In Kazakistan è stata approvata tramite referendum una nuova costituzione che secondo il presidente Qasym-Jomart Toqaev servirà a democratizzare il paese, ma che sembrerebbe in realtà rafforzare ulteriormente i suoi poteri.

Il 16 marzo la Commissione elettorale ha annunciato la vittoria del sì con l’87,15 per cento dei voti nel referendum che si era svolto il giorno prima in Kazakistan, un paese alleato della Russia e della Cina ma partner economico dell’Unione europea.

Dalla morte nel gennaio 2022 di 238 persone durante un’ondata di proteste contro l’alto costo della vita, Toqaev sosteneva di voler costruire “un Kazakistan più giusto”, liberalizzando il sistema politico.

Eletto nel 2019 dopo le dimissioni a sorpresa di Nursultan Nazarbaev, al potere da trent’anni, Tokaev ha affermato che grazie alla nuova costituzione “il Kazakistan abbandonerà il suo regime super-presidenziale per orientarisi verso un sistema presidenziale con un parlamento più influente”.

Varie modifiche costituzionali sembrano però indicare il contrario: il presidente potrà effettuare direttamente nomine a cariche strategiche – per esempio alla banca centrale, ai servizi segreti e alla corte costituzionale – che in precedenza erano soggette all’approvazione del senato, che è stato abolito.

Se il nuovo parlamento monocamerale rifiuterà per due volte di approvare le nomine ad altre cariche, il presidente potrà scioglierlo e promulgare temporaneamente atti con forza di legge.

La libertà d’espressione, già sottoposta a forti limitazioni, “non potrà minare la moralità della società o violare l’ordine pubblico”. Sarà quindi ancora più facile vietare le manifestazioni antigovernative.

Secondo l’ong per i diritti umani Human rights watch, la nuova costituzione “comporta restrizioni eccessive e ingiustificate alla libertà d’espressione, di associazione e di riunione pacifica”.

Una delle principali novità è la creazione della carica di vicepresidente. Secondo alcuni analisti politici kazachi, il prossimo vicepresidente potrebbe essere percepito come il successore di Toqaev, 72 anni, che si è impegnato a non ricandidarsi nel 2029.

Come in altre ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale in cui le elezioni e i referendum servono solo ad avallare le decisioni dei leader, la vittoria del sì, al termine di una campagna a senso unico, era del tutto scontata.