagnolo e inglese ed è il pezzo con il ritornello migliore, al quale segue Porcelana, dove si sente di più la continuità con Motomami. Da qui in poi, però, il disco comincia a perdere qualche colpo e a mostrare il suo principale difetto: Lux è un’opera di ottima fattura, ma è vittima della sua ambizione. Lo dimostra Mio Cristo piange diamanti, un pezzo cantato in un italiano stentato che gira a vuoto senza mai trovare la giusta quadratura.
Un discorso che si può fare anche per il singolo Berghain, più un jingle pubblicitario ben realizzato che un brano di pop d’avanguardia, parzialmente salvato solo dalla voce di Björk, la vera stella polare della svolta sonora di Lux. Ma Björk, appunto, è Björk, e non ha bisogno di rincorrere troppo la stranezza, perché se la porta dietro da sempre. Del tutto inutile invece l’intervento finale di Yves Tumor (“Ti scoperò finché non mi amerai”, recita su un tappeto di tamburi e archi), uno dei grandi abbagli della musica alternativa degli ultimi anni.
Con Berghain si apre la seconda parte di Lux, quella dove Rosalía torna verso le sue radici spagnole (Mundo nuevo) e si affaccia sull’America Latina (La perla, La rumba del perdón). Anche in questa sezione non mancano ottimi momenti, come la breve De madrugá o La yugular, il pezzo migliore del disco, nel quale la cantante regala un crescendo vocale intensissimo, prima di lasciare la parola a un campionamento di Patti Smith. Ma quando arrivano i brani finali, come Memória (dove si passa al portoghese) e Magnolias (nel quale la cantante immagina il suo funerale), si ha di nuovo l’impressione di trovarci di fronte a un pastiche eccessivo.
Insomma, Lux non è certo da buttare, ma faccio fatica a condividere l’entusiasmo unanime della critica internazionale, che l’ha accolto come un capolavoro. C’è un disco uscito qualche mese fa che me l’ha ricordato. Si tratta di La belleza dell’artista colombiana Lido Pimienta. La belleza è nato dal dialogo tra la musica classica europea e la vita personale della cantante. Usando strumenti come il software Ableton e il controller midi, e collaborando con il produttore Owen Pallett, Pimienta è partita dalla colonna sonora di Luboš Fišer per il film surrealista Fantasie di una tredicenne per scrivere canzoni che mescolano influenze come i canti gregoriani e i castrati del cinquecento al suo tipico stile. Un’operazione ad alto rischio, anche quella, ma che a differenza di Lux sembra molto più a fuoco. Rosalía è brava, intelligente e colta, ma stavolta forse ha deciso di alzare troppo l’asticella.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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