Un salto nell’ignoto per l’Iran
La storia dirà se per il popolo iraniano la morte della guida suprema della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il primo giorno dei bombardamenti israeliani e statunitensi, segna l’inizio di una liberazione o di una discesa agli inferi ancora più profonda.
È troppo presto per dirlo di fronte a eventi che spingono la storia dell’Iran, del Medio Oriente e forse perfino del mondo intero in un’altra epoca, senza che si possa davvero sapere cosa succederà.
Ali Khamenei, 86 anni, era la chiave di volta del potere teocratico da quasi 37 anni, successore di Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica. Sarà solo una piccola minoranza di iraniani a piangere quest’uomo che ha incarnato il regime, all’indomani della peggiore repressione dalla rivoluzione islamica del 1979, con decine migliaia di persone uccise solo perché chiedevano libertà. Ma la fine di un uomo, soprattutto in questo contesto, non dà garanzie sul futuro. È davvero un salto nell’ignoto per i quasi novanta milioni di iraniani.
Il regime iraniano si risveglia con una doppia crudele constatazione. La prima è che è stato incapace, come lo scorso giugno durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni condotta da Israele, a cui si sono infine uniti gli Stati Uniti, di proteggere i suoi principali leader. La supremazia militare dei suoi nemici è incontestabile. Per quanto riguarda Israele è stato evidente negli ultimi due anni, dal massacro del 7 ottobre alle guerre a Gaza e contro Hezbollah.
La seconda constatazione è che, per la prima volta, il cambio di regime, evocato molte volte, oggi è realtà. Il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono assunti la responsabilità, e il rischio, senza la minima legalità internazionale, di colpire molto duramente il vertice del regime iraniano per rovesciarlo. Anche se, come ammetteva a gennaio il segretario di stato statunitense Marco Rubio, “nessuno sa chi può venire dopo Khamenei”. È questo il salto nell’ignoto.
Il New York Times ha scritto che i dirigenti iraniani avevano stabilito come garantire la continuità del regime in caso fosse stata uccisa la guida suprema. Il potere sarebbe passato nelle mani di un uomo più giovane, Ali Larijani, 67 anni, presidente del consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran, un veterano della rivoluzione islamica, la cui unica missione a questo punto sarebbe assicurare la sopravvivenza del regime. Ma nulla dice che questo scenario sia ancora possibile.
I raid di Israele e Stati Uniti continueranno: Trump e soprattutto Netanyahu vogliono impedire ai sopravvissuti della leadership iraniana di riorganizzarsi e ricreare una parvenza di potere coerente.
Le incognite sono diverse: un regime di questo tipo può avere inizio nel frastuono delle bombe? E, se sì, sceglierà di negoziare nel suo stato di debolezza o di resistere di fronte a nemici potenti? La popolazione risponderà agli appelli a scendere in piazza?
La storia mostra che non si cambia un regime solo con i raid aerei. Israele e Stati Uniti hanno decapitato quello iraniano, ma hanno poca influenza su quello che succederà. Nella gioia di veder cadere un tiranno, gli iraniani possono chiedersi se il loro paese potrà davvero scrivere una pagina di storia libera o se, come hanno mostrato i precedenti cambi di regime imposti dall’esterno negli ultimi due decenni, prevarrà un lungo periodo di caos, con un costo considerevole per gli iraniani. La storia si sta letteralmente scrivendo sotto i nostri occhi.
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