Questa volta è stato un ex rappresentante del consiglio della shura, un organo consultivo dell’Arabia Saudita, a riaccendere la rivalità tra Riyadh e Abu Dhabi. Mohammed bin Abdallah Zalfa, che è anche un analista politico molto seguito nel suo paese, ha criticato su un’emittente turca il sostegno degli Emirati Arabi Uniti al Consiglio di transizione del sud (Cts), un gruppo separatista che combatte contro le forze governative appoggiate da Riyadh nello Yemen. “Nonostante il loro ritiro, gli Emirati continuano a portare avanti il loro progetto, legato alla secessione del sud arabo e ai problemi delle isole” nel Corno d’Africa, ha denunciato l’ex consigliere, facendo riferimento al fatto che le truppe di Abu Dhabi sono uscite dalla coalizione guidata da Riyadh. Ossessionata dalla messa in sicurezza della zona, Abu Dhabi ha stabilito una base militare sull’isola yemenita di Socotra. Mentre il conflitto s’impantana “sembra che gli Emirati Arabi Uniti si siano spinti troppo in là nei loro progetti, oltre le loro capacità”, ha aggiunto Zalfa.

Le sue dichiarazioni hanno suscitato l’ira dei mezzi d’informazione vicini agli Emirati. Il quotidiano Al Arab ha scritto: “Cosa hanno intenzione di fare le autorità saudite per stabilire una linea rossa che nessuno può oltrepassare nelle critiche agli Emirati?”.

Negli ultimi anni lo Yemen ha alimentato le tensioni tra l’Arabia Saudita e gli Emirati. Mentre Riyadh sostiene il governo di Aden riconosciuto dalla comunità internazionale, Abu Dhabi appoggia soprattutto le forze secessioniste del sud. “Tutto questo risale al 2018, quando il Cts ha preso il controllo di Aden e le parti non sono riuscite ad attuare l’accordo di Riyadh del 2019”, che prevedeva una ripartizione del sud tra i combattenti della regione e le forze governative, spiega Raiman al Hamdani, ricercatore dell’Ark international, un’organizzazione con sede a Dubai. La contesa si era placata con la formazione nell’aprile 2022 del consiglio presidenziale, in cui siedono dei rappresentanti secessionisti del sud accanto alle forze governative tradizionali, con la benedizione dei due paesi del Golfo.

Il vaso trabocca

Ultimamente però il Cts si è lanciato in una dimostrazione di forza politica e militare che preoccupa l’Arabia Saudita. “Gli antagonismi sono riemersi dopo la conferenza per il dialogo nazionale del Cts” che ha riunito le diverse parti a maggio, aggiunge Al Hamdani. In quell’occasione Faraj al Bahsani, l’ex governatore della provincia dell’Hadramaut (ricca di petrolio e oggetto di molte ambizioni), e Abdulrahman al Mahrami, signore della guerra ed esponente del consiglio presidenziale, sono stati nominati vicepresidenti del Cts. “Secondo gli analisti, nel dicembre 2022 gli Emirati avrebbero firmato un accordo di sicurezza segreto con il consiglio presidenziale. Per i sauditi sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, dice il ricercatore. Anche se i dettagli non sono stati rivelati, il documento riguarderebbe la sicurezza marittima, il controllo dei porti e la lotta al terrorismo. Alla fine di luglio il Cts ha inoltre cominciato a trasferire segretamente alcune unità di combattenti verso Aden e l’Hadramaut, e un battaglione anche ad Al Mukalla, una città portuale che Riyadh sta cercando di mettere in sicurezza.

Oggi la guerra nello Yemen riveste una dimensione essenzialmente nazionale. Lo scorso aprile Riyadh ha avviato dei colloqui di pace con gli huthi, i ribelli sciiti che controllano gran parte del nord del paese compresa la capitale Sanaa. L’obiettivo dell’Arabia Saudita è assicurarsi che la milizia sostenuta dall’Iran interrompa gli attacchi contro il suo territorio. Ma la prosecuzione del conflitto tra le fazioni locali non è rassicurante per i loro alleati regionali, in un momento in cui il paese affronta una ripresa dell’attività jihadista. Il 13 agosto Abdul Latif al Sayed, un comandante militare del sud, è stato ucciso da Al Qaeda nel governatorato di Abyan. Pochi giorni dopo è toccato anche all’ispettore incaricato delle indagini.

“Negli ultimi mesi Al Qaeda ha intensificato le sue attività nel sud dello Yemen, concentrando gli attacchi contro le forze del Cts sostenute dagli Emirati invece che contro le truppe governative appoggiate dall’Arabia Saudita”, osserva Elisabeth Kendall, ricercatrice a Cambridge, nel Regno Unito, ed esperta di gruppi jihadisti nello Yemen. Ma in modo molto complesso le attività di Al Qaeda sembrano avvantaggiare tutte le parti in conflitto. “Gli attacchi vanno a beneficio delle forze sostenute dall’Arabia Saudita, indebolendo il Cts e il suo progetto d’indipendenza, ma anche degli huthi, seminando la discordia e il sospetto all’interno della coalizione guidata da Riyadh”, continua la studiosa. “Infine, nel modo forse più improbabile, gli attacchi di Al Qaeda potrebbero avvantaggiare gli Emirati, fornendo alle forze del sud un pretesto per diffondersi sempre di più nel nome della lotta contro il terrorismo e con il sostegno internazionale”. Un nemico comune a Riyadh e ad Abu Dhabi, che però non le unisce. ◆ fdl

Diritti umani
I migranti etiopi

◆ Il 21 agosto 2023 l’ong Human rights watch (Hrw) ha denunciato in un rapporto che tra marzo del 2022 e giugno del 2023 le guardie di frontiera saudite hanno ucciso “almeno centinaia” di migranti etiopi, tra cui donne e bambini, che cercavano di entrare nel paese dallo Yemen. “Se commessi come parte di una politica del governo saudita per uccidere i migranti, questi omicidi, che sembrano continuare, sarebbero un crimine contro l’umanità”, afferma l’organizzazione. Secondo le Nazioni Unite, ogni anno decine di migliaia di persone arrivano nello Yemen dal Corno d’Africa per raggiungere l’Arabia Saudita. Hrw calcola che in Arabia Saudita vivono e lavorano 750mila etiopi. Nella maggior parte dei casi hanno lasciato il loro paese per motivi economici, ma a volte sono fuggiti a causa di gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto durante la guerra scoppiata nel Tigrai nel novembre 2020.


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Questo articolo è uscito sul numero 1526 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati