Il forum economico di San Pietroburgo è la risposta russa a quello di Davos, in Svizzera. Si tratta di una creazione di Vladimir Putin, un palcoscenico dove in passato il presidente russo invitava i vertici della politica e dell’economia occidentale. Ma il 3 giugno, in occasione dell’apertura del forum, l’Ucraina ha rovinato la festa: un drone si è schiantato su una raffineria della città provocando un incendio. Un’immensa colonna di fumo nero si è alzata nel cielo, simbolo dell’arrivo della guerra nel feudo di Putin, a mille chilometri dal territorio ucraino.

Volodymyr Zelenskyj ha rivendicato l’attacco, insieme ad altre operazioni contro diverse strutture industriali in Russia e nella Crimea occupata. È stato un modo per rispondere agli attacchi brutali con missili e droni lanciati il giorno prima dalle forze russe contro le città ucraine, che hanno causato 22 morti. L’Ucraina incassa colpi duri, ma è anche capace di reagire.

Le difficoltà della difesa aerea russa nel bloccare le incursioni dei droni ucraini non sono l’unica minaccia del momento, al punto che oggi è lecito sollevare un interrogativo: Putin sta perdendo la guerra?

Prima di tutto è giusto sottolineare che il semplice fatto di porsi questa domanda è il segno di un ribaltamento della situazione. Un anno fa parlavamo del possibile crollo dell’esercito ucraino a causa dell’avanzata russa, mentre al momento i russi hanno smesso di guadagnare terreno e in alcune aree sono stati addirittura costretti ad arretrare.

I motivi di preoccupazione per Mosca si moltiplicano anche sul fronte interno e riguardano l’economia, la politica, il morale della popolazione e la paranoia personale di Putin, le cui apparizioni sono accompagnate da un dispositivo di sicurezza rinforzato.

Segnali d’allarme

Il costo della guerra è prima di tutto umano: cinquecentomila morti russi in quattro anni sono un numero enorme se consideriamo la sproporzione tra i mezzi dei due paesi all’inizio del conflitto. Tutto questo senza riuscire nemmeno a controllare l’intero Donbass. Un articolo pubblicato da una rivista vicina al governo di Mosca ha sottolineato per la prima volta che l’obiettivo di un cambio di regime a Kiev è ormai “irraggiungibile” e che una pace negoziata sarebbe nell’interesse della Russia.

Putin, però, non sembra disposto a invertire la rotta. Al contrario, pare che sia talmente ossessionato dalle operazioni militari da trascurare altri argomenti. Ma i segnali d’allarme si moltiplicano: il costo astronomico della guerra non è stato compensato dall’aumento del prezzo del petrolio, mentre la popolarità del presidente è in calo e il malumore emerge nonostante le restrizioni su internet.

Il sistema russo è abbastanza solido da evitare una crisi, almeno fino a quando l’apparato statale, militare e di sicurezza si terrà alla larga dalle crepe e dalle divisioni. Ma la domanda si pone: per quanto tempo la Russia è disposta a sacrificare i suoi giovani e la sua economia nel nome di una guerra che si sta rivelando impossibile da vincere sul piano militare e difficile da interrompere senza accettare una sconfitta?

Davvero una potenza nucleare può perdere una guerra? Forse non militarmente, ma ricordiamo che nel 1988 Michail Gorbačëv aveva ritirato le truppe sovietiche dall’Afganistan perché aveva capito che il conflitto era diventato un cancro per la società. Putin è alle prese con lo stesso dilemma, ma non è detto che abbia la lucidità necessaria per trarre le stesse conclusioni.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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