Il presidente cinese Xi Jinping ha invitato nel paese Cheng Li-wun, leader del principale partito d’opposizione di Taiwan, una proposta che lei ha accettato “con piacere”, ma che potrebbe pagare dal punto di vista politico.

Cheng, leader del Kuomintang, “spera che le parti possano unire gli sforzi per promuovere relazioni pacifiche e una maggiore cooperazione tra le due sponde dello stretto”, si legge in un comunicato del partito emesso il 30 marzo a conferma di una notizia pubblicata dall’agenzia cinese Xinhua.

L’agenzia statale cinese ha riferito che “la delegazione visiterà la Cina continentale dal 7 al 12 aprile”, senza chiarire se Cheng avrà un incontro diretto con Xi. Neanche il Kuomintang ha fornito dettagli.

Tradizionalmente il Kuomintang è favorevole a relazioni più strette con la Cina, che considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e ha più volte minacciato di riprendere l’isola con la forza.

Ma alcuni esponenti del partito temono che la visita di Cheng in Cina possa avere conseguenze negative sulle elezioni amministrative previste a Taiwan a novembre.

Nei giorni scorsi il Partito progressista democratico (Dpp) del presidente taiwanese Lai Ching-te aveva accusato Cheng di fare gli interessi di Pechino dopo che si era opposta a un progetto del governo di aumento della spesa militare.

Il governo di Lai ha proposto uno stanziamento da 1.250 miliardi di nuovi dollari taiwanesi (circa 34 miliardi di euro) per acquisti considerati cruciali nel settore della difesa, anche dagli Stati Uniti.

Il Kuomintang vorrebbe invece limitare la spesa a 380 miliardi di nuovi dollari taiwanesi.

“L’adozione di questo provvedimento è molto importante per me e per i miei colleghi a Washington”, ha sottolineato il 30 marzo il senatore repubblicano John Curtis, in visita a Taipei.

La settimana scorsa Cheng aveva però affermato che un aumento della spesa militare “non basta a garantire la pace con la Cina”.

“Serve anche il dialogo”, aveva aggiunto.

Anche se Taiwan si definisce uno stato sovrano, non ha mai proclamato formalmente la sua indipendenza, che la Cina considera una linea rossa.