stati uniti 28 maggio 2009

Dick Cheney ha paura

Dopo anni di silenzio, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti ha cominciato a dire la sua sulle accuse di tortura rivolte all’amministrazione Bush. L’intervento di Andrew Sullivan.

È stato per molto tempo l’uomo invisibile. Al riparo in una località segreta, a studiare i dettagli che hanno fatto di lui un maestro nel manipolare il vascello dello stato, veniva fuori soltanto per tenere discorsi militari o partecipare a raccolte di fondi per i conservatori.L’ex vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney amava l’ombra.

Per lui, il miglior modo di esercitare il potere era indiretto: nelle colazioni sempre confidenziali con il presidente o assistendo in silenzio a riunioni di gabinetto o militari, lasciando agli altri il compito di indovinare le sue intenzioni. In campagna elettorale si vedeva di rado, ancor più di rado forniva spiegazioni, e non chiedeva mai scusa. Quando ha dovuto mettersi a caccia di voti, nella campagna del 2004 per la rielezione, si avvertiva il suo disprezzo, degno di un Coriolano, per il demos. Non desiderava altro che uscire di scena per andarsi a chiudere negli uffici dove si prendevano le vere decisioni.

Anche la guerra, il più pubblico degli atti, per Cheney era privata, come ha detto il 16 settembre 2001: “Dobbiamo anche lavorare, però un po’ nascosti. Dobbiamo passare il tempo all’ombra, nel mondo dell’intelligence. Se vogliamo riuscire, molto di quel che avremo da fare qui andrà fatto in silenzio, senza discussioni, usando fonti e metodi disponibili alle nostre agenzie di intelligence”.

Questo, secondo Cheney, è il modo efficace di governare: fare le cose “in silenzio, senza discussioni”; per lui qualsiasi mezzo a disposizione va utilizzato per raggiungere i suoi obiettivi; e nessuno sa dove sia lui.

Adesso, non si fa in tempo ad accendere la tv che subito spunta quella faccia: più asciutta, abbronzata, ma sempre cupa. Da quando è stato eletto Barack Obama, Cheney ha partecipato ben cinque volte a qualcuno dei grandi talk show della domenica: più di quanto abbia fatto tra il 2003 alla fine del 2006. La blogosfera brulica dei suoi spezzoni audio, e sua figlia Liz passa ore a dargli manforte in tv e alla radio.

È strano, ma non solo se si pensa alla sua reticenza. Per un ex vicepresidente degli Stati Uniti è inaudito attaccare in modo aggressivo il presidente successore prima ancora che abbia completato le nomine del gabinetto. Perfino Al Gore, che alle lezioni del 2000 aveva ottenuto più voti di George W. Bush, per anni non ha fatto nessuna osservazione critica nei suoi confronti.

È particolarmente inconsueto vedere Cheney attaccare Obama sui temi della difesa e della sicurezza, anche considerato che Obama ha conservato il segretario alla Difesa dell’amministrazione Bush, Robert Gates, e si è fatto in quattro per aumentare le truppe Usa in Afghanistan, per rinviare l’uscita degli americani dall’Iraq e nominare a capo della campagna afgana un nuovo generale, Stanley McChrystal, che in precedenza Cheney aveva coperto di elogi.

Per giunta Cheney non è il portavoce ideale di Cheney: lui che ha un tasso di approvazione da parte dell’opinione pubblica pari al 30 per cento e un tasso di disapprovazione del 63, aggredisce con cattiveria un presidente che ha un tasso di approvazione del 64 per cento. Il tutto non torna certo utile al partito politico di Cheney.

Uno degli strateghi repubblicani ha dichiarato al Washington Post: “Vogliamo che alle prossime elezioni Bush sia un ricordo molto lontano. E questo sarà molto più difficile, se Cheney continua a stare sotto la luce dei riflettori”.

Che sta succedendo? Ve lo dico io: Cheney ha paura perché sa che sta perdendo la battaglia sui suoi precedenti. L’effetto cumulativo delle indiscrezioni trapelate sui dettagli delle torture inflitte ai detenuti di Guantánamo ha modificato le percezioni dell’opinione pubblica. Nell’ultimo sondaggio, il 71 per cento degli americani si è detto pienamente consapevole del fatto che il waterboarding è tortura. E Cheney si è vantato apertamente di averlo usato.

Non ci vuole certo un genio per capire che il 71 per cento dei cittadini, anche se ritiene giustificate le torture, ha concluso che il suo ultimo vicepresidente era un aguzzino. Il che non è tanto un bel modo di passare alla storia. Né un bel modo di essere visto dai pubblici ministeri che hanno il compito di applicare la legge.

Ma c’è di peggio. I colleghi di Cheney all’epoca dell’amministrazione Bush gli si stanno rivoltando contro. Philip Zelikow, un collaboratore di primissimo piano di Condoleezza Rice, in una sua deposizione al congresso ha dichiarato che un memorandum in cui egli stesso si esprimeva contro le tecniche di tortura di Cheney è stato individuato e destinato alla distruzione.

Un altro ex funzionario di governo, Lawrence Wilkerson, ha ribattuto a un oscuro riferimento di Cheney ai cattivi affamati di potere del “lato oscuro” di Star Wars: “Diciamo soltanto che i cinque minuti del Signore dei Sith sono stati inesatti in modo impressionante”.

Ali Soufan, l’agente dell’Fbi che aveva interrogato un detenuto di Guantánamo, Abu Zubaydah, ha pubblicamente affermato che tutte le informazioni utili erano già emerse prima che Cheney insistesse per sottoporre il prigioniero al waterboarding, e che la tortura gli è stata inflitta lo stesso per dimostrare un collegamento fra Saddam Hussein e al Qaeda, e non per prevenire futuri attentati terroristici. Anzi, esaminando tutti i più gravi casi di torture di detenuti si osserva che non sono state inflitte dopo l’11 settembre per prevenire nuovi attentati, ma dopo la pasticciata invasione dell’Iraq, e per giustificare le false tesi addotte dall’intelligence.

Charles Duelfer, il principale ispettore di Bush in materia di armamenti, ha raccontato un episodio: nella fase successiva all’invasione stava interrogando uno degli aiutanti di campo di Saddam, Muhammed Khudayr al-Dulaymi, quando un funzionario di altissimo livello dell’amministrazione Bush è intervenuto proponendo di torturare al-Dulaymi per ottenere la prova di un legame fra Saddam e al Qaeda. Nessuno dubita che si trattasse di Cheney.

Adesso scopriamo che un quarto delle note a piè di pagina del rapporto della commissione d’indagine sull’11 settembre si basavano su “informazioni riservate” raccolte per mezzo di torture e abusi inflitti a detenuti di al Qaeda. Come può dire chiunque, l’affidabilità di prove del genere è a dir poco sospetta, e a nessun membro della commissione è stato spiegato in che modo tali informazioni fossero state ottenute.

Che sappiamo di al Qaeda e della sua minaccia? Per quanto riguarda la tortura, il problema non è la sua malvagità morale, ma il fatto che distrugge la possibilità di una verità conoscibile e verificabile. Ma per difenderci abbiamo bisogno della verità.

Perfino Cheney sa che se non respinge energicamente tutti questi addebiti, l’opinione pubblica di Washington si sposterà a suo sfavore. La capitale è piena di gente volubile e priva di princìpi, e Cheney, ora che non è più in carica, non può esercitare l’intimidazione o la minaccia per cavarsela. Anche se scrivesse un memoriale, sarebbe troppo tardi. Così è costretto a esporsi alla luce dei riflettori, a cui non è abituato.

Cheney ha commesso errori senza che nessuno lo costringesse. Ha attaccato briga con l’ex segretario di stato Colin Powell, accusandolo di non essere più un vero repubblicano. Come se Powell non disponesse delle munizioni per rispondere colpo su colpo, e come se, in una gara per tirare dalla sua parte l’opinione pubblica, Cheney potesse anche lontanamente competere con la popolarità di Powell.

Wilkerson, il suo ex aiutante di campo, ha detto: “Quand’è che qualcuno al suo livello spiegherà a Dick Cheney che quando è troppo è troppo? Che se ne torni a casa sua a spendere i suoi 70 milioni di dollari. Che si crogioli nella lussuosa dimora di Eastern Shore e ci si tolga dai piedi mentre cerchiamo di riparare i danni che ha fatto al paese e al Partito repubblicano”.

L’unica persona che sarebbe veramente in grado di farlo è George W. Bush. Ma Bush sta zitto ed è assente. È un fatto che la dice lunga. E, dal punto di vista di Cheney, è un cattivo presagio.

ANDREW SULLIVAN è un giornalista britannico che vive negli Stati Uniti. Ha diretto il settimanale New Republic. Il suo blog è The daily dish. (Altri articoli di Andrew Sullivan pubblicati da Internazionale)

***

Il 25 maggio Barack Obama è intervenuto sull’uso della tortura da parte dell’amministrazione Bush. Andrew Sullivan ha accolto con entusiasmo il discorso, pubblicandolo in versione integrale: “Un discorso conservatore di un presidente conservatore, che innanzi tutto vuole usare le istituzioni per raccogliere le nuove sfide che gli si presentano, poi cerca dei compromessi pragmatici”.


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