Ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi della marginalità e della criminalità da essere illeggibile per i connazionali. Accade così che Mimmo Lucano, sindaco di Riace e protagonista di una delle più riuscite esperienze di accoglienza dei migranti dell’ultimo ventennio, si ritrovi, unico italiano, nella lista dei cinquanta personaggi più influenti del mondo stilata dalla rivista americana Fortune. Com’era accaduto già qualche anno fa che fosse il tedesco Wim Wenders a dire che la vera rivoluzione di fine secolo lui non l’aveva vista nel crollo del muro nella sua Berlino ma in quel piccolo paese della Locride dove aveva girato il suo poeticissimo corto intitolato Il volo. Com’è accaduto più di recente che sia stato il newyorchese Jonas Carpignano, “regista-rivelazione” dell’anno secondo la giuria dei Gotham awards, a cogliere nel suo Mediterranea tutti i cambiamenti innescati dall’immigrazione africana nella piana calabrese di Rosarno.

Al riconoscimento tributato a Lucano da Fortune i mezzi d’informazione italiani di destra hanno reagito con gran dispetto, attribuendolo a un vezzo politically correct della rivista statunitense. Altri invece hanno dato a Lucano la ribalta della prima pagina o di un invito in tv. Ma tutta insieme l’informazione italiana dovrebbe interrogarsi sul perché un laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni, o è arrivato agli onori della cronaca con grande ritardo, sporadicamente e come se si trattasse di una curiosa bizzarria piuttosto che di un esperimento amministrativo da seguire nel tempo e da portare a esempio di come la famigerata accoglienza sia possibile e praticabile con vantaggio per la comunità ospitante e senza innescare guerre tra poveri né isterie xenofobe né speculazioni truffaldine. Ma si sa che le guerre tra poveri, le isterie xenofobe e le speculazioni delle cooperative rosse fanno audience, mentre i casi di buona politica dell’immigrazione ne fanno molta meno; e se poi vengono dalla Locride, come conciliarli con la narrativa criminale in cui la Locride è confinata?

All’esperimento di Riace va restituito, intanto, il contesto d’origine, perché nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace, di nuovo a Soverato a centinaia – più di 800 su una grande nave che pareva presa da un negozio di giocattoli vintage e si chiamava Ararat, due giorni dopo Natale. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi; ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché l’agognata Western Europe, per loro, era quella, il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza, coordinata dal comune di Soverato, all’epoca governato da una coalizione di giovani ed entusiasti ulivisti antelitteram guidati da Gianni Calabretta, un sindaco che fu precursore di tutto: si allestirono scuole e ospedali, ci si impadronì dei meandri burocratici attraverso i quali, allora come ancora oggi, passano i permessi di soggiorno e le richieste d’asilo. Si aprirono le prime case a Badolato, che all’epoca era un borgo medievale abbandonato tanto che al sindaco era venuto in mente di metterlo provocatoriamente in vendita, e che da allora, grazie anche alla curiosità suscitata dalla prima comunità curda che vi si stabilì, è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.

Tuttavia non fu solo questione di buone amministrazioni. A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu piuttosto un sentimento diffuso e tangibile, l’opposto di quelli che si respirano oggi nell’Italia dei Salvini e nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia, questo volevano dire quelle navi che arrivavano da non si sa dove.

L’esperimento di Riace nasce l’anno dopo in questa scia, e la consolida con l’idea tanto visionaria quanto tenace di Mimmo Lucano che quella restituzione poteva diventare, per Riace, un principio non solo di ripopolamento e di rinascita, ma di riorganizzazione economica. Sembrava, all’inizio, la follia fantasiosa e fragile di un sindaco arrivato alla politica attraverso i movimenti degli anni settanta e perciò stesso sospetto di utopismo e inconcludenza: nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi di Caulonia e di Stignano e la diocesi di Locri. L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto, dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti – all’inizio i migranti la facevano con gli asini, per inerpicarsi nei vicoli del borgo –, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe adagiato sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano: primo, i migranti non sono una maledizione ma una risorsa; secondo, alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina; terzo, i 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante – un costo comunque dimezzato rispetto a quello che comporterebbe la sua permanenza in un centro d’accoglienza – non va usato in modo assistenziale e parassitario, ma va investito per creare un posto di lavoro.

A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina; sono donne, uomini, bambini, hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’“invasione” dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare: storie tutte uguali – la fuga da una situazione invivibile, l’attraversamento del deserto libico o della Turchia, il viaggio rischioso per mare pagato a caro prezzo, qualche volta la triste sosta in un centro d’accoglienza italiano – e ciascuna diversa – la guerra in Sudan, la fuga da Kabul e dall’arruolamento forzato con i taliban, la disumanizzazione nei territori occupati palestinesi. Nel corso del tempo i bambini sono diventati adulti, e faceva un gran bell’effetto, l’estate scorsa, vederli assistere e intervenire alla presentazione di un libro del collettivo di scrittura Lou Palanca, che s’intitola Ti ho vista che ridevi e racconta la storia di un’altra emigrazione: quella di una ragazza “permale” di Riace, militante nel movimento di occupazione delle terre degli anni cinquanta del secolo scorso e perciò spedita a ingrossare le file delle “langherotte”, le giovani del sud date in sposa ai contadini delle Langhe abbandonati dalle loro donne che andavano a lavorare in fabbrica a Torino. Il libro si chiude con il movimento inverso di un’altra ragazza che negli anni novanta arriva a Riace dall’Africa con il primo sbarco delle migrazioni globali di fine novecento: un’altra restituzione. I cicli della migrazione e della modernizzazione, in fondo, assomigliano alle onde del mare: sempre uguali e sempre diversi.

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