Alessandro Leogrande, Il naufragio
Feltrinelli, 218 pagine 15 euro
In Italia siamo abituati alle stragi impunite. Abbiamo assistito così tante volte agli scaricabarile tra i responsabili, all’occultamento delle prove, al rovesciamento delle sentenze da un grado all’altro di giudizio che talvolta confondiamo un episodio con un altro e, peggio, non riflettiamo più sul perché tante persone sono morte. È come se il legittimo sdegno per l’ingiustizia con cui dopo sono trattati i parenti delle vittime avesse l’effetto paradossale di distrarci dal capire cosa allora le abbia uccise.
Il caso della Kater i Rades, la barchetta albanese con a bordo più di cento immigrati che quindici anni fa affondò nel canale di Otranto dopo l’impatto con una nave militare italiana, non è diverso: registrazioni improvvisamente silenziose, vittime che decidono di rinunciare al processo accettando un’offerta, omertà di interi settori dello stato. Alessandro Leogrande lo spiega bene sulla base della lettura delle carte processuali e di contatti diretti con le persone coinvolte: sopravvissuti, parenti, militari e giudici. Meglio ancora però fa capire il contesto storico in cui quel fatto maturò, quel passaggio epocale per cui a un certo punto in Italia (e non solo) il problema “immigrazione” apparve così grave che qualcuno, per mostrare che lo aveva a cuore, decise di correre il rischio che più di settanta persone, perlopiù donne e bambini, finissero annegate.
Internazionale, numero 940, 16 marzo 2012
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