05 maggio 2015 16:16

1. Miss Fritty, Pastafari
Non poteva che essere italiana la massima sacerdotessa del pastafarianesimo, religione adatta a chi la butta sempre sul cibo, con un unico comandamento: “pasta farai”. Orecchiette forse, per la signora Fritty da Bari vecchia, a metà strada tra Antonio Cassano e i Massive Attack, imparentata con quel Mad Professor che ha remixato i grandi del dance­hall reggae e che cura anche le sonorità della sua potenziale nuora. Una maggiorata del dub che ruggisce ragga, ha sound verace e genuino savoir faire ai fornelli. Una ghiottoneria per l’estate. Respect.

2. Zesta & Warez, Pietre nel petto
Su basi e beat del producer ferrarese Zesta, il rapper milanese Warez affetta sashimi di rima. E sul sito di Poporoya, ristorante nipponico in Milano, appare, come un menu in download gratuito, l’intero album Kaiseki (filone dell’alta cucina giapponese, il cui nome deriva da un’antica tradizione dei monaci zen di bloccare la fame fasciandosi intorno al torace pietre riscaldate). Forse il rapper (che comunque non parla di tonni e avocado) paga in parole e ritmi come in certe osterie gli artisti si sdebitavano lasciando croste che talvolta risultavano preziose.

3. Andrea Maestrelli, Siddhartha
“Voglio andare in India con la mia bicicletta. A fare il mangiafuoco e vivere con poco. Fare yoga mangiar sano diventar vegetariano”. Va bene, non sa pronunciare il nome Hermann Hesse però per chi è cresciuto sotto il fuoco di fila di vari Adelphi di Siddhartha donati da fanciulle, è liberatoria questa ballata lieve (dall’album È arrivato Remo, cantautorato leggero, molto italiano) che infila luoghi comuni come un gioco di perline di vetro. I nostri vegetariani li vorremmo così, aspirazionali, dal basso verso l’alto, non prescrittivi e imperiosi come molti.

Questo articolo è stato pubblicato il 30 aprile 2015 a pagina 86 di Internazionale, con il titolo “Eataliani nel mondo”. Compra questo numero | Abbonati