12 dicembre 2013 09:00

Nel New York Times (28 novembre) una giornalista indiana, Gayatri Rangachari Shah, si chiede con molta cautela se c’è qualcosa che non funziona nei ranking internazionali delle università. In effetti il caso dell’India pare significativo. Un miliardo e duecento milioni di abitanti; 35 per cento di analfabeti dichiarati (ma stime parlano di molto oltre il 50 per cento); due terzi di popolazione dispersa in aree rurali; tre telefoni ogni cento abitanti; un medico ogni duemila; indice di sviluppo umano 0,54 (Cina 0,65); indice di diversità linguistica 0,93 (nono al mondo); 415 idiomi, di cui 22 con lo status di lingue ufficiali degli stati, due (hindi e inglese) di lingue della confederazione, una (il sanscrito), lingua della nazione.

Su questo sfondo complicato per dimensioni, varietà e arretratezze le università lavorano per dare al paese anzitutto gli insegnanti, medici, ingegneri di cui c’è bisogno. Danno anche ricercatori di nota eccellenza internazionale, che il paese perde perché in generale emigrano verso paghe e strutture migliori altrove e altrove vincono il Nobel. Ma i ranking delle università (Shanghai, Times Higher Education) ignorano questo enorme lavoro e le università indiane mancano tra le prime cinquecento. Il presidente dell’India, Pranab Mukherjee, e il governo se ne preoccupano, e nei mesi scorsi hanno promesso un maggiore impegno dello stato. Bene, ma i criteri dei ranking sono da rivedere se vogliamo capire quanto, come, dove cresce il sapere umano.