Segreti di famiglia
Di Francis Ford Coppola. Con Vincent Gallo. Stati Uniti/Italia/Spagna/Argentina 2009, 127′
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Il grande investimento emotivo di Francis Ford Coppola nel film è il suo punto di forza e al tempo stesso il suo difetto principale. Il regista ha chiaramente a cuore il destino del protagonista Tetro (Vincent Gallo), uno scrittore che vive a Buenos Aires. Tetro era il beniamino di un grande critico locale, che poi però lo ha trasformato nel suo bersaglio preferito. La sua fidanzata lo descrive come un genio inconcludente, che ha imboccato una strada fatta di libertà ma anche di insoddisfazione in uno stile di vita bohémien. L’arrivo in città del fratello Benny (Alden Ehrenreich) spinge Tetro a confrontarsi con i fantasmi del suo passato. Il riemergere dei cupi segreti che hanno spinto lo scrittore a fuggire, viaggiando in lungo e in largo, è accompagnato da una svolta artistica, un ritorno trionfale, una guarigione emotiva e una riconciliazione familiare. Il Coppola regista è sopraffatto dal Coppola scrittore. E così manca la distanza necessaria tra il film e la vita del regista: la storia va avanti per riferimenti e allusioni. E il risultato è faticoso, eccessivamente ermetico e paradossalmente impersonale.-Richard Brody, The New Yorker
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New moon
Di Chris Weitz. Con Kristen Stewart, Robert Pattinson. Stati Uniti 2009, 130′
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In questo secondo capitolo della saga di Twilight, Bella è molto triste per l’allontanamento improvviso del suo amore, il vampiro Edward. Ma trova conforto in un irresistibile lupo mannaro. Piano piano i due cominciano a sentire qualcosa l’uno per l’altra, e Bella si trova coinvolta nel mondo dei lupi mannari, nemici giurati dei vampiri. Il suo amore per Edward è messo a dura prova. La prima puntata della saga ha portato al cinema gli adolescenti di tutto il mondo. Il secondo episodio conserva il tono sdolcinato del primo: all’assenza di ritmo rispondono una cinepresa che ruota vorticosamente senza tregua e una serie di dialoghi all’acqua di rose. Ma attenzione, il bel Robert Pattinson compare a torso nudo.-Stéphanie Belpêche, Le Journal du Dimanche
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Planet 51
Di Jorge Blanco, Javier Abad, Marcos Martínez. Spagna/Stati Uniti/Gran Bretagna 2009, 91′
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A volte, quando ci sono troppi cuochi in cucina, il risultato finale può risentirne. Forse tre registi (uno ufficiale più due coregisti), quattro ideatori e ben tredici produttori esecutivi sono troppi per un film. Eppure l’idea iniziale era piuttosto valida: un astronauta statunitense arriva su un pianeta ritenuto disabitato, per trovarci una civiltà aliena che somiglia a quella delle piccole città americane degli anni cinquanta, con usi e costumi molto simili, compresa la paranoia per un’imminente invasione aliena. Il film si risolve in un’infinita serie di sketch basati su riferimenti a tanti classici di fantascienza (Ultimatum alla terra, 2001, Guerre stellari, E.T., Alien e così via). Ma il problema non è tanto nell’abuso del rovesciamento del cliché, quanto nel fatto che il film si affida solo a questo. Joe Stillman e il team dell’Ilion Animation Studios di Madrid non hanno aggiunto nulla di divertente, nessuna invenzione, nessuna provocazione a un film che si limita a mostrare il tipo esatto di risposta che ci si può immaginare da un personaggio in una determinata situazione. Il 3d non fa che ingigantire i difetti del film e sembra che se ne siano accorti anche i produttori, mandandolo in sala come riempitivo, in attesa dei titoli più interessanti della stagione natalizia.-Todd McCarthy, Variety
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Valentino. L’ultimo imperatore
Di Matt Tyrnauer. Stati Uniti 2008, 96′
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Il documentario agiografico di Matt Tyrnauer è così innamorato del suo soggetto, il leggendario creatore di moda Valentino Garavani, che quasi dimentica la cosa più importante. E cioè di spiegare perché Valentino è così grande. Il film si concentra molto sullo stravagante show organizzato nel 2007 per il quarantacinquesimo anniversario del marchio, ed è riempito con materiale d’archivio su Valentino che sceglie modelli e tessuti. Ma solo piccole cose contibuiscono a dare una visione d’insieme o a definire il contesto. Lo sfortunato spettatore che ha poca familiarità con il mondo della moda, forse potrà farsi un’idea vaga e superficiale della carriera di Valentino e del suo trasformarsi in un’icona. Uno dei meriti del film di Tyrnauer è aver trovato un punto di vista interessante, cioè quello di Giancarlo Giammetti, amante e socio di Valentino, vissuto per quarant’anni all’ombra del famosissimo partner. Ma anche qui ci si ferma in superficie. Appena sembra che Valentino e Giancarlo stiano per affrontare una discussione rivelatrice, la cinepresa si allontana. Insomma il film si mette in ghingeri per non andare da nessuna parte.-Josh Bell, Las Vegas Weekly
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Il viaggio di Jeanne
Di Anna Novion. Con Jean-Pierre Darroussin, Anaïs Demoustier. Francia/Svezia 2008, 84′
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In Albert, sognatore insolito, splendidamente interpretato da Jean-Pierre Darroussin, si potrebbe vedere qualcosa di monsieur Hulot. Ma lasciamo da parte Jacques Tati, perché Albert è una creazione di Anna Novion. Nel suo film di debutto, al di là dei momenti da commedia, Novion racconta come le persone gestiscono la propria solitudine e, nel caso del nostro sfasato eroe, anche l’educazione di Jeanne, figlia preadolescente che lui non vuole veder diventare grande. Padre e figlia, in vacanza in Svezia, sono costretti a causa di un malinteso a dividere la casa presa in affitto con la proprietaria Anika e una sua amica francese, Christine. Un evento che stravolge i piani di Albert, per la gioia di Jeanne. Il film parla anche della capacità di lasciare aperta la porta sull’inaspettato, sull’irrazionale e sull’amore. Il miscuglio di malinconia e comicità, la qualità delle interpretazioni e il tocco lieve dell’autrice, che non cerca effetti speciali, spiegano la riuscita di questa interessante opera prima.-Jean-Luc Douin, Le Monde
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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Lee Marshall, collaboratore di Condé Nast Traveller e Screen International.
Alza la testa
Di Alessandro Angelini. Con Sergio Castellitto, Anita Kravos. Italia 2009, 86′
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Le unità drammatiche – tempo, luogo e azione – non hanno mai avuto molta fortuna nel cinema. Eppure ci sono delle occasioni in cui Aristotele può essere il miglior amico di un autore. Prendiamo Alza la testa. L’avvio è bello, tosto, coinvolgente. Sergio Castellitto è Mero, un manovale in un cantiere navale dalle parti di Fiumicino, in quel litorale romano che è sempre stato un luogo molto fertile per il cinema italiano. È un uomo con l’amaro in bocca, un padre autoritario che spera di riscattare tutti i suoi sogni infranti allenando il figlio Lorenzo, che è un pugile promettente. Il rapporto tra padre e figlio è tenero ma anche carico di tensioni. Il personaggio della madre, un’albanese che anni prima aveva abbandonato marito e figlio per poi tornare da loro, promette uno sviluppo drammatico interessante. Gli attori sono bravi. Ma poi succede un evento imprevedibile e tutto va a rotoli. Non solo la vita di Mero, ma anche il film: cambia location, lascia a metà tutti i personaggi che ha creato, ne introduce di nuovi, diventa un’altra storia, spinge sul pedale del melodramma. Ma perché tanta carne al fuoco? Per il prossimo film, Angelini potrebbe tenere a mente un antico motto: less is more.









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