birmania 9 novembre 2009

Un popolo prigioniero del suo stesso paese

Alcuni profughi rohingyas in Bangladesh (Andrea Pistolesi, Getty Images)

Alcuni profughi rohingyas in Bangladesh (Andrea Pistolesi, Getty Images)

“È il popolo più dimenticato dell’Asia, forse del mondo. È il popolo dei rohingyas, una minoranza musulmana che vive in Birmania. Perseguitati dal regime militare per la loro religione, si sono rifugiati in Malesia e in Bangladesh. Vivono in campi profughi alla frontiera con la Birmania in condizioni igieniche proibitive. Un terzo di loro è composto da bambini sotto ai dieci anni”. John Carlin racconta in un lungo reportage su El País semanal e in un video, la persecuzione e la discriminazione dei rohingyas sotto il regime dei militari birmani.

Questo popolo, racconta Carlin, è originario di uno stato nel nordest della Birmania, l’Arakan. È da sempre discriminato dal regime perché musulmano, in un paese a maggioranza buddista, perché le persone hanno la pelle più scura degli altri birmani e hanno sempre resistito al controllo del governo centrale dai tempi della seconda guerra mondiale. In pratica i rohingyas vivono come prigionieri nel loro paese. Infatti devono comunicare al governo ogni spostamento, non possono cambiare città, non possono sposarsi o avere figli senza l’autorizzazione delle autorità militari.

Infine devono lavorare come braccianti senza ricevere nulla in cambio e soprattutto non possono praticare la loro religione liberamente. All’ora della preghiera, quando vorrebbero andare alla moschea, gli viene vietato di uscire di casa. “Quando qualcuno viene trovato a fare riparazioni o lavori di manutenzione in una moschea gli viene fatta pagare una multa molto alta o addirittura si rischia il carcere”, racconta Carlin.

Per sfuggire a questa vita di stenti la maggior parte dei rohingyas tenta la strada dell’esilio, si affida a trafficanti di uomini e affronta un viaggio pieno di pericoli per raggiungere il Bangladesh o, con dei barconi, la Malesia. Ci sono 25mila rohingyas rifugiati in campi profughi in Malesia e più di 30mila in Bangladesh.


Stampa questo Post Stampa questo Post



Comments on this entry are closed.

Previous post: La Gran Bretagna non è più l’Eldorado

Next post: L’Italia e la croce