Salvatore Riina nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, a Roma, nel 1994. (Antonio Scattolon, A3/Contrasto)

Guida ragionata alla lettura di Riina, family life

Salvatore Riina nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, a Roma, nel 1994. (Antonio Scattolon, A3/Contrasto)
05 maggio 2016 11:50

La parola mafia nell’autobiografia di Giuseppe Salvatore Riina ricorre nove volte in 226 pagine. Per otto quasi di sfuggita, nell’ultima così: “Quello che sono diventato lo devo ai miei genitori che non mi hanno fatto mancare nulla e questa è la risposta che darò a chiunque mi domandi della mafia vista in televisione”. Non è l’unico vuoto di memoria del figlio di Totò Riina, arrestato nel 1993 dopo più di vent’anni di latitanza. Giuseppe Salvatore Riina ha 39 anni e una condanna per associazione mafiosa a otto anni e dieci mesi già scontata. Riina, family life è pieno di omissioni, silenzi, vuoti. Ho provato a colmarli con una serie di note a margine, per chi volesse proprio leggerlo, e con una bibliografia minima, per chi volesse davvero leggere qualcosa di utile sulla mafia.

Chi è Totò Riina

L’infanzia, la giovinezza e la latitanza di Totò Riina occupano la prima parte del libro. Un romanzo di formazione in cui il padre entra in scena come un ragazzo povero che lotta contro la fame e l’ingiustizia. Le cose stanno diversamente.

Giuseppe Salvatore Riina è nato il 3 maggio 1977. Il padre fa parte della mafia da più di vent’anni, sotto l’ala protettiva di Luciano Liggio, con il quale elimina gli uomini di Michele Navarra, capo di Liggio. Nato nel 1930,Totò Riina nel 1949 è condannato a 12 anni per l’omicidio di un coetaneo e finisce nel carcere palermitano dell’Ucciardone, dal quale è scarcerato nel 1956. È arrestato di nuovo nel 1963 a Corleone, in risposta alla strage di Ciaculli, accusato di cinque omicidi “consumati dal settembre del 1958 al luglio del 1962 in concorso con Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri ignoti”. Lo assolvono a Bari per insufficienza di prove, nel 1969. È lo stesso anno in cui comincia la sua latitanza, e in cui insieme a Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella uccide il boss Michele Cavataio e tre dipendenti dell’impresa di Girolamo Moncada in viale Lazio, a Palermo.

Nel 1971 uccide il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, primo attacco dichiarato allo stato. Nel 1974 sposa Ninetta Bagarella “in una cappellina discreta”, con un matrimonio celebrato da “un sacerdote amico di famiglia”. Il prete è don Agostino Coppola, uomo d’onore e nipote di Frank Tredita, condannato a tredici anni di carcere, sospeso a divinis dalla chiesa.

Le condanne di Totò Riina

Nel racconto di Giuseppe Salvatore Riina i riferimenti alle condanne del padre sono sbrigativi, e il più delle volte Totò Riina è visto come un parafulmine per tutti i delitti italiani. Le condanne passate in giudicato ripercorrono quarant’anni di storia criminale italiana. Totò Riina le sta scontando in carcere, al regime del 41 bis, ovvero il carcere duro riservato a mafiosi, terroristi, eversori.

Questo è l’elenco, gli anni sono quelli delle sentenze.

  • Ergastolo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, 1992.
  • Ergastolo per l’omicidio del boss Vincenzo Puccio, 1993.
  • Ergastolo per l’omicidio dei pentiti Salvatore Anselmo, Mario Coniglio, Leonardo Vitale e Pietro Busetta, cognato di Tommaso Buscetta, 1994.
  • Ergastolo per l’omicidio del colonnello Giuseppe Russo.
  • Ergastolo per l’omicidio dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, 1995.
  • Ergastolo per gli omicidi dei politici Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, 1995.
  • Ergastolo per l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano e del medico Paolo Giaccone, 1996.
  • Ergastolo per la strage di via Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta, 1997.
  • Ergastolo per l’omicidio del giudice Cesare Terranova, 1997.
  • Ergastolo per l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, 1998.
  • Ergastolo per la strage di via d’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, 1999.
  • Ergastolo per le autobombe a Firenze, Milano e Roma, 2000.
  • Trent’anni per l’omicidio del giornalista Mario Francese, 2001
  • Ergastolo per l’omicidio del giudice Alberto Giacomelli, 2002.
  • Ergastolo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici, 2002.
  • Ergastolo per la strage di Pizzolungo, 2002.
  • Ergastolo per la strage di viale Lazio, 2009.
  • Ergastolo per gli omicidi di Giovanni Mungiovino, Giuseppe Cammarata e Salvatore Saitta, 2010.
  • Ergastolo per l’omicidio di Alfio Trovato, 2012.

I parenti di Ninetta Bagarella

Per Salvo Riina tornare a Corleone dopo l’arresto del padre nel 1993 ha voluto dire incontrare per la prima volta la famiglia della madre, descritta come amorevole e protettiva. Mai come una famiglia piena di mafiosi.

Il nonno Salvatore Bagattella fu mandato al confino dal 1963 al 1968 per mafia. Il figlio Calogero fu ucciso durante la strage di viale Lazio, mentre Leoluca è stato condannato a sette ergastoli, alcuni dei quali per la strage di Capaci, per l’omicidio del capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, e per quello di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, strangolato e sciolto nell’acido.

Giovanni Francesco Riina

È il secondogenito di Totò Riina ed è stato arrestato l’11 giugno del 1996. È stato condannato all’ergastolo con l’accusa di quattro omicidi, risalenti al 1995. Di tre è ritenuto mandante, di uno esecutore.

Come molti, grazie alla riduzione prevista dalla legge Carotti per chi nel 2001 aveva chiesto il rito abbreviato, ha fatto appello per poter commutare l’ergastolo in 30 anni. Salvo Riina scrive che nel caso del fratello è stata fatta un’eccezione e gli è stato negato un diritto. Ma la commutazione non è avvenuta perché Giovanni aveva ritirato la richiesta del rito abbreviato quando la legge Carotti è stata abrogata dopo molte polemiche.

I collaboratori di giustizia

I pentiti sono la bestia nera della mafia, e lo sono anche per Salvo Riina. “Pentirsi di quello che siamo, solo per salvarci dalla galera, non è segno di onore, ma di codardia, soprattutto se per farlo si devono accusare altre persone”, si legge nel suo libro. E ancora: “In che momento un uomo detestabile diventa improvvisamente la persona più rispettabile e sincera del mondo?”.

Nell’intervista a Bruno Vespa ha detto che il fenomeno di gente che si pente e non fa un giorno di galera esiste solo in Italia. Frase falsa per due motivi. I collaboratori di giustizia sono stati importanti anche in altri paesi per contrastare criminali e terroristi, come ricorda il caso di Joe Valachi negli Stati Uniti; o quello dei pentiti del gruppo terroristico tedesco Raf. I collaboratori di giustizia ottengono sconti di pena, ma non la libertà: Giovanni Brusca, per esempio, è ancora in carcere.

Bibliografia minima

Storia della mafia di Salvatore Lupo
È uno dei libri più lucidi mai scritti su cosa nostra. Analisi storica e commento si alternano in pagine che ricostruiscono il percorso criminale, politico e imprenditoriale della mafia siciliana, dalle origini ai nostri giorni. Una frase: “Molti pensarono che la mafia sarebbe scomparsa quando nei paesi del desolato entroterra siciliano si fosse sentito il fischio della locomotiva, non immaginando che se ne sarebbe ancora parlato dopo il fischio della locomotiva, il boom del jet, il bip del computer”.

Fine pena: ora di Elvio Fassone
Non solo uno dei più bei libri sulla mafia, è anche uno dei più bei libri che io abbia mai letto. Racconta la storia vera di una corrispondenza lunga decenni tra un mafioso ergastolano di Catania ed Elvio Fassone, il giudice che lo ha condannato. Una frase: “In un momento di sconforto più accentuato, Salvatore aveva tentato il suicidio: l’altra settimana – scrive – ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato. E nella riga sotto: mi scusi. Due parole dimesse, le parole di chi si è avvezzato a pensare che, qualunque cosa faccia, è sempre in torto”.

I ragazzi di Regalpetra di Gaetano Savatteri
Regalpetra è Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. È anche quello di Gaetano Savatteri, che racconta i suoi anni ottanta e quelli di altri ragazzi del paese, poi diventati killer mafiosi. Si chiede come sia potuto succedere che persone cresciute insieme finiscano per uccidersi e dare vita a una guerra che ha fatto decine di vittime in provincia di Agrigento. Una frase: “Dei comportamenti di qualcuno, si dice: figlio di gatto è? Piglierà sorci. Nessuno è veramente libero dai propri padri nonni trisavoli”.

Peppino Impastato, un giullare contro la mafia di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso
La storia dei figli dei mafiosi ha delle eccezioni, e Peppino Impastato è una di queste. Marco Rizzo scrive la storia di un figlio che si ribella al retaggio mafioso del padre e al boss Gaetano Badalamenti, Lelio Bonaccorso la disegna. Una frase: “Che il cielo sia costantemente azzurro, che il sole splenda sempre allegramente, che tutto quanto sia sempre sereno, ruscelli prato verde e arcobaleno, facciamo finta che tutto va bien!”.

Nota. Un articolo per capire cosa ha spinto Salvo Riina a scrivere la sua autobiografia.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

In Polonia la destra resta al potere ma ora l’opposizione è più compatta 
Katarzyna Brejwo
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.